“America First” o “America Alone”?
L’attacco USA all’Iran, che è solo una tappa di una più articolata manovra di contenimento della Cina, procede. Procede alternando forza militare, guerra commerciale e diplomazia. Però prosegue molto più lentamente di quanto Washington avesse previsto. È probabile che continuando a porre pressione su Teheran, Trump otterrà dei risultati che potranno essere presentati come successi (eliminazione delle capacità nucleare iraniana, che potrà comunque essere solo temporanea, riapertura di Hormuz o drastico abbattimento delle capacità militari iraniane).
Ma senza ottenere un “regime change” a Teheran e senza sottrarre l’Iran alla sfera di influenza cinese, si tratterà solo un posporre nel tempo il problema e, checché la propaganda trumpiana ci dirà, l’impegno militare USA sarà stato vano. Peraltro, al momento, un regime change a Teheran non appare ancora probabile.
Questa defaillance indebolisce la posizione di Washington nei confronti di Pechino, soprattutto a pochi giorni dall’incontro di Trump con Xi Jinping (previsto per il 14 e 15 maggio) e ciò sta verosimilmente mettendo in agitazione lo staff presidenziale.
La mancanza di successi in tempi brevissimi (cosa peraltro non realistica, ma promessa da Trump sia al suo elettorato MAGA) crea problemi domestici soprattutto in periodo di campagna elettorale per le midterm.
Occorre un capro espiatorio? Perché non attaccare gli alleati NATO? Si può incolparli dei ritardi nell’operazione perché avrebbero “tradito” e si sarebbero rifiutati di supportare l’intervento USA contro l’Iran nei termini richiesti da Washington (ma mai concordati preventivamente).
Poi, c’è il sempreverde degli europei “scrocconi” la cui difesa graverebbe sulle spalle dei soldati USA e, ancora più grave, sulle tasche del contribuente della rust-belt, già di pessimo umore per l’aumento dei prezzi che il combinato disposto di incremento dei dazi e del blocco di Hormuz sta provocando.
Insomma, a Trump gli scrocconi europei e il baraccone burocratico della NATO devono essere sembrati il capro espiatorio perfetto. In tale ottica, abbiamo visto un crescendo di attacchi, anche personali, a leader europei. Forse questi attacchi fatti sui media e sui social dal POTUS1 intendevano dare l’impressione all’elettorato USA che il “nuovo sceriffo in città”2 si sa far rispettare oltreoceano (peraltro, nel corso della sua recente visita a Washington, Carlo III ha elegantemente risposto ad alcune illazioni del padrone di casa dimostrandone l’assoluta infondatezza). Non saprei quale sia stato l’effetto domestico, ma in Europa, da Macron a Sanchez, da Merx a Meloni mi pare che gli attacchi di Trump abbiano giovato all’immagine dei leader insultati.
I tre fronti aperti tra USA e alleati europei
Tutto ciò, ovviamente, non facilita i rapporti tra i governi europei e l’amministrazione Trump.
Tra europei e Usa ci sono, per quanto riguarda esclusivamente la politica di sicurezza, tre grosse motivi di tensione: la questione iraniana, il conflitto russo-ucraino e la sopravvivenza della NATO.
La prima e più immediata è, ovviamente, la questione iraniana. Oltre all’instabilità regionale e al terrorismo che vengono orchestrati da Teheran (problema che noi europei fingiamo di ignorare) vi sono i problemi immediati che l’interdizione al traffico marittimo attraverso Hormuz (e attraverso Bab el Mandeb3) arreca alle nostre economie. È chiaro che avendo dichiarato, gonfiandoci il petto, che “questa non è la nostra guerra” non abbiamo ora alcuna voce nel processo negoziale tra Washington e Teheran (ma, personalmente, ritengo che difficilmente Trump ce lo avrebbe concesso in ogni caso, a meno di un massiccio e utopistico intervento navale europeo nel Golfo).
