A Mosca, nello stesso giorno
Martedì 25 agosto 2026, a poche ore di distanza, due voli sono atterrati a Mosca portando due delle poche linee di contatto occidentali ancora aperte con il Cremlino. Il primo ha portato monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, per una missione di quattro giorni (25-28 agosto) con Sergej Lavrov, il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov e il Patriarcato di Mosca. Il secondo, un Boeing C-17A partito da Joint Base Andrews con scalo a Riga, ha portato a Vnukovo il direttore della CIA John Ratcliffe, ripartito dopo poche ore1.
Nessuna delle due delegazioni ha operato per conto dell’altra, e la sovrapposizione racconta più la logica dei pochi canali rimasti verso Mosca che un disegno comune.
Due missioni, due mandati
La missione CIA è un canale di sicurezza strategica: secondo Axios, il primo viaggio di Ratcliffe a Mosca da direttore e il contatto di più alto livello tra amministrazione Trump e Cremlino da gennaio2. Il Financial Times ha riferito che Washington avesse chiesto a Kiev di sospendere per tre giorni gli attacchi su Mosca, San Pietroburgo e le regioni settentrionali per garantire la sicurezza del volo3, richiesta accolta da Kiev. Ratcliffe aveva già avuto un ruolo nella liberazione di Ksenia Karelina nell’aprile 2025, e gli Stati Uniti hanno ottenuto ad agosto la scarcerazione del soldato Robert Gilman4. Il dossier detenuto, insieme alla gestione delle linee rosse militari, resta il perno del canale d’intelligence, più che una trattativa di pace: i colloqui formali restano fermi da mesi, e pochi giorni prima Mosca aveva respinto il piano Zelensky.
A questo dossier se ne aggiunge, secondo una ricostruzione del Wall Street Journal circolata a ridosso della visita, uno più inquietante: gli Stati Uniti avrebbero raccolto informazioni su una preparazione russa anticipata a una possibile mobilitazione militare e su piani per “testare” la tenuta della NATO, e Ratcliffe potrebbe aver incontrato lo stesso Putin per recapitare un avvertimento diretto – “sappiamo cosa state progettando, e vi conviene non farlo”, nella ricostruzione dell’ex vicedirettrice della National Intelligence Beth Sanner, che ha ipotizzato anche un collegamento con la tregua in Iran e con le pressioni su Mosca perché non continui a sostenere Teheran dopo l’ultima ondata di sanzioni statunitensi5. Va detto con chiarezza che si tratta di una ricostruzione giornalistica basata su analisti esterni e fonti anonime, non su conferme ufficiali di Washington o del Cremlino: se fondata, amplierebbe il perimetro dell’incontro dal solo dossier umanitario-detenuti a una funzione di deterrenza esplicita, coerente comunque con la logica di gestione delle linee rosse già descritta.
La missione vaticana non è quella di Francesco
Va corretto un errore diffuso: leggere questa missione con le categorie della diplomazia di Francesco, morto nell’aprile 2025. Dall’8 maggio 2025 il pontefice è Leone XIV, e la linea vaticana ha caratteri distinti da quella del predecessore. Il viaggio segue di un mese quello che Gallagher aveva compiuto in Ucraina, a Leopoli e Berdychiv6: una sequenza – prima Kiev, poi Mosca – costruita deliberatamente. Leone XIV ha inoltre offerto il Vaticano come possibile sede di negoziati7. Zelensky ha invitato formalmente il Papa a visitare l’Ucraina, e fonti diplomatiche ucraine leggono in questa sequenza un segnale di vicinanza, non di equidistanza tattica8.
Vale la pena una lettura critica: questa continuità di postura umanitaria è stata rivendicata dal Cremlino – Lavrov ha ringraziato la Santa Sede per la sua “posizione equilibrata” sulla crisi ucraina, un endorsement che rientra tra gli usi strumentali che i belligeranti fanno della neutralità altrui9. Gallagher ha comunque ribadito che il conflitto “non può essere risolto con mezzi militari” e che “questa guerra deve finire”, mantenendo l’equilibrio tra riconoscimento dell’aggressione e rifiuto di allinearsi alla deterrenza NATO10.
