Ceuta, il laboratorio delle vulnerabilità europee
A seconda delle contingenze si delineano limiti e frontiere; che esse siano politiche o economiche dipende da quanto accade, quel che è certo è che il panorama è sempre da considerarsi complessivamente nella sua interezza, condizionato com’è da dinamiche interconnesse.
Ceuta, che con Melilla è considerata parte integrante del territorio spagnolo e la cui sovranità non è considerata sospesa dal diritto, sebbene sia rivendicata dal Marocco, ha portato il limes geopolitico a latitudini a noi molto prossime, viste le intersezioni tra MENA, UE, Sahara Occidentale1, regolarizzazione relazioni Tel Aviv – Rabat, postura diplomatica spagnola, dinamiche strategiche nella gestione confinaria: per qualsiasi esecutivo iberico la spagnolità di Ceuta e Melilla è dogma non negoziabile, malgrado sul piano ideologicola posizione governativa mostri chiari caratteri di opportunismo che collidono con le teorie post-coloniali tanto che, mentre le exclave situate nel continente africano persistono nell’immaginario quali esempi democratici di welfare europeo, su Gibilterra2 la sinistra spagnola ha conservato rivendicazioni analoghe a quelle della destra, per cui argomentare alla Garcia Margallo che Gibilterra è anacronistica perché è in Europa, mentre Ceuta è integrata perché è Spagna, può essere visto come espressione di un doppio standard asimmetrico.
Il contrasto Ceuta-Melilla-Gibilterra dimostra come uno spazio ristretto concentri tutti gli attriti dell’ordine globale, tra sovranità territoriale, frontiere e flussi commerciali. Sostanzialmente si assiste ad una sorta di tregua tattica, dove Rabat non ha mai rinunciato alle sue pretese sulle due città, posto che il controllo marocchino si esercita anche grazie alla coercizione economica, con l’estensione delle pretese su acque territoriali e ZEE al largo della costa atlantica saharawi e canariana.
La posizione quietista della Spagna sul Sahara Occidentale, considerato dal Marocco parte integrante e non negoziabile del proprio territorio nazionale, è la moneta di scambio con cui Madrid intende acquisire la sicurezza immediata per le exclave.
Opportuno dunque rammentare come le pressioni migratorie non siano una novità3, visto quanto accaduto nel maggio 2021, in occasione dell’ospedalizzazione in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, che ha ridestato l’interesse per l’ambita sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, riconosciuta dagli USA 4nel 2020, da Israele nel 2023 fino al riconoscimento madrileno del 2024 dello Stato di Palestina, causa di un attrito più profondo con Tel Aviv.
Non esistono casualità, ma punti di giunzione che mostrano la frontiera ispano-marocchina in un contesto diplomatico più ampio, caratterizzato da una vulnerabilità strutturale, agevolata da interpretazioni quanto mai aleatorie che cavillano su una distinzione artificiosa tra confini terrestri e marittimi; tutto questo porta ad un leverage ibrido al di sotto dell’intervento militare ma che permette plausibili negabilità che dimostrano la dispendiosità del venir meno di qualsiasi forma di cooperazione.
Sahara e Palestina sono dunque diventati centri di interesse su cui diversi soggetti politici hanno massimizzato vantaggi non equivalenti capaci di ridurre lo spazio spagnolo di manovra.
Il flusso estivo di migranti su Ceuta potrebbe essere letto come un test volto a saggiare sia la resistenza dei confini europei, sia della coesione Schengen, posto che una rottura con Rabat è un lusso che la Spagna non può permettersi, anche a costo di pagare dazio diplomatico all’Algeria.
Intanto, la crisi produce tre effetti: pressione interna, polarizzazione, richiesta di solidarietà europea in un contesto diplomatico che rende impossibile scindere le singole questioni, tutte inserite nello stesso spazio negoziale.
