“Boots on the ground” in Iran: un’opzione plausibile?
È risaputo, ma è bene ribadirlo, che una guerra non si vince solo attraverso i reiterati bombardamenti sugli obiettivi designati; a un certo punto, è necessario occupartli fisicamente, piantarci sopra la propria bandiera ed enunciare a chiare lettere: “Da adesso in avanti, le regole qui le stabiliamo noi.” Almeno fintanto che chi è stato prima bastonato e poi cacciato via in malo modo, non sia in grado di riorganizzarsi e riprendersi quanto ceduto per la sconfitta. Tale situazione può verificarsi con i contrattacchi sferrati quando una guerra è ancora in corso. Non si verifica mai quando una guerra è persa. Risulta vincitore, dunque, chi occupa il territorio in pianta stabile (fino alla prossima guerra) e lo governa o lo fa governare da chi è sostenitore delle politiche dell’occupante.
Proviamo a immaginare, allora, quali possano essere le linee d’azione per impiegare delle truppe di terra in territorio iraniano, in una fase, si spera, risolutiva del conflitto.
Cominciamo a chiederci se è verosimile un intervento da parte di unità degli Stati Uniti. Allo stato attuale, l’unica forma di penetrazione del territorio iraniano sarebbe possibile attraverso una massiccia infiltrazione di aviotruppe, per le ovvie considerazioni connesse alle distanze geografiche e all’aspetto, non del tutto secondario, che il paese attaccato non è confinante con quello degli attaccanti. È di questi giorni la notizia riportata da numerosi organi di stampa statunitensi, relativa alla sospensione di un’importante esercitazione su larga scala dell’82ª divisione aviotrasportata (82^ Airborne), che ha alimentato le speculazioni sul fatto che l’unità potrebbe essere schierata per una potenziale operazione di terra contro l’Iran.
L’82ª divisione aviotrasportata, di stanza a Fort Bragg, nella Carolina del Nord, ha in organico una brigata combat ready composta da circa 4.000 uomini. L’unità è pronta a schierarsi entro 18 ore per missioni come la sicurezza di aeroporti e infrastrutture critiche, il rafforzamento delle ambasciate statunitensi e il supporto alle evacuazioni di emergenza. Il Comando in questione supervisiona la pianificazione e l’esecuzione di tutte queste operazioni.

Storicamente, la Forza di risposta immediata (IRF) dell’82ª divisione aviotrasportata è stata impiegata per importanti operazioni all’estero, tra cui l’eliminazione del comandante della Forza Quds Qasem Soleimani nel 2020, il ritiro dall’Afghanistan nel 2021 e la difesa dell’Europa orientale nel 2022 in vista dell’invasione russa dell’Ucraina. Sebbene non sia stata confermata alcuna posizione ufficiale su un’operazione di terra, la possibilità non è stata esclusa.
Il 2 marzo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che le forze di terra statunitensi probabilmente non saranno necessarie per le operazioni militari contro l’Iran, pur non escludendo totalmente l’eventualità. Il 4 marzo, Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha risposto alle domande dei giornalisti ribadendo che tale opzione non fa parte del piano operativo in questa fase, ma che non è esclusa. È stata anche paventata l’ipotesi di schierare distaccamenti statunitensi su piccola scala per colpire specifici obiettivi strategici, piuttosto che un’invasione su larga scala.
Al di là dei rischi politici in cui Trump potrebbe incorrere, bisogna valutare la fattabilità di tale linea d’azione e la sua reale efficacia. Non dimentichiamo i fallimenti dell’Operazione Market Garden condotta dai paracadutisti Alleati nel 1944 e dell’Operazione Antonov delle VDV russe lanciate sull’aeroporto di Kiev all’inizio dell’invasione nel 2022. Il numero esiguo di paracadutisti americani infiltrabili, rapportato all’entità dei Pasdaran che dovrebbero affrontare, ne decretebbe inevitabilmente la sconfitta.
Le forze aviotrasportate non sono concepite per resistere per lunghi periodi di tempo e i due esempi storici citati ricordano che la possibilità di resistere delle unità aviotrasportate in attesa del ricongiungimento con altre unità terrestri necessariamente in afflusso per il consolidamento delle “teste di ponte” create dai parà, può variare dalle quarantotto alle novantasei ore. Probabilmente una brigata, dotata di un sostegno logistico e di un proprio supporto di fuoco (artiglierie) che le consentono una maggiore autonomia, potrebbe resistere più a lungo, ma l’afflusso di grandi unità terrestri per la prosecuzione degli sforzi e il mantenimento delle posizioni è una condizione necessaria. Certamente i paracadutisti non potrebbero contare sull’”arrivo dei nostri” in termini di altre unità americane via terra.

Chi allora, eventualmente, potrebbe rialimentare il combattimento contro gli iraniani? E Chi sono gli iraniani ancora disponibili per il combattimento, nonostante i reiterati e intensi attacchi dal cielo condotti dalla colalizione israelo-americana?