Un’agenda umanitaria, non un piano di pace
Gallagher non porta a Mosca un piano di pace generale – prematuro, vista la distanza territoriale tra le parti – ma tre dossier: diritto umanitario e distinzione tra obiettivi militari e civili, scambi di prigionieri, ricongiungimento dei minori deportati. È lo stesso impianto su cui lavora da tre anni il canale Zuppi, voluto da Francesco e confermato da Leone XIV, che ha permesso il passaggio di migliaia di nominativi tra Kiev e Mosca11. A questo si affianca l’incontro con il Patriarcato di Mosca guidato da Kirill – che secondo inchieste su archivi sovietici declassificati avrebbe operato negli anni Settanta come agente d’influenza del KGB a Ginevra, con il nome in codice “Mikhailov”12 – la cui retorica ha offerto una cornice religiosa alla guerra: un fronte che la diplomazia pontificia coltiva separatamente da quello umanitario.
Un precedente storico, non un coordinamento
La tentazione di leggere la contemporaneità come il riemergere di un asse Vaticano-intelligence ha radici storiche reali ma va maneggiata con cautela: dalla convergenza anni Ottanta tra CIA e Giovanni Paolo II su Solidarność – la cosiddetta “Holy Alliance”, la cui reale entità resta contestata dalla storiografia13 – alle elezioni italiane del 1948, fino alla mediazione vaticana Stati Uniti-Cuba sotto Francesco, unico caso di cooperazione dichiarata e documentata. In nessuno di questi episodi, compreso quello attuale, si tratta però di un coordinamento istituzionale stabile: la Santa Sede non agisce mai come articolazione di una strategia occidentale, e la sua utilità per Washington sta proprio nel non esserlo.
Vicinanza operativa, distanza politica
Questi canali non si muovono in un vuoto di rapporti idilliaci. Tra gennaio e maggio 2026 la relazione Trump-Leone XIV è passata da attrito a scontro esplicito: il 22 gennaio il sottosegretario Elbridge Colby ha convocato il nunzio a Washington per le critiche pontificie al “fervore bellico”14; Trump ha poi accusato il Papa di posizioni “troppo morbide” sul nucleare iraniano, in un clima aggravato dal caso dell’immagine generata con l’IA pubblicata su Truth Social15. La missione di “disgelo” di Rubio a Roma (7-8 maggio) ha stemperato la tensione simbolica senza risolverla: Leone XIV ha risposto “non ho paura dell’amministrazione Trump”, e Parolin ha mantenuto un registro misurato ma non arrendevole16.
Questa frattura corre però su un piano diverso da quello operativo, ed è proprio la separazione a renderli compatibili. Lo scontro è personale e pubblico, alimentato da logiche elettorali interne; il canale Ratcliffe, come quello vaticano dei prigionieri, appartiene a un registro burocratico-securitario che la Casa Bianca comunicativa non presidia direttamente e che sopravvive alle intemperie retoriche perché risponde a interessi istituzionali validi indipendentemente da chi occupa la Casa Bianca – lo stesso meccanismo che, sotto Francesco, permise alla cooperazione su altri dossier di proseguire anche in fasi di frizione politica. Un incontro operativo tra le due strategie non è solo possibile ma già in corso, seppure non dichiarato: il dossier umanitario è l’unico terreno dove un risultato non richiede alcuna ricomposizione del conflitto simbolico, perché non tocca né l’Iran né il “militarismo” contestato al presidente.
Ciò che resta improbabile è una convergenza dichiarata su un’iniziativa di pace più ampia: la forza morale della mediazione vaticana dipende dal non apparire come prolungamento della politica di un’amministrazione che il Papa ha criticato pubblicamente, e un’alleanza troppo visibile costerebbe a Leone XIV la credibilità di “terzo” che gli permette di parlare sia con Kiev sia con Mosca. Il risultato più probabile è dunque una convergenza tattica silenziosa, dossier per dossier – con il rischio che un nuovo inasprimento retorico la renda più costosa anche in questa forma minima.
Gli scenari possibili
Proprio perché nessuno dei due canali dipende da un accordo politico complessivo, entrambi possono evolvere autonomamente. Il primo scenario, il più probabile a breve termine, è un consolidamento come infrastrutture permanenti di crisi: Zuppi ha già annunciato l’intenzione di tornare a Mosca entro settembre17, e la logica dei viaggi riservati americani – già sperimentata con Karelina e Gilman – si presta a ripetersi a ogni nuovo dossier bilaterale. L’esito più probabile nei prossimi mesi resta un nuovo scambio di prigionieri o minori, non un progresso politico.