Al riguardo, oltre a cercare fonti di alimentazione alternative, non ci resta che aspettare, sperando che il pur sgradevole Trump riesca ad ottenere in tempi brevi dalle Guardie Rivoluzionarie la riapertura effettiva dello Stretto. Immagino i politici europei che di fronte alla stampa condannano senza appello The Donald, ma in realtà in cuor loro si augurano che abbia il puntiglio di terminare il lavoro e non si accontenti di un compromesso che lasci agli Ayatollah la possibilità di aprire e chiudere il rubinetto di Hormuz a loro piacimento. Perché se Trump lasciasse il lavoro a metà, non andremmo certo noi europei a farlo riaprire. Dovremmo sottostare alle condizioni di transito imposte da un Iran che si sentirà (giustamente) il vincitore del conflitto.
Il secondo problema che abbiamo è l’Ucraina. Zelensky non è mai stato simpatico a Trump e The Donald non si è mai fatto scrupolo di nasconderlo.
I MAGA mal sopportano il sostegno USA all’Ucraina, che ritengono essere un guaio in cui si trovano coinvolti per i loschi traffici di Biden e di suo figlio Hunter (peccato che ignorino o fingano di ignorare che il pesante coinvolgimento USA nella ex repubblica sovietica ebbe inizio con una amministrazione repubblicana, quella di George W Bush, che tra l’altro già nel 2008 avrebbe voluto far avviare il processo di adesione di Kiev alla NATO). Pertanto, promettere che il contribuente americano non sborserà più un dollaro delle sue tasse per darlo a Zelensky può far raccattare qualche voto, e se ciò mina la credibilità della superpotenza americana, pare che alla Casa Bianca non interessi troppo. Infatti, il vice presidente JD Vance ha recentemente dichiarato che “una delle cose di cui è più orgoglioso” dell’attuale amministrazione è che gli USA hanno deciso di smettere di donare armi all’Ucraina e che se gli europei vogliono darle, le acquistino e gliele diano. Tralasciamo il fatto che se dal 2014 in poi le amministrazioni USA non avessero illuso Kiev che, in caso di nuova aggressione russa, l’Ucraina avrebbe potuto contare sul sostegno militare e politico dello Zio Sam, forse Kiev avrebbe cercato a suo tempo quell’accordo con la cessione delle regioni orientali che ora invece gli USA lo spingono ad ottenere.
Quello che l’attuale amministrazione USA sembra voler ignorare è che il triangolo Pechino-Mosca-Teheran è un sistema strettamente interconnesso. Allora non avrebbe senso da un lato tentare di contrastare l’ascesa cinese e combattere contro Teheran e dall’altro lato accarezzare il pelo a Mosca.
Ovvero, può aver senso solo nel caso di un baratto: gli USA cessano il supporto all’Ucraina e in cambio Cina e Russia fanno pressioni sull’Iran perché accetti una trattativa che salvi la faccia al POTUS.
In questo contesto si può leggere anche la recente telefonata di un’ora e mezza tra Trump e Putin, dove emergeva chiaro che l’aiuto fornito dallo Zar per la questione iraniana sarebbe stato ripagato dagli USA in Europa (a scapito di Ucraina e di saldezza della NATO). Ragionamento che comunque sarebbe molto pericoloso per gli USA, perché finirebbe di troncare il legame con l’Europa, di cui avrebbero più bisogno anche in funzione anti-cinese di quanto l’amministrazione Trump sembri comprendere.
Il terzo problema riguarda la sopravvivenza della NATO. L’uscita degli USA dalla NATO è stato un leitmotiv anche del primo mandato di Trump. Ma allora la situazione era diversa e gli europei erano forse disposti a tutto pur di accontentare il bisbetico inquilino della Casa Bianca. Poi c’è stato l’attacco russo all’Ucraina, molti paesi europei si sentono oggi (a torto o ragione) seriamente minacciati militarmente dalla Russia e l’Europa ha incominciato a dedicare più attenzione ai propri strumenti militari. La stessa UE (un po’ per il timore dell’aggressività russa e un po’ per sopperire ai danni provocati al proprio comparto industriale da una applicazione giacobina del green deal) ha deciso di puntare sull’industria della difesa. Con il secondo mandato di Trump e il quasi totale sganciamento USA dalla difesa dell’Ucraina, gli europei hanno avuto l’ennesima riprova che le promesse di assistenza militare statunitense non sono scolpite nella roccia, ma possono perdere valore al cambio dell’inquilino dello Studio Ovale.
