Renato Caputo, Vittorfranco Pisano: GRU – Anatomia dell’intelligence militare russa
Renato Caputo, Vittorfranco Pisano
Ed. UNINTESS 2026
pagg. 614
GRU è l’acronimo dei servizi di sicurezza militari prima sovietici ed ora russi (1) e in questo corposo volume di 614 pagine se ne ricostruisce la storia e se ne descrivono l’organizzazione, le attività e i limiti. In realtà le agenzie di sicurezza russe sono diverse e spesso in concorrenza fra loro: FSB (ex KGB), SVR, FSO (2). Tutte dipendono però alla fine dal potere politico, anche se il GRU gerarchicamente dipende dallo stato maggiore dell’Esercito e proprio per questo è autorizzato non solo a prendere informazioni, ma anche a condurre operazioni militari più o meno segrete, garantendo da un lato la sicurezza dell’esercito nelle operazioni sul campo – come ora in Ucraina – ma anche operando con sabotatori e incursori in quella che ora va di moda chiamare guerra ibrida.
Rispetto ai servizi occidentali, quelli russi hanno tradizionalmente una maggiore autonomia operativa e – diciamolo – una certa disinvoltura nella condotta delle operazioni esterne. A questo punto resta da capire come mai quattro servizi concorrenti abbiano mostrato gravi carenze informative al momento di preparare l’operazione speciale che dura da cinque anni e sulla quale si gioca il futuro di Putin e della sua ristretta classe dirigente. La risposta è che proprio la stretta subordinazione a un potere politico privo di controllo esterno porta a far carriera compiacendo le aspettative del Capo, evitando così di affrontare le conseguenze di una critica. Paradossalmente, la concorrenza tra quattro agenzie diverse non migliora il servizio.
Ma passiamo al libro. Diviso in 22 razionali capitoli divisi in paragrafi più le appendici, è scritto da due specialisti, Caputo in diritto internazionale, Pisano in politica della sicurezza. Si ripercorre la storia della strategia russa e dei servizi ausiliari e soprattutto se ne analizza in dettaglio l’organizzazione e il modus operandi. Trattandosi di servizi segreti ovviamente la ricerca ha i suoi limiti, spesso si conoscono le operazioni che hanno conseguito i loro obiettivi ma se ne identificano i soli esecutori materiali; magari conosciamo meglio quelle che sono state scoperte per tempo o vanificate da incidenti di percorso.
Uno dei due autori – Renato Caputo – è un esperto di diritto internazionale e nell’esposizione dei casi di scuola d è molto chiaro: le fonti sono classificate in base alla loro attendibilità. Un conto è una sentenza di tribunale che riconosce dopo una serrata inchiesta le precise responsabilità degli attori incriminati, oppure un organigramma ufficiale parziale ma verificato, altro è una confidenza d’ambasciata, l’analisi di un tabulato telefonico o del traffico aereo, un’inchiesta giornalistica, la memoria di un agente infiltrato o persino le lamentele di un funzionario scartato.
Tutti sappiamo che un’ambasciata russa o una rezidentura (3) tengono le fila di una rete di informatori esterni al corpo diplomatico, è la scoperta dell’acqua calda, ma ricostruirne metodi e operazioni richiede molto tatto e una lunga esperienza. Gli attuali mezzi tecnologici sono diversi da quelli visti nei classici film di spie come La Talpa, ma anche il controspionaggio sa analizzare e ricostruire flussi di denaro, numeri di passaporti, biglietti aerei, rimborsi (4).
La novità – almeno a leggere il libro – è il progressivo appalto delle operazioni a personale esterno alle ambasciate e alle ditte di copertura: non più diplomatici sorvegliati ed espulsi, né uffici commerciali tenuti d’occhio, ma comuni cittadini reclutati nei modi più diversi (corsi di lingua, consulenze), qualche volta persino delinquenti comuni da scaricare in caso di insuccesso. È recente il caso della giornalista Angelique Geray, che una volta contattata ha finto di stare al gioco e si è infiltrata ora nei gruppi neonazisti, ora nella rete dei collaboratori dell’ambasciata russa. Sono dinamiche arcinote, ma qui c’è una testimonianza diretta. Già, perché molte operazioni non possono essere dichiarate ufficialmente, visto che possono comprendere l’omicidio o il sabotaggio fisico o elettronico.
E qui un altro paradosso: i Russi magari dichiarano apertamente e persino con molti anni di anticipo le loro intenzioni geopolitiche nel confronto continuo con l’Occidente – Putin ne è un esempio, basta leggere il suo discorso tenuto nel 2007 alla 43ª Conferenza di Monaco sulla Sicurezza – ma passando ai fatti poi si sfilano da qualsiasi responsabilità e negano persino l’evidenza, anche se il GRU ha sicuramente condotto operazioni all’estero sotto copertura. Ma a questo punto non ha senso parlare di guerra ibrida, è guerra e basta, condotta con i mezzi più diversi ma pur sempre entro un’ottica di espansione e/o difesa della propria sovranità nazionale.