In un ipotetico scenario di combattimento sul suolo iraniano, le forze di terra della Repubblica Islamica, caratterizzate da una struttura duale unica al mondo, potrebbe contare su oltre 610.000 effettivi attivi, supportati da una vasta riserva e milizie paramilitari. Innanzitutto consideriamo l’Esercito Regolare (Artesh), la forza militare convenzionale, si stima abbia un numerico di circa 350.000 soldati. Dispone di circa 1.500 carri armati, tra cui i T-72 russi e i modelli di produzione nazionale Zulfiqar, oltre a circa 7.000 sistemi di artiglieria e lanciarazzi multipli. I compiti dell’Artesh riguardano le operazioni di guerra convenzionale e la difesa dei confini nazionali. Accanto all’Artesh troviamo il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran/IRGC) che rappresenta l’élite ideologica e operativa, con un focus crescente sulla proiezione di potenza e la guerra asimmetrica. Consta di una forza stimata tra le 150.000 e le 190.000 unità dedicate specificamente alle operazioni di terra.
Ai Pasdaran appartiene la Forza Quds, unità per operazioni speciali, guerra non convenzionale e intelligence. Estremamente rapidi e mobili, impiegano veicoli blindati leggeri e la tipologia di veicoli noti come “tecniche” – generalmente pick-up e veicoli a quattro ruote motrici, modificati per montare mitragliatrici pesanti, lanciarazzi o altri sistemi di armamento – utilizzati per azioni che richedono rapidità e un elevato volume di fuoco (tattiche hit-and-run). I loro compiti sono relativi alla difesa delle istituzioni politiche e alla conduzione di operazioni asimmetriche in caso di invasione.
Subordinata ai Pasdaran, troviamo la Milizia Basij, una forza paramilitare di volontari con compiti di difesa interna e il controllo del territorio. Questa milizia può mobilitare potenzialmente milioni di cittadini, in caso di conflitto totale. I Basij devono fornire la massa critica necessaria per la difesa locale, provvedere alla soppressione di rivolte interne e fornire sostegno logistico capillare in ogni centro abitato.
Veniamo al ruolo e alle potenzialità di Israele. A partire da marzo 2026, l’IDF ha dichiarato che lo schieramento di truppe di terra in Iran è improbabile e non è attualmente considerato un’opzione pratica. Nonostante la mobilitazione di forze speciali e riservisti, la strategia israeliana nell’ambito dell’Operazione Roaring Lion rimane concentrata su una massiccia campagna aerea e missilistica.
Vediamo i dettagli principali sullo stato delle operazioni di terra, per quanto ci è dato di conoscere. Sebbene un’invasione su vasta scala sia esclusa, unità di commando dell’IDF e del Mossad avrebbero già condotto missioni segrete all’interno del territorio iraniano per supportare gli attacchi aerei e condurre operazioni di inganno. Il portavoce militare Nadav Shoshani ha ribadito che, per quanto sia stato pianificato un conflitto di diverse settimane, l’invio di forze di terra non è nei piani attuali a causa delle difficoltà logistiche e operative. L’IDF ha avviato un significativo rinforzo delle truppe di terra, ma queste sono posizionate ai confini di Israele per affrontare scenari di difesa e attacco contro minacce regionali immediate come Hezbollah in Libano, piuttosto che per una spedizione in Iran. L’impegno in territorio libanese, invece, come abbiasmo visto è stato ampiamente avviato.

A livello strategico, l’attuale fase della campagna mira a distruggere l’infrastruttura missilistica e la base industriale della difesa iraniana attraverso la superiorità aerea. Sono emerse, inoltre, segnalazioni di gruppi curdi che avrebbero iniziato operazioni transfrontaliere dall’Iraq verso l’Iran, con il possibile supporto aereo degli Stati Uniti, ma queste non coinvolgono direttamente unità terrestri dell’IDF. In definitiva, mentre le unità speciali dell’IDF sono attive in ruoli tattici e clandestini, non ci sono unità pronte o destinate a un’operazione di terra convenzionale in territorio iraniano.
Entriamo, allora, nel merito di come l’intelligence israeliana sta coordinando le milizie curde. In relazione all’escalation militare in atto, il coordinamento tra il Mossad e le milizie curde iraniane è diventato un pilastro della strategia di terra per destabilizzare la Repubblica Islamica.
Le attività si articolano sostanzialmente su tre livelli principali:
1. Infiltrazione e Supporto Logistico. Il Mossad ha consolidato reti informative all’interno delle province curde iraniane (Rojhelat), fornendo dati in tempo reale su spostamenti dei Pasdaran e siti missilistici. In collaborazione con la CIA, Israele sta fornendo equipaggiamento moderno alle fazioni del PDKI (Partito Democratico del Kurdistan Iraniano) e del Komala. Questo include droni da ricognizione, sistemi di comunicazione criptati e armamento leggero per tattiche di guerriglia. Le milizie operano da basi nel nord dell’Iraq, dove ricevono istruzioni operative per condurre infiltrazioni transfrontaliere mirate.