L’aggressiva politica dei dazi, presentati al proprio elettorato come misure punitive nei confronti degli europei “approfittatori” non ha aiutato. Tra l’altro, proprio mentre scriviamo (1 maggio) Trump ha annunciato che dalla prossima settimana eleverà i dazi su auto e camion importati dalla UE al 25%, lamentando presunti e non dimostrati comportamenti scorretti da parte della UE. I rapporti Europa-USA ricordano sempre di più la favola del lupo e dell’agnello di Fedro (e noi, purtroppo, non siamo il lupo)
Infine, l’attacco all’Iran (non concordato con gli europei, anche se anch’essi trarrebbero vantaggio da un regime change a Teheran) che con a chiusura di Hormuz sta causando danni economici enormi alle nostre economie, le continue, banali offese ai leader europei ed il susseguirsi di minacce hanno di fatto stancato anche i più filoamericani tra gli europei.
Inevitabile che da questa parte dell’Atlantico ci si stia rendendo conto che l’ombrello NATO forse, quando servirà, dovrà avvalersi solo delle capacità europee e che allora, forse, è giunto il momento di cambiare ombrello. Ma sappiamo anche che non è così semplice4.
Il minacciato ritiro delle forze USA dall’Europa
In questo contesto decisamente serio di deterioramento delle relazioni transatlantiche, le recenti minacce di Trump di ritirare gli asset militari statunitensi dislocati in Europa appare francamente risibile.
Soprattutto, però, la mossa sarebbe da un lato autolesionistica e dall’altro poco fattibile.
Decisione autolesionistica
A differenza di quanto poteva essere in epoca “Guerra fredda”, si tratta oggi di assetti funzionali soprattutto alle proiezioni di potenza USA che non necessariamente riguardano i paesi europei. Le basi in Spagna, Italia, Grecia e Turchia possono essere essenziali per supportare interventi USA in Nord Africa o in Medio Oriente. Durante la guerra in Iraq gli USA fecero largo ricorso anche alle basi di Incirlik (Turchia) e di Suda (Creta). Venendo ad oggi, le richieste USA di utilizzo (per scopi logistici) delle basi in Spagna e a Sigonella5 erano finalizzate ad una operazione US-only.
Le basi USA in Italia sono, oggi, infatti essenziali per qualsiasi operazione USA in Nord Africa o in Medio Oriente. È vero che Sigonella supporta anche le operazioni in Ucraina, ma per esempio la SETAF6 di base a Vicenza (ai tempi della Guerra Fredda di supporto alla nostra frontiera orientale) oggi non è più assegnata alla NATO ed è prioritariamente orientata ad interventi nazionali USA in Africa.
Consideriamo anche che mentre nel periodo della Guerra Fredda la nostra frontiera orientale era anche parte della frontiera NATO7 oggi non è più così8. Anche nel caso di eventuale, ipotetica aggressione convenzionale russa all’Europa (temuta da alcuni), tra l’Italia e la Russia ci sarebbero diversi altri paesi NATO, oltre all’Ucraina con cui ci si troverebbe dalla stessa parte. Per far fronte ad esigenze puramente NATO (ammesso e non concesso che a Trump l’argomento interessi) quelle basi potrebbero essere anche spostate più a Est. Ma ciò non vale per le esigenze USA in Nord Africa, per le quali il posizionamento di basi USA in Spagna, Italia, Grecia e Turchia può risultare particolarmente pagante.