E qui veniamo al punto: per la Russia la guerra è un valore, non essendo la pace uno stato permanente o definitivo, ma un intervallo nel dinamico equilibrio tra le potenze. Riecheggia von Clausewitz: la guerra è la continuazione del processo politico (des politisches Verkehr), una pratica che almeno in Europa abbiamo abbandonato dopo il 1945 ma che invece i Russi mantengono alta. Altre discriminanti sono una concezione strategica presentata come pacifista e il tentativo di espandere la propria egemonia. Sia chiaro: ogni stato o nazione ha interesse a diffondere e presentare agli altri la propria cultura e i propri modelli di vita sociale o firmare contratti. Il Goethe Institut e il British Council sono teoricamente istituzioni analoghe a Casa Russia, la quale però è anche una centrale di intelligence. Dopo il crollo dell’URSS si è cercato p.es. di estendere il soft power sul Kazakistan (cap.17), ampliando la collaborazione economica e culturale, strutturando una complessa rete di iniziative culturali, scientifiche e industriali. L’operazione è riuscita a metà sia per la diffidenza verso l’élite tecnocratica russa, sia perché un modello politico per affermarsi all’esterno deve essere conveniente per entrambe le parti. In altre aree – come in Siria – l’intervento è stato invece militare e mirava a garantirsi fra l’altro il porto di Tartus. Come si vede, i Russi giocano a tutto campo, anche con eserciti parastatali o privati, come il Gruppo Wagner di Prigozhin, che prima di essere riportato sotto il comando dell’Armata stava per far diventare la Terza Roma un Basso Impero. Alcune operazioni ad alto rischio conviene affidarle ad attori esterni, ma anche qui il GRU deve fare i conti con il limite dell’affidabilità di gente non sottoposta a un controllo diretto.
Curiosamente, ogni guerra russa o sovietica viene presentata sempre come difensiva dello Stato e della Nazione: la NATO si espande, l’Europa vuole la guerra, ma l’autodeterminazione dei popoli vale solo in colonia e il mito del Gran Rus’ è organico alla stabilità della classe politica al potere. In questo i Russi sono coerenti da sempre e l’errore di analisi è stato a suo tempo confondere il Partito Comunista (PCUS) con l’entità statuale di cui era in realtà una sovrastruttura. Una volta ricostruito lo Stato, il confronto ha ripreso forza e le vecchie strutture si sono riorganizzate e rinnovate per fare quello che facevano prima. Il libro cita una serie di documenti ufficiali russi – pur incompleti, provenendo da fonti riservate – dove tutto è spiegato in maniera persino didascalica. E non si creda che lo spionaggio sia solo militare: un brevetto industriale vale più del manuale di un carro armato.
Questo schema di conflittualità permanente ci aiuta a leggere meglio la cronaca. Oggi leggiamo del treno colpito per sbaglio, ieri dell’esplosione di un deposito di munizioni in Bulgaria (e a Colleferro?), poi dei droni che per caso e un giorno su due bucano lo spazio aereo NATO. Questo significa saggiare la tenuta e la capacità difensiva del nemico, si chiama esplorazione. Difficile capire se ora la Russia di Putin continuerà con questa guerriglia integrata (termine mio, ndr.) dopo il disastro in Ucraina, dove il GRU ha elaborato informazioni reali ma viziate da premesse politiche sbagliate. L’Ucraina è per noi un caso di studio ampiamente analizzato nel libro (capitoli 18 e 19). Ma per tenere sotto pressione l’avversario non c’è sempre bisogno di occuparlo: anche lo stillicidio di operazioni di sabotaggio continuo o di interferenze nelle comunicazioni di rete tengono il nemico sotto tensione; “si lavorano” i politici più deboli e si costringe un governo già indebitato a spendere per la difesa diffusa.
Si può giocare per anni sulla linea grigia, provocando piccoli incidenti di frontiera coi paesi baltici o nel Mediterraneo, mandando in giro influencer, identificando i politici più adatti, per poi riempire le TV e i social di lamentele prezzolate contro il taglio alla sanità per colpa del riarmo. L’importante è che non si arrivi alla linea rossa, il che avviene quando qualcuno perde la pazienza o il danno collaterale supera le previsioni di chi l’ha provocato. Finora siamo ancora alla linea grigia, ma per quanto tempo?
NOTE
- Glavnoye Razvedyavatelnoye Upravleniye, lett.: Direzione principale dell’Intelligence. Il nome è lo stesso dal 1942.
- SVR e FSO sono moderne specializzazioni dell’allora onnipresente KGB, ora FSB. Lo SVR si occupa di spionaggio all’estero, mentre l’FSO protegge le alte cariche dello Stato.
- Una rezidentura (in russo: резиденту́ра) è una base operativa o stazione di spionaggio sovietica o russa stabilita all’estero, solitamente all’interno di un’ambasciata o di un consolato ma anche esterna ad essi (p.es. un normale ufficio commerciale di import-export o un’associazione culturale).
- Due agenti russi sono stati traditi dalla ricevuta di un taxi dall’aeroporto, che conservavano per ottenere al ritorno il rimborso dall’ufficio.

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