Il secondo scenario è un salto di qualità della mediazione vaticana verso un ruolo negoziale strutturato, sull’offerta già fatta da Leone XIV18: un’opzione che finora Mosca non ha accolto esplicitamente, preferendo canali bilaterali o mediazioni terze (Turchia, Emirati) meno caratterizzate sul piano valoriale; resta subordinata a un cambio di fase sul terreno, non alla sola volontà vaticana. Il terzo è un’accelerazione simbolica: un viaggio di Leone XIV in Ucraina, reso possibile dall’assenza della precondizione-Mosca che vincolava Francesco, ma esposto al rischio di essere letto a Mosca come rottura della terzietà – è plausibile che il Vaticano lo rinvii finché non avrà risultati tangibili sui dossier umanitari da usare come legittimazione.
Il quarto scenario, di segno opposto, è un collasso rapido di entrambi i canali: la ripresa di attacchi a lungo raggio su Mosca o San Pietroburgo – plausibile, vista la fase politicamente delicata per Zelensky – chiuderebbe lo spazio per nuovi viaggi dell’intelligence americana, mentre un deterioramento dei rapporti Santa Sede-Patriarcato, o un nuovo inasprimento Trump-Vaticano, potrebbe indurre Roma a un irrigidimento retorico. In nessuno scenario negativo la guerra finirebbe per via diplomatica: significherebbe solo che, per un periodo, anche i canali informali smetterebbero di funzionare.
Resta un dato costante: nessuno di questi canali sostituisce un negoziato politico vero e proprio, e nessuno dei due attori – Washington e Santa Sede – ha interesse a farlo credere. La loro funzione è tenere in vita la possibilità di un negoziato futuro, riducendo nel frattempo il costo umano del conflitto. Un obiettivo più modesto di quanto la cronaca della “doppia missione a Mosca” abbia lasciato intendere, ma anche più realistico – e per questo probabilmente più duraturo.
(Alberto Pagani: l’autore dell’articolo è docente di Geopolitica e Geostrategia presso Università di Bologna ed esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva)
1Ricostruzione dei voli e degli orari: Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2026; Axios, 25 agosto 2026; Today.it, 25 agosto 2026.
2Axios, “CIA director Ratcliffe visits Moscow”, 25 agosto 2026.
3Today.it e Il Post, 25 agosto 2026, che riportano l’indiscrezione del Financial Times sulla richiesta rivolta a Kiev.
4Euronews, 25 agosto 2026; Il Post, 25 agosto 2026.
5ANSA, “Affondo del Papa per la pace, missione di Gallagher in Russia”, 23 agosto 2026; Tra Cielo e Terra, 17 luglio 2026.
6ANSA, 23 agosto 2026, cit.
7EWTN Italia, “Leone XIV in Ucraina? Sarebbe un grande contributo alla pace”, 30 luglio 2026.
8LaPresse ed Editoriale Domani, 25 agosto 2026.
9Editoriale Domani ed Euronews, 25 agosto 2026.
10Avvenire, “Con Zuppi, nel campo dei prigionieri di guerra russi a Leopoli”, 14 luglio 2026; ANSA, 15 luglio 2026.
11Cfr. Carl Bernstein e Marco Politi, His Holiness (1996), sul sostegno CIA-Vaticano a Solidarność, la cui reale entità operativa resta contestata dalla storiografia.
12Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2026, sulla convocazione del nunzio Christophe Pierre da parte del sottosegretario Elbridge Colby.
13Adnkronos e La Voce di New York, 5 maggio 2026; ISPI, “Trump, scontro con il Vaticano”, 15 aprile 2026.
14Il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2026, e Quotidiano Nazionale, 4 maggio 2026, sulla missione di Marco Rubio a Roma (7-8 maggio 2026); Adnkronos, 7 maggio 2026, per le dichiarazioni di Leone XIV e del cardinale Parolin.
15ANSA, 23 agosto 2026, cit.: Leone XIV ha offerto il Vaticano come possibile sede di negoziati.
16Mediafighter, 25 agosto 2026: il cardinale Zuppi ha annunciato di sperare in un nuovo viaggio a Mosca entro settembre.
17Le Matin Dimanche e SonntagsZeitung, febbraio 2023, sulla base di archivi svizzeri declassificati e dei documenti dell’archivio Mitrokhin: Kirill (Vladimir Gundjaev), rappresentante del Patriarcato di Mosca a Ginevra negli anni Settanta, avrebbe operato per il KGB con il nome in codice “Mikhailov”.
18Wall Street Journal, 25 agosto 2026 (ripreso da Ukrainska Pravda e IBTimes UK, 25 agosto 2026): ricostruzione basata su analisti esterni e fonti anonime, non su conferme ufficiali di Washington o Mosca. La citazione è di Beth Sanner, ex vicedirettrice della National Intelligence per l’integrazione delle missioni.
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