Pertanto, ritirare in parte o in toto il circa tredicimila militari USA attualmente dislocati in Italia priverebbe Washington non solo degli occhi e delle orecchie orientate verso il Nord Africa, ma soprattutto comprometterebbe le possibilità di rapido intervento sulle sponde meridionali ed orientali del Mar Mediterraneo.
Insomma, ritirare il personale USA dall’Italia e da altri paesi europei considerati “disubbidienti” comprometterebbe seriamente le possibilità USA di rapido intervento militare non solo nel nostro continente, ma anche in Africa Settentrionale e, in misura minore, in Medio Oriente (dove oggi sono dislocati decine di migliaia di militari USA).
Il problema pare ancora più evidente con la Germania, da dove Trump ha dichiarato di voler ritirare 5.000 uomini. La Germania è da 80 anni il centro nevralgico della presenza USA in Europa, vi sono i principali comandi a stelle e strisce, tra cui ben 2 degli 11 Combattant Command USA9 (quello con responsabilità per l’Europa e quello con responsabilità per l’Africa). Inoltre, vi è l’importante base aerea di Ramstein. Base che ha ricoperto, con l’amministrazione Biden, un ruolo chiave per il supporto alle operazioni in Ucraina e che ora, come hub logistico, sta supportando anche le operazioni USA contro l’Iran. Un complesso importante ed estremamente costoso da replicare. Anche perché le concessioni fatte dalla Germania agli USA risalgono a periodi storici in cui la Germania, sconfitta in guerra, era divisa e sotto la minaccia del Patto di Varsavia. Difficile che qualche paese balcanico o est europeo oggi sia disponibile ad offrire agli USA condizioni analoghe e così vantaggiose come quelle offerte a suo tempo dalla Germania.
Decisione di dubbia fattibilità
Vi sono vari problemi a rendere attuabile in maniera seria quanto dichiarato da Washington.
Dico in maniera seria perché limitarsi ritirare solo qualche migliaio di militari sarebbe una presa in giro per il proprio stesso elettorato.
A parte il venir meno impegni assunti con gli alleati, si tratterebbe di decisioni con importanti risvolti economici a carico degli USA. Ci sono però anche dei vincoli di legge, che di fatto limitano molto le possibilità del presidente al riguardo.
Il National Defence Authorization Act10 per l’anno 2026 richiede l’autorizzazione del Congresso per ridurre per oltre 45 giorni il livello delle forze USA oltre Atlantico sotto il livello di 76.000 uomini (al momento la presenza militare USA nei paesi alleati oltreoceano (inclusa quindi la Turchia e la Gran Bretagna) sarebbe, secondo i calcoli più ottimistici, di circa 85 .000 militari. Quindi senza il supporto del Congresso (che non sarebbe garantito) il margine di manovra dell’amministrazione si ridurrebbe a poco più del 10% della forza presente (almeno per il 2026). Non sarebbe un segnale veramente efficace.
Certo, si potrebbero punire gli alleati “disobbedienti” e premiare quelli “obbedienti”, spostando gli assetti da un paese all’altro, con spese da sostenere sia in quelli che vengono lasciati sia in quelli dove realizzare ex-novo installazioni idonee. Quali paesi più “obbedienti”? Potrebbero esserlo i paesi balcanici (gli USA hanno già una grande base militare a Campo Bondsteel, in Kosovo), ma ciò richiederebbe tempo e impegni finanziari non trascurabili per realizzare ex novo nuove basi.
Il ritiro non appare, pertanto, né una minaccia che dovrebbe farci paura, né una opzione che abbia reali possibilità di essere messa in atto, se non per specifiche unità e numeri complessivamente limitati.
America First? no America Alone
Nel frattempo, però, si è incrinata forse irrimediabilmente la fiducia reciproca tra le due sponde dell’Atlantico. Si badi bene che non si tratta solo di opinioni pubbliche che ignorano le tematiche in discussione o di esponenti politici (che pure spesso ignorano il fulcro delle tematiche), perché anche tra gli “addetti ai lavori” la sfiducia nei confronti di Washington è in crescita iperbolica.
