Armenia, il nuovo fronte della guerra d’influenza russa
Una serie di informazioni emerse negli ultimi giorni delinea un quadro particolarmente sensibile: l’Armenia sarebbe diventata uno dei principali fronti della guerra d’influenza russa nello spazio post-sovietico. Non si tratterebbe soltanto di una normale competizione diplomatica, né di una semplice partita elettorale interna. Al centro vi sarebbe il tentativo di Mosca di impedire che il governo di Nikol Pashinyan consolidi il progressivo riavvicinamento di Yerevan all’Unione europea e agli Stati Uniti, trasformando l’Armenia da alleato dipendente della Russia in un attore più autonomo, capace di ridefinire la propria collocazione strategica nel Caucaso meridionale.
Per il Cremlino, l’Armenia non è un Paese qualunque. È un tassello storico della propria proiezione regionale, un presidio politico, militare e simbolico in un’area dove l’influenza russa si è costruita attraverso basi, accordi di sicurezza, dipendenze energetiche, reti economiche e rapporti personali sedimentati nel tempo. La guerra in Ucraina ha però modificato la percezione di molti partner tradizionali di Mosca. La Russia non appare più come il garante assoluto di stabilità che per anni aveva preteso di essere. Nel caso armeno, la sconfitta nel Nagorno-Karabakh e la sensazione di essere stata lasciata sola nei momenti decisivi hanno accelerato un processo di revisione strategica già in corso. Pashinyan ha interpretato questa fase provando ad aprire nuovi canali verso Bruxelles e Washington. È proprio questa scelta che Mosca percepisce come una minaccia.
Il quadro che emerge è quello di una pressione articolata su più livelli, nella quale ciascun attore avrebbe una funzione diversa. Il primo livello è politico-amministrativo e rimanda alle strutture russe incaricate di seguire i dossier dei Paesi vicini. In questo ambito compaiono Valery Chernyshov e il colonnello Dmitry Avanesov, che non vanno presentati come semplici diplomatici. Chernyshov viene indicato come figura inserita nella struttura presidenziale incaricata dello sviluppo delle relazioni interregionali e socioculturali, ma con un profilo riconducibile al mondo dell’intelligence militare. Avanesov, suo vice, è un colonnello con formazione militare e con un percorso che avrebbe incluso anche corsi avanzati in ambiti collegati alla sicurezza nazionale. Il loro ruolo sembrerebbe dunque quello di coordinatori politico-operativi: non agenti di campo nel senso classico, ma funzionari incaricati di seguire, orientare e sostenere la proiezione russa su Yerevan.
Accanto a questa catena vi è il livello diplomatico ufficiale. Qui il nome principale è Mikhail Kalugin, capo del Quarto Dipartimento per i Paesi della CSI del Ministero degli Esteri russo. Formalmente il suo è un incarico ministeriale, ma la sua biografia viene descritta come particolarmente sensibile, perché attraversa contesti nei quali il confine tra attività diplomatica, raccolta informativa e influenza politica può risultare molto sottile. Per questa ragione Kalugin andrebbe considerato come una figura della diplomazia russa impegnata sul dossier armeno, con un profilo di sicurezza significativo, senza però confonderlo con gli operativi o i presunti operativi sotto copertura.

Il secondo livello è quello del soft power. In Armenia la promozione culturale, la cooperazione umanitaria, le fondazioni, i centri di studio e le iniziative rivolte ai giovani costituirebbero una componente essenziale della strategia di Mosca. È qui che si collocano Igor Chaika e Vadim Fefilov. Chaika, oggi alla guida di Rossotrudničestvo, non va descritto come agente operativo, ma come figura di vertice di un apparato di influenza. La sua agenzia, in molti contesti post-sovietici, non si limita a organizzare eventi culturali: costruisce reti, sostiene narrative favorevoli a Mosca e alimenta la percezione che il futuro dei Paesi vicini debba restare legato alla Russia. Fefilov, capo della Casa Russa di Yerevan ed ex giornalista, appartiene allo stesso dispositivo di comunicazione e presenza culturale. Attraverso seminari, conferenze, incontri e iniziative rivolte soprattutto ai giovani, la narrativa proposta sarebbe semplice e potente: l’Armenia avrebbe un futuro solo con la Russia, mentre l’Occidente sarebbe un partner instabile, opportunista o persino ostile.
Il terzo livello, il più delicato, riguarda gli apparati di intelligence veri e propri. Alexey Myshliavkin, formalmente indicato come figura commerciale o diplomatica, viene presentato dalle informazioni emerse come uomo dell’SVR, il servizio di intelligence estera russo, e come possibile residente a Yerevan. La sua copertura ufficiale sarebbe quella di rappresentante commerciale, mentre la funzione attribuita sarebbe quella di coordinare attività informative russe in Armenia. Accanto a lui viene collocato Sergey Katin, indicato come suo vice e ricondotto anch’egli all’SVR. Il materiale disponibile lo descrive come figura con una traiettoria professionale compatibile con attività sotto copertura: formazione in ambito di intelligence, passaggi attraverso strutture apparentemente civili e poi impiego nel contesto armeno. A rafforzare questa attribuzione vi sarebbe anche una scheda finanziaria del 2009 nella quale, alla voce relativa al luogo di lavoro, compare l’indicazione dell’unità militare 33949, elemento che nel racconto documentale viene collegato all’SVR. In questa categoria non siamo più nel campo della propaganda o della diplomazia tradizionale, ma in quello degli operativi o presunti operativi dell’intelligence estera russa presenti in Armenia con funzioni informative.
Sul versante FSB emergono invece i nomi di Sergey Kivacuk e Vitaly Kucheruk. Kivacuk viene indicato ufficialmente come consigliere dell’ambasciata russa, ma il profilo attribuito è quello di un generale dell’FSB. Il suo compito non riguarderebbe soltanto il monitoraggio del governo armeno e di Pashinyan, ma anche il controllo della comunità russa rifugiatasi in Armenia dopo l’inizio della mobilitazione. Per Mosca, i cittadini russi espatriati, soprattutto se contrari alla guerra e critici verso Putin, rappresentano una minaccia politica anche quando si trovano fuori dai confini della Federazione. Kucheruk, ufficialmente primo segretario dell’ambasciata russa, viene invece descritto come figura priva di un reale profilo diplomatico tradizionale e proveniente da strutture dell’FSB legate all’ambito militare. Sarebbe spesso presente presso la base russa di Gyumri, dove incontrerebbe fonti e interlocutori. Anche qui la differenza di ruolo è decisiva: Kucheruk non appartiene al soft power, non è un politico, non è un imprenditore. Rientrerebbe nella componente di sicurezza e controinformazione che Mosca mantiene nel Paese, sfruttando la copertura diplomatica e la presenza militare ancora radicata sul territorio armeno.
Un caso diverso, e da trattare con particolare attenzione, è quello di Kristina Grigoryan (foto seguente). La sua presenza nel quadro non deve creare equivoci: non fa parte della rete russa. Al contrario, rappresenta uno dei possibili bersagli delle attività informative di Mosca. Grigoryan è stata posta alla guida del nuovo Servizio di intelligence estera armeno, creato da Pashinyan nel tentativo di costruire un apparato meno dipendente dalle vecchie strutture e più coerente con la nuova linea di autonomia strategica del Paese. Proprio per questo sarebbe finita sotto osservazione. Le informazioni emerse suggeriscono che i servizi russi avrebbero cercato di raccogliere elementi sulla sua vita privata, sui suoi contatti internazionali e sul processo di costruzione della nuova intelligence armena. La sua figura è quindi centrale non perché appartenga alla pressione russa, ma perché rappresenta uno degli strumenti attraverso cui Yerevan prova a sottrarsi a quella pressione.

Il quarto livello riguarda gli attori economici e politici locali o comunque collegati alla partita armena. Il nome più rilevante è Samvel Karapetyan, miliardario di origine armena, cittadino russo, fondatore del gruppo Tashir e figura associata al blocco politico “Armenia Forte”. Anche in questo caso occorre evitare semplificazioni. Karapetyan non va presentato come un agente dei servizi, ma come un attore economico-politico radicato nel sistema russo, con interessi, relazioni e capacità finanziarie tali da renderlo potenzialmente funzionale alla strategia del Cremlino contro Pashinyan. La documentazione russa riferita al suo passaporto estero, rilasciato a Kaluga nel 1999, conterrebbe inoltre alla voce “luogo di lavoro” un riferimento al Centro informazioni FSB. È un elemento da trattare con prudenza: non trasforma Karapetyan in un agente, ma conferma la natura sensibile del suo rapporto con l’apparato russo e spiega perché la sua figura sia politicamente rilevante nella partita armena.
Nello stesso perimetro politico rientra anche Gagik Tsarukyan, leader di Armenia Prospera, forza che in passato ha firmato un protocollo di cooperazione con Russia Unita. La presenza, nella documentazione emersa, di una copia del suo passaporto e di un budget elettorale riferito alla campagna parlamentare del 2017 suggerisce che il lavoro russo sulle forze armene non fosse soltanto narrativo o diplomatico, ma includesse anche una dimensione di pianificazione politico-finanziaria. È un passaggio importante, perché mostra come la pressione di Mosca possa muoversi insieme sul piano delle reti personali, dei fondi, delle campagne informative e della costruzione di alternative politiche compatibili con gli interessi del Cremlino.
Questa distinzione dei ruoli è essenziale perché consente di comprendere la natura della guerra d’influenza russa. Mosca non agisce attraverso un solo canale. Non esiste soltanto l’agente sotto copertura, così come non esiste soltanto il propagandista o il finanziatore politico. La forza del sistema russo sta nella capacità di combinare livelli diversi: il funzionario dell’amministrazione presidenziale che coordina, il diplomatico che apre porte, il servizio che raccoglie informazioni, il centro culturale che plasma le percezioni, l’uomo d’affari che finanzia o legittima alternative politiche, la struttura militare che mantiene una presenza sul territorio. Ogni elemento, preso singolarmente, potrebbe sembrare limitato. Nel loro insieme, però, questi strumenti compongono una macchina capace di incidere sulla sovranità politica di uno Stato.
In questo senso, l’Armenia è un laboratorio della competizione ibrida contemporanea. Il Cremlino non ha bisogno di occupare militarmente il Paese per condizionarlo. Può cercare di influenzarne le elezioni, alimentarne le fratture interne, presentare l’Occidente come una minaccia, sostenere attori politici più compatibili con i propri interessi, monitorare i funzionari chiave, esercitare pressione economica e far pesare la presenza della base di Gyumri. La posta in gioco è molto più ampia del destino personale di Pashinyan. Se l’Armenia riuscisse a consolidare il proprio spostamento verso l’Occidente, Mosca perderebbe un altro pilastro dell’ordine post-sovietico. Dopo l’Ucraina, dopo le difficoltà in Moldova, dopo la crescente autonomia di alcuni partner centroasiatici e dopo le tensioni nel Caucaso, anche Yerevan mostrerebbe che la fedeltà alla Russia non è più un dato acquisito.
Per l’Occidente, invece, l’Armenia rappresenta una prova di credibilità. Non basta incoraggiare Yerevan a prendere le distanze da Mosca. Occorre offrire strumenti concreti: cooperazione sulla sicurezza, sostegno istituzionale, resilienza informativa, protezione dalle pressioni economiche, rafforzamento delle capacità di intelligence e un rapporto politico che non lasci l’Armenia esposta alla ritorsione russa. La scelta di autonomia ha un costo. Se questo costo viene lasciato interamente sulle spalle di Yerevan, la propaganda del Cremlino avrà gioco facile nel presentare l’Occidente come un partner pronto a promettere molto e a garantire poco.
La battaglia armena, dunque, non è un episodio locale. È un frammento della più ampia guerra d’influenza che accompagna la guerra militare in Ucraina e la ridefinizione degli equilibri eurasiatici. Mosca combatte con missili e droni, ma combatte anche con ambasciate, fondazioni, centri culturali, uomini d’affari, canali diplomatici, operatori dei servizi, campagne disinformative e reti politiche. In Armenia questa macchina sembra essersi rimessa in moto con particolare intensità. Il risultato non dipenderà solo dalle urne, ma dalla capacità dello Stato armeno di riconoscere la pressione, distinguere i diversi livelli della minaccia e costruire istituzioni abbastanza solide da resistere a una competizione che non si presenta mai con un solo volto.
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