2. Coordinamento Strategico con gli Stati Uniti. Il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha esercitato per mesi una forte pressione sugli Stati Uniti per integrare i gruppi curdi nel piano d’attacco. Di conseguenza, il presidente Donald Trump ha avuto colloqui diretti con leader curdi, come Mustafa Hijri (PDKI) e Bafel Talabani (PUK), per discutere il loro ruolo in una potenziale offensiva terrestre, anche con l’obiettivo di creare un fronte interno che costringa l’Iran a disperdere le proprie forze di terra.
3. Operazioni di Terra e Sabotaggio. Le milizie curde sono state addestrate per colpire infrastrutture critiche, come depositi di munizioni e centri di comando regionali, sfruttando la conoscenza capillare del territorio montuoso. L’intelligence israeliana punta a trasformare queste operazioni militari in una scintilla per una rivolta popolare su vasta scala, sperando che il caos interno faciliti un cambio di regime.
Allo stato attuale, mentre alcune fonti giornalistiche riportano l’inizio di un’offensiva con migliaia di combattenti curdi già penetrati in Iran, i leader dei gruppi (PJAK, PDKI, PAK e Komala) mantengono una posizione ufficiale di cautela, negando un’invasione su vasta scala ma confermando di essere pronti a intervenire. L’Iran ha risposto colpendo preventivamente le basi curde in Iraq con missili e droni per neutralizzare la minaccia prima che si trasformi in un’offensiva coordinata.
Alla luce di queste premesse, ci si può chiedere se è verosimile l’impiego di forze di paesi confinanti con l’Iran per condurre operazioni terrestri contro le forze di Teheran, secondo il principio delle guerre di prossimità. In base agli sviluppi geopolitici e militari del marzo 2026, tale scenario è verosimile, ma differenziato in base agli attori e alle finalità.
L’opzione attualmente più concreta per operazioni di terra asimmetriche prevede l’ingaggio di Forze curde. Di fatto le milizie sono in fase di preparazione, in attesa di garanzie politiche (in particolare dall’amministrazione Trump) prima di impegnarsi in un’offensiva terrestre su vasta scala. A tale proposito, è degna di menzione la dichiarazione della first lady del governo curdo-iracheno che, in un comunicato ufficiale (segue) dal significativo titolo Leave the Kurds Alone. We Are Not Guns for Hire, afferma: “Oggi i Curdi dell’Iraq stanno finalmente assaporando una misura di stabilità e dignità nella vita. Pertanto, è molto difficile, se non impossibile, che i Curdi accettino di essere trattati come pedine dalle superpotenze mondiali.” Ma non basta, in un colloquio intercorso tra chi scrive e l’analista geopolitica Greta Cristini, quest’ultima ha riferito del sentimento di forte autocritica che aleggia tra le autorità curde, relativamente all’incapacità di avanzare adeguate pretese di compenso per l’impegno “per procura” profuso fino ad oggi dai Curdi in diversi teatri bellici.

Guardiamo, poi, ai Paesi del Golfo, situati sul confine meridionale.Nonostante l’ostilità, i paesi del Golfo (Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti) mantengono un atteggiamento cauto. Attualmente questi Stati agiscono principalmente come basi logistiche per le forze aeree e navali statunitensi, piuttosto che come fornitori di truppe di terra proprie. Sebbene colpiti da ritorsioni iraniane (come l’attacco dell’Iran al Kuwait del 28 febbraio 2026), questi Stati temono le conseguenze di un’invasione di terra diretta.
Altri attori su questo teatro operativo sono l’Afghanistan e il Pakistan, sul confine orientale.Tuttavia, l’instabilità ai confini orientali rende improbabile un loro impiego come proxy anti-iraniani. Riguardo all’Afghanistan, le tensioni tra i Talebani e il governo pakistano assorbono gran parte delle risorse militari locali. Dal canto suo il Pakistan mantiene una cooperazione storica con l’Iran per il controllo del Belucistan, rendendo difficile un voltafaccia per operazioni di terra coordinate da terzi.
Al confine settentrionale, troviamo l’Azerbaijian, alleato strategico di Israele. Proprio in questi giorni, il nostro ministero degli Esteri ha spostato l’ambasciata italiana da Teheran a Baku. Sebbene il territorio azero possa essere usato per operazioni di intelligence o come area idonea la lancio di droni, un’invasione di terra diretta rischierebbe di scatenare un conflitto regionale con la Russia, storico alleato dell’Iran.
In sintesi, il “principio delle guerre di prossimità” si sta applicando soprattutto attraverso attori non statali (milizie curde) piuttosto che eserciti regolari dei paesi vicini, i quali preferiscono evitare un coinvolgimento diretto sul terreno, per timore delle ritorsioni iraniane attuate con il lancio di missili e droni.
Foto: OpenAI / U.S. Army / IDF / web
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