Canada, fuga dagli USA: l’Europa sarà la nuova casa?
L’acero canadese in Europa non è mai riuscito ad attecchire facilmente, dati clima e resa economica; potrebbe però essere giunto il momento di scorgere qualche foliage rosso scarlatto canùk, agitato da venti yankee, ciecamente capaci di soffiare sulle braci di una guerra commerciale che ha indotto Ottawa a cercare nuove partnership. Mark Carney punta ad un’alleanza con l’UE dando spazio alla sua strategia delle potenze medie, intento gradito alla Von der Leyen.
L’apertura arriva quando fioccano dazi e contro dazi tra Ottawa e Washington, con Trump che non ha saputo far altro che alimentare le fiamme, arrivando a ipotizzare di poter ricamare presto sulla bandiera americana la 51a stella canadese, dopo essersi fumettisticamente appropriato di diverse denominazioni geografiche, non ultima quella del lago Ontario. Ecco perché Ottawa ha cercato nuovi e meno ondivaghi legami economici e securitari con l’Europa, ed ecco la proposta di rendere il Canada membro associato, uno status inedito.
Asset e lavoratori canadesi potrebbero circolare tra Europa e Canada, sfumando così i confini economici, prevedendo sia la posa di cavi sottomarini per collegare Vecchio Continente e Nord America, sia la costruzione di data center e reti satellitari; non a caso Carney, che ha governato la Bank of England per 7 anni, sta puntando a reindirizzare il gas verso gli europei ancora dipendenti dall’energia russa.
Ulteriori avvicinamenti sono (seriamente) previsti con il prossimo vertice UE di Montreal, e (più pericolosamente), nel 2027, con il debutto canadese all’Eurovision Song Contest ma senza poter contare né su Bryan Adams né su Alanis Morissette, che geopoliticamente e come rock sarebbero tanta roba.
Già in precedenza, Carney ha partecipato ad incontri virtuali della Joint Expeditionary Force, la coalizione di risposta rapida dedicata alla sicurezza nell’High North e che non richiede appartenenze a UE e NATO, posto peraltro che il Canada è già sul terreno del wider north, in quanto partecipante alla difesa della Lettonia. La logica strategica che sottende all’adesione del Canada al JEF1, con la flessibilità nel gestire le minacce sottosoglia assicurando la protezione delle infrastrutture critiche e il dispiegamento in Alto Nord e Artico, offre reciproci vantaggi. La riduzione dei contributi statunitensi alla pianificazione difensiva della NATO e l’esposizione diretta alla minaccia russa, rendono indispensabili sia la garanzia della difesa di Nord e Atlantico settentrionale, sia la certezza di assicurare profondità strategica e rifornimenti, cosa che fa auspicare un’inclusione canadese in tempi relativamente brevi.
Il Canada porta capacità artiche di elevatissimo livello, una profonda competenza nelle operazioni navali e una cultura operativa polivalente delle forze armate, condivisa con i membri della JEF. Il GIUK (Greenland-Iceland-United Kingdom) e l’Alto Nord è dove esperienza e risorse canadesi rafforzerebbero posture collettive, per cui l’inclusione canadese nel JEF invierebbe un segnale a Mosca, Pechino e Washington, circa il consolidamento dell’atteggiamento europeo, tesa ad esaltare, da una prospettiva baltica, un interesse strategico marittimo unitario a partire dall’Atlantico.
Non si tratta di creare un terzo blocco rivale, ma di determinare un’entità politica innovativa attenta alla tutela dei mercati ed alla difesa territoriale. Beninteso, un’iniziativa che non poteva non suscitare né la reazione americana, furiosa per la possibile sottrazione di un partner fondamentale, né la replica francese che ha ribadito che Washington non ha alcun potere di veto nella geopolitica europea. Il problema, semmai, è che l’oggetto politico in discussione è ancora informe e privo di significato concreto, posto che la configurazione territoriale dell’UE già si estende oltre i confini usualmente immaginati: basterebbe pensare ad Amsterdam e Parigi con i loro territori d’oltremare.
L’UE, già da tempo, è immersa in una dimensione che oltrepassa una visione strettamente continentale, che rende meno aliena l’idea dell’inclusione canadese e più accettabili flessibili capacità di rinegoziazione. Carney è convinto che l’Europa porti potere di mercato, produzione avanzata, mentre è certo che il Canada possa contribuire con energia su larga scala e con le più grandi dotazioni mondiali di minerali critici, tra cui l’uranio2. Se è vero che i trattati dell’Unione fissano condizioni per l’adesione ma lasciano aperta la portata geografica, è allora possibile ipotizzare il Canada come aderente strategico a lungo termine, anche in funzione dell’evoluzione degli accordi bilaterali (CETA)3 che permettono a Ottawa di partecipare allo spazio economico e normativo UE ampliandone i limiti esterni e fornendo legittimazione alle sue ambizioni globali.