Ceuta sta dimostrando che il potere si esercita anche grazie alla capacità di controllare le pressioni sui confini, delimitazioni ineliminabili soggette alle dinamiche suscitate dalla politica interna per essere poi riflesse su quella estera.
Sta di fatto che l’exclave ceutina è sempre più instabile, travolta da spaccature economico-sociali drammatiche, acuite dalla presenza di cittadini subsahariani respinti dal Marocco, mentre il trasferimento d’autorità di minori verso l’entroterra ha già provocato una levata di scudi da parte dei governi locali contro la Moncloa.
Di fatto, le migrazioni si sono rafforzate quale strumento di consenso in chiave elettorale, prova ne siano le prese di posizione dei vari attori, attenti a creare una security zone scevra dai rischi di attacchi esterni e interni, anche perché puntare il dito contro qualcuno confonde lo sfruttamento cognitivo di una crisi con la sua messa in opera, secondo dinamiche operative ed ibride che intendono acuire le faglie intra-europee.
Sostenere che la crisi sia stata organizzata in via esogena, porta ad ignorare la struttura geopolitica che regola il limes di Ceuta. Ammesso che ci sia stato un intervento esterno, l’autore dell’incursione cognitiva (Cremlino?) non ha fatto altro che militarizzare le percezioni esaltando vulnerabilità servitegli su vassoi d’argento.
Il problema interno spagnolo è che le contestazioni al primo ministro sono variegate e, sommandosi tra loro, si differenziano indirizzandosi su cinque direttrici: l’amnistia per gli indipendentisti catalani necessari, con i baschi, alla tenuta della maggioranza parlamentare ma causa di una polarizzazione delle proteste; la politica migratoria; le inchieste giudiziarie; il cambio di postura sul Sahara Occidentale che non ha contemplato coinvolgimenti della maggioranza; l’opportunista trasformismo di Sanchez, quanto mai incline a criticare e a dare lezioni sulla qualunque a chiunque, inerendo su aspetti politici nazionali altrui, un qualcosa che bon ton diplomatico e mero buon senso sconsigliano vivamente, invitando a tralasciare le pagliuzze per interessarsi caso mai alle proprie travi (Cit.), immancabili in politica e che hanno giustamente consentito alla Moncloa di cominciare a trasferire i migranti da Ceuta alla Spagna continentale, malgrado le rassicurazioni fornite alla UE, grazie ad una politica del fatto compiuto.
Ed è qui che poi i conti non tornano, quando l’invocata solidarietà europea non riesce ad emergere per la mancanza di una quadra condivisa sui fenomeni migratori, caratterizzati da una mediterraneità dove l’ideologia collide con gli aspetti più drammaticamente pratici.
Il problema spagnolo non è dunque circoscritto a Ceuta ma è da considerarsi anche quale frutto di una sanatoria governativa tale da permettere, al milione circa di richiedenti, di vivere e lavorare in Spagna e di circolare negli altri Paesi Schengen: una regolarizzazione che non circoscrive il fenomeno a Madrid ma lo estende in via continentale, fermo restando che permane l’alea di una compartecipazione marocchina agli eventi5, grazie ad un allentamento dei controlli confinari6, confermata dai servizi spagnoli. La letteratura in tema7 dice che non solo esistono migrazioni pianificate a tavolino, ma anche che le migrazioni stesse raggiungono comunque gli scopi che a monte le hanno indotte.
In ogni caso, il rischio che l’exclave possa diventare centro di radicalizzazione e reclutamento jihadista incombe in un contesto in cui la diplomazia si muove secondo dinamiche non estranee alla rivalità tra Rabat e Algeri, protagonista di crisi e riavvicinamenti dettati dall’opportuno ripristino delle relazioni commerciali, alla luce di situazioni economiche che spesso non rispecchiano stabilità e crescita.
Di fatto, la Spagna sta affrontando la più grave crisi politica dall’ascesa di Sánchez, sollecitato da pressantirichieste di dimissioni, che si sommano a quelle innescate da pregresse inchieste giudiziