Assassinato Andriy Parubiy ex presidente del Parlamento ucraino e segretario del Consiglio di sicurezza nazionale ucraino
Il 30 agosto 2025, Andriy Parubiy, ex presidente del parlamento ucraino e figura chiave del Maidan, cammina per le strade di Leopoli. Un corriere della piattaforma di consegne Glovo si avvicina. In pochi secondi, otto colpi di pistola pongono fine alla vita di uno dei più controversi architetti dell’Ucraina post-2014. L’assassino fugge su una bicicletta elettrica, lasciando dietro di sé non solo un cadavere, ma una domanda che scuote le fondamenta del potere ucraino: chi sta eliminando sistematicamente le figure del nazionalismo radicale?
L’omicidio di Parubiy non è un evento isolato. È il terzo anello di una catena di sangue che si dipana da oltre un anno attraverso l’Ucraina occidentale, tradizionalmente considerata la zona più sicura del paese. Prima di lui, il 19 luglio 2024, era toccato a Iryna Farion, ex deputata ultranazionalista e linguista radicale, uccisa con un colpo alla testa davanti alla sua casa di Leopoli. Poi, il 14 marzo 2025, Demyan Hanul, attivista di estrema destra ed ex leader di Settore Destro a Odessa, venne giustiziato in pieno giorno nel centro della città portuale.
Un modus operandi che racconta una storia
L’analisi di questi tre omicidi rivela un pattern inquietante che va oltre la semplice coincidenza. Tutti e tre i bersagli erano figure controverse del nazionalismo ucraino, con un passato legato all’estrema destra. Tutti e tre sono stati eliminati con esecuzioni professionali in luoghi pubblici, quasi a voler mandare un messaggio. E, particolare ancora più significativo, sia Hanul che Parubiy avevano richiesto protezione statale nelle settimane precedenti alla loro morte, protezione che era stata sistematicamente negata.
Il deputato ucraino Artem Dmytruk ha rivelato che Parubiy aveva chiesto protezione solo due mesi prima di essere ucciso. Una richiesta respinta che solleva domande scomode: le autorità sapevano e hanno scelto di non agire? O peggio, c’era un interesse attivo nel lasciare questi individui esposti?
Le ipotesi sul tavolo: un labirinto di possibili mandanti
La pista della pulizia politica interna
L’ipotesi più credibile, secondo diversi analisti, punta verso una sistematica eliminazione della “vecchia guardia” nazionalista orchestrata dall’interno dell’establishment ucraino. L’ambasciatore russo Rodion Miroshnik, pur rappresentando una fonte di parte, ha offerto un’interpretazione che trova eco anche in ambienti neutrali: i politici ucraini stanno “ripulendo il campo politico dai vecchi banderisti in previsione di ipotetiche elezioni”.
Questa teoria trova sostegno in diversi elementi concreti. Parubiy era membro del partito Solidarietà Europea dell’ex presidente Petro Poroshenko, principale oppositore di Zelensky. Nel febbraio 2025, Zelensky aveva imposto sanzioni proprio contro Poroshenko, includendo il congelamento dei beni e altre restrizioni. La tensione tra il governo attuale e l’opposizione nazionalista ha raggiunto livelli che molti considerano pericolosi per la stabilità del paese.
L’ombra lunga di Odessa 2014
Ma c’è un’altra pista, forse ancora più inquietante, che riporta a uno dei capitoli più oscuri della storia recente ucraina: la tragedia di Odessa del 2 maggio 2014. In quel giorno, 48 persone morirono, di cui 42 nell’incendio della Casa dei Sindacati, durante scontri tra filo-russi e nazionalisti ucraini. Né Parubiy, allora segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, né Hanul, attivo negli scontri come leader nazionalista, furono mai processati per il loro ruolo in quella tragedia.
Nel marzo 2025, pochi giorni dopo l’omicidio di Hanul, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Ucraina per il fallimento delle indagini su Odessa, ordinando compensi alle famiglie delle vittime. Dopo oltre un decennio di impunità, qualcuno potrebbe aver deciso di farsi giustizia da solo. Le famiglie delle vittime, gruppi di vendetta, o anche organizzazioni più strutturate potrebbero aver identificato in questi tre individui dei bersagli simbolici per una vendetta a lungo covata.
La guerra intestina dell’ultradestra
Un’ulteriore dimensione emerge dall’analisi delle dinamiche interne all’estrema destra ucraina. Il gruppo neonazista americano “White Phoenix” ha rivendicato l’assassinio di Parubiy attraverso la sua ala ucraina, accusandolo di aver tradito gli ideali del nazionalismo puro per unirsi “al campo degli oligarchi corrotti”. Questa rivendicazione, seppur non verificata, illumina le profonde fratture all’interno del movimento ultranazionalista ucraino.
L’ecosistema dell’estrema destra ucraina è infatti un mosaico frammentato di gruppi in competizione: Azov, Settore Destro, Svoboda, Corpo Nazionale. Ognuno con i propri sponsor, le proprie ambizioni, i propri territori. In questo contesto, l’eliminazione di figure di spicco potrebbe essere parte di una guerra intestina per il controllo delle risorse e dell’influenza politica.
Il caso Hanul: quando l’assassino credeva di servire lo stato
Il caso dell’omicidio di Demyan Hanul offre uno squarcio particolarmente inquietante su queste dinamiche. L’assassino, Serhii Shalaiev, un militare disertore di 46 anni, si è dichiarato colpevole ma con una rivelazione scioccante: secondo le testimonianze, credeva di eseguire un incarico del SBU, i servizi di sicurezza ucraini. I contatti con gli organizzatori erano avvenuti attraverso metodi di intimidazione e reclutamento che mimavano le procedure dei servizi segreti.
Questa rivelazione apre scenari da guerra psicologica: operazioni false flag interne, manipolazione di individui instabili per eliminare bersagli scomodi, plausibile negabilità per lo stato. Se confermata, questa modalità operativa suggerirebbe un livello di cinismo e calcolo politico che supera anche le più pessimistiche previsioni sulla deriva autoritaria del governo ucraino in tempo di guerra.
I testimoni scomodi di crimini mai processati
C’è poi l’ipotesi, meno immediata ma non meno plausibile, che vede questi tre individui come testimoni scomodi di eventi che qualcuno preferisce rimangano sepolti. Parubiy era stato accusato di coinvolgimento nell’organizzazione dei cecchini che spararono sia sui manifestanti che sulla polizia durante il Maidan, un evento chiave che accelerò la caduta del governo Yanukovich ma le cui responsabilità rimangono oscure.
Tutti e tre potrebbero aver posseduto informazioni compromettenti su finanziamenti occulti ai gruppi paramilitari, collegamenti con servizi segreti occidentali, o crimini di guerra commessi nel Donbass. In un contesto dove si inizia a parlare sottovoce di possibili negoziati di pace, la loro eliminazione potrebbe essere parte di una “pulizia” preventiva per rimuovere elementi che potrebbero complicare future trattative o rivelare verità scomode.
L’Ucraina di fronte allo specchio
Questi omicidi, indipendentemente da chi ne sia il mandante, rivelano una verità inquietante sull’Ucraina contemporanea: la violenza che il paese ha scatenato e legittimato in nome del patriottismo e della difesa nazionale sta ora rivolgendosi contro i suoi stessi creatori. È la nemesi di un sistema che ha elevato la violenza politica a strumento legittimo di azione, che ha armato e glorificato gruppi paramilitari, che ha chiuso gli occhi su crimini in nome della causa nazionale.
Il fatto che le autorità abbiano negato protezione a individui chiaramente minacciati suggerisce, nel migliore dei casi, una colpevole negligenza; nel peggiore, una complicità attiva. In entrambi i casi, emerge l’immagine di uno stato che ha perso il controllo monopolistico della violenza, o che lo esercita in modo selettivo e politicamente motivato.
Il prezzo del silenzio
Mentre l’operazione “Siren” continua la caccia all’assassino di Parubiy, e mentre i tribunali ucraini processano a porte chiuse gli assassini di Farion e Hanul, le domande fondamentali rimangono senza risposta. Chi ha ordinato queste esecuzioni? Quali segreti sono morti con queste tre figure controverse? E soprattutto, chi sarà il prossimo?
Le autorità ucraine mantengono un silenzio assordante sui possibili moventi, limitandosi a dichiarazioni di circostanza sulla necessità di trovare i colpevoli. Ma in un paese dove la giustizia per la tragedia di Odessa non è mai arrivata, dove i crimini del Maidan rimangono impuniti, dove la guerra ha normalizzato la violenza come strumento politico, forse la vera domanda non è chi ha ucciso Farion, Hanul e Parubiy, ma piuttosto: in un sistema costruito sulla violenza e l’impunità, c’è davvero differenza tra carnefici e vittime?
L’Ucraina si trova di fronte a uno specchio che riflette le conseguenze delle scelte fatte dal 2014 in poi. L’eliminazione sistematica di figure del nazionalismo radicale, che siano opera di vendette private, lotte intestine o calcoli di stato, rappresenta il culmine tragico di un processo di radicalizzazione e militarizzazione della politica che ora divora i suoi stessi figli. In questo senso, indipendentemente dall’identità dei mandanti, questi omicidi rappresentano il fallimento di un’intera classe politica che ha scelto la strada della violenza come soluzione ai problemi del paese.
La storia insegna che le rivoluzioni finiscono spesso per divorare i propri figli. L’Ucraina del 2025 sembra confermare questa amara verità, con una variante particolarmente crudele: in questo caso, non è chiaro se sia la rivoluzione a divorare i suoi figli, o se siano i figli della rivoluzione a divorarsi tra loro, mentre il paese sprofonda sempre più nel baratro di una guerra che sembra non avere fine.
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