Recentemente, diplomatici e alti ufficiali europei che hanno lavorato per decenni in ambito NATO con incarichi di tutto rilievo e che sono sempre stati considerati “filo americani” si sono espressi in termini molto critici nei confronti degli alleati USA11.
L’Alleanza con gli Usa per noi europei (soprattutto per quei paesi che si affacciano su un Mediterraneo sempre più burrascoso) è importante e sarebbe da salvaguardare, certo, ma non a qualsiasi costo!
Se il costo in termini di imprevedibilità e infedeltà degli Usa diventa eccessivo, occorre cercare bilanciamento di potenza alternativi ed è giunto il momento di farlo.
Non si può pensare che dopo Trump il rapporto ritorni ad essere idilliaco (peraltro non lo è mai stato).
Trump non è l’origine del problema, la sua elezione è il risultato di un problema di graduale distanziamento degli interessi USA da quelli europei, processo iniziato già alla fine della Guerra Fredda. Continuare ad ignorare le scappatelle del coniuge a stelle e strisce non salverà il matrimonio transatlantico.
Occorre prenderne atto al più presto e i principali leader europei devono coordinarsi per presentarsi con idee chiare e una linea ferma e condivisa al prossimo Summit NATO di Ankara di luglio, in modo da non replicare la figura ignobile fatta lo scorso giugno a Washington (Il feudatario Donaldo, il mezzadro fiammingo, i contadini e le gabelle – Difesa Online)
1 POTUS: President Of The United States
2 Come JD Vance aveva definito Trump nel corso della Conferenza di Monaco del 2025
3 Choke point da anni minacciato dagli Houthi, che da Teheran ricevono ordini e rifornimenti
4 Anche se incominciano ad esservi segnali positivi di crescita autonoma dell’industria della difesa in Europa, come dimostra anche la recente decisione ammodernare la flotta Early Warning della NATO con velivoli SAAB svedesi in sostituzione dei Boeing americani (decisione che non deve essere stata presa benissimo a Washington). Ma il gap tra Europa e USA nel settore dell’industria della difesa è ancora enorme.
5 In merito alla non opportunità di negare l’uso di Sigonella e di vantarsene chi scrive si era già espresso su queste pagine (Sigonella: fu vera gloria? – Difesa Online)
6 Southern European Task Force-Africa
7 La Jugoslavia e l’Austria non erano in effetti parte del Patto di Varsavia, ma si riteneva ch, in caso di conflitto tra i due blocchi, la Jugoslavia avrebbe potuto schierarsi con Mosca, mentre si dava per quasi sicuro che le forze del Patto di Varsavia avrebbero tentato di occupare l’Austria al fine di incunearsi tra Italia e Germania federale,.
8 La grande base logistica USA di Camp Darby in Toscana all’epoca serviva anche per l’afflusso e la gestione dei rifornimenti USA alla nostra frontiera orientale, ma oggi non è più così.
9 Sono I Comandi Operativi Interforze cui viene delegata per intero la gestione di operazioni in particolari aree del globo. Ad esempio per il Medio Oriente e il Golfo Persico è responsabile CENTCOM (con base a Tampa)
10 The National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2026 (NDAA 2026) is a United States federal law which specifies the budget, expenditures, and policies of the U.S. Department of Defense (DOD) for fiscal year 2026. The NDAA is an annual act of Congress that redefines the U.S. military budget
11 Tra I tanti, possiamo ricordare il generale britannico Shireff (già Deputy SACEUR, quindi numero 2 della catena di comando NATO per le operazioni ) ha dichiarato “L’America parla e agisce non da alleato ma agisce come un predatore, un bullo, un paese che indebolisce la NATO” e il generale francese Yakovleff (già Deputy Chief of Staff di Shape e attualmente senior Mentor al NATO Defense College e docente alla prestigiosa SciencePo) ha dichiarato “I funzionari statunitensi devono smetterla di farsi di cocaina tra un meeting e l’altro”
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