In questo momento Europa e Canada si trovano costretti a ponderare come ridurre i rischi del rapporto corsaro con Washington, che li espone all’incognita russa; se l’UE intende dare una scossa, dovrà essere rivisto l’approccio che caratterizza la politica con i paesi terzi specialmente in tema di difesa e sicurezza, ovvero dove la dipendenza di entrambi dagli USA è più marcata. La questione non è se sia possibile riplasmare le regole, ma valutare quali siano le circostanze che le sottendono.
Già nel 2021 il Canada ha aderito al Permanent Structured Cooperation (PESCO) ed è stato firmato un accordo che regolamenta la partnership per la sicurezza4. L’UE da questo lato ha molto da guadagnare, visto che il Canada è una potenza militare sottovalutata, con un budget destinato a crescere. Le forze canadesi hanno esperienze e competenze sia nella guerra artica sia nella difesa aerea, maturata in ambito Norad, cose che rendono Ottawa preziosa nei programmi di guerra elettronica polare senza GPS e nella catena di allerta spaziale5.
Il Canada dovrebbe poi corrispondere le quote previste per l’accesso, aprendo mercati e supply chain alle imprese europee, prevedendo fusioni con il Meccanismo di Difesa Multilaterale britannico, che creerebbe una coalizione comprendente UK, Canada e Stati UE, basata su una reciprocità in grado di ribattere alle provocazioni americane, come avvenuto per la Groenlandia, contenendo i rischi di uno scontro frontale.
L’entusiasmo canadese è reale, come lo è la necessità europea di estendere le sue alleanze, purché vengano meno gli spunti vaghi, utili solo per inutili simbolismi, proprio ora che, mentre gli USA si allontanano dai loro alleati, l’UE ha la chance di proporsi quale riferimento geopolitico alternativo. Non si possono tuttavia nascondere le difficoltà del CETA, ancora da ratificare da parte di diversi paesi europei, i costi finanziari per la contribuzione al bilancio, ed un ineludibile realismo connesso alle prevedibili reazioni di Washington, ultimamente quanto mai instabile ma che ha già espresso la minaccia di tariffe elevate.
Interessante rilevare come il Canada non sia l’unico paese agli antipodi che cerca una liaison con l’Europa, perché anche Giappone e Corea del Sud sembrerebbero intenzionati ad un avvicinamento, data la stucchevole prevedibilità a stelle e strisce. Ma non ci sono garanzie certe sia sull’adesione canadese, sia sulla possibilità che diventi un modello per altri paesi che desiderano relazioni strette ma senza adesioni a pieno titolo. E attenzione, perché le osservazioni raffreddanti sono giunte anche dal rappresentante di Ottawa, che si attende maggiore concretezza: una cosa sono le aspettative speranzose, un’altra la realtà, posto che un’alleanza economica funziona solo se riduce i costi delle transazioni garantendo introiti e che l’UE è in surplus commerciale con il Canada, che deve compensare il proprio surplus verso gli USA.
Intanto cambia la mappa dell’energia, visto che il Canada nei mesi scorsi si è proposto come partner strategico di New Delhi, puntando a sostituire il greggio russo-iraniano. Il Canada sta diversificando i panieri o, quanto meno, ci prova, guardando ad est forte delle sue riserve pur con costi di trasporto da non sottovalutare cui sta rispondendo con la geografia, visto che le rotte dalle sue coste sono più competitive di quelle tracciate dal Golfo del Messico. Insomma, il monocliente americano è da tagliandare e il futuro passa per l’Asia che può dire la sua sui minerali critici mettendo in crisi la burocrazia bruxellese.
Il problema è che un ordine, bene o male, c’è, anche se non piace, e che ci sono regole su cui si può provare a negoziare, come ha fatto Carney con Xi che però vede solo Pechino che vende e gli altri che comprano, mentre l’immigrazione comincia a far sentire il suo peso. Il Canada, come UK, Australia e Nuova Zelanda, si è trovato in recessione pro-capite, cioè con un PIL in aumento ma condizionato da un’immigrazione capace di determinare variazioni negative pro capite per i canonici due trimestri consecutivi. E qui vale la pena ascoltare la Cassandra economica di turno, che preconizza l’arrivo di una nuova crisi che dovrebbe muovere i suoi passi dal Nord America; il problema è capire quando; malgrado la capacità di assorbimento degli shock, MO e Ucraina stanno facendo sentire il loro peso.
Qui tornano di scena le capacità energetiche canadesi da rivalutare, ma con i dazi americani che provocano forte disoccupazione e l’UE che offre le sue sponde ma a distanze inaccessibili per un apparato che per oltre 80 anni è cresciuto in simbiosi con quello americano. Mentre il Messico a sud è stato perdonato, il Canada a Nord è stato punito. Beninteso, anche sul versante americano la situazione è complessa e le fabbriche stentano a riaprire.
Senza l’economia canadese, gli USA saranno oggetto di un danno strutturale con una forte contrazione dell’occupazione ed un potente shock inflattivo, con un saluto alla simbiosi economica. E qui torna in mente l’anonimo commentatore di Fascisti su Marte che declama stentoreamente: È pazzo? Ricordarsi: il confine tra genio e follia è molto sottile. Quindi pazzo, sì… ma per pochissimo! A voi attribuire la palma della pazzia, posto che le elezioni di Midterm si avvicinano a grandi passi e che i sondaggi oscillano tra fesserie sesquipedali e realtà drammatiche, non ultima la guerra commerciale con Ottawa, al netto dei famosi 5.000 dollari; una guerra alimentata dal mancato rinnovo dell’accordo trilaterale USMCA (ex NAFTA) che ha condotto a dazi americani e a ritorsioni canadesi, alla rottura del modello just in time, ad asimmetrie economiche: una tragedia per entrambi i contendenti che rischiano di non incassare dalle tasse quanto spenderanno per sostenere le imprese, con l’Alberta che vede prendere piede un movimento secessionista pro USA.
Se la domanda è se non dal Canada da dove prenderanno il petrolio gli americani, la risposta è facile: dal Venezuela; l’uranio magari dal Kazakistan, che è cosa un po’ più difficile. Alla fine dei conti, le politiche commerciali americane e le provocazioni spicciole potrebbero aver rafforzato la convinzione che la disputa riguardi sia commercio che sovranità, fermo restando che sacrifici prolungati potrebbero sortire effetti contrari e che, di converso, le politiche trumpiane potrebbero spingere Ottawa verso altri abbracci, magari quelli del nemico (cinese).
Ecco infine la Turchia, la nazione più longeva e controversa in termini di richiesta di integrazione europea; la sostanziale immutabilità delle situazioni oggetto di appunto non consentono di accogliere Ankara6, malgrado le rimostranze.
Quella di Carney è una terza via, oppure il realismo sta facendo comprendere che il Canada è ancora profondamente collegato agli USA benché questa relazione renda Ottawa estremamente vulnerabile?
Carney ha mostrato l’intento di un accordo commerciale con Washington, ma non a tutti i costi, puntando a diversificare commercio ed investimenti. Se questa è davvero una terza via, per l’Europa comunque non sarà facile, visto che cooperare con partner come la Cina potrebbe solo far cambiare dominus ma non sostanza, un principio che l’uso spregiudicato degli accordi bilaterali da parte americana ha confermato, nel momento in cui è andato ad intaccare le regole riconosciute.
La terza via alla Carney diventa persuasiva quando trova dimostrazione nella realtà, con spese per la difesa più elevate, con l’allontanamento dalla dipendenza energetica russa, con una maggiore reattività economica. I limiti ci sono, sia per la simbiosi canadese sia per la sicurezza di cui l’Europa ha disperato bisogno; ecco che il quadro non cambierà né tanto in fretta né tanto facilmente, a prescindere dall’Amministrazione americana di turno: Ottawa può anche sottoscrivere inediti accordi commerciali, ma rimpiazzare supply chain e clientela sarà molto dura.
Attendiamo allora il prossimo bilaterale di Montreal: magari le foglie d’acero aiuteranno a capire se l’entente rimarrà l’ennesima dichiarazione d’intenti senza copertura.
1 Entrare nel JEF, al di fuori delle strutture NATO e UE, richiederebbe poca burocrazia e potrebbe avvenire rapidamente.
2 La produzione nucleare USA è diminuita per il ritiro degli impianti e per l’insufficiente costruzione di nuovi reattori. La Cina è dunque pronta a superare gli USA entro il 2030.La sfida più grande per mantenere la leadership nucleare degli Stati Uniti sta nel garantire la fornitura di uranio.
3 Comprehensive Economic and Trade Agreement. Firmato nel 2016 e provvisoriamente applicato dal 2017 elimina i dazi doganali su parte delle merci, facilita commercio di servizi e investimenti. A cosa aspirare: crescita dell’export manifatturiero e agroalimentare, aumento strutturale del surplus commerciale, sicurezza strategica e derisking geopolitico. Il valore canadese risiede nell’affidabilità cardine per la strategia di friend-shoring.
4 Berlino e Ottawa stanno finalizzando un accordo di partenariato oltre agli accordi già firmati con Francia e Danimarca. ThyssenKrupp Marine Systems ha vinto l’appalto per allestire 12 sottomarini per la Royal Canadian Navy e rompighiaccio in Finlandia. In via di valutazione l’acquisto di caccia svedesi Gripen invece degli F-35.
5 Twister: Timed Alert and Watch for tactical Enhanced Reconnaissance
6 Turchia: arretramento democratico e Stato di diritto; Cipro; fattori demografici, istituzionali e geografici; politica estera divergente dalla PESC; rivendicazione di un’autonomia multipolare: la dirigenza turca ha ribadito che il Paese non rimarrà vincolato all’orbita occidentale a condizioni asimmetriche, intensificando le relazioni con i mercati asiatici, i BRICS e il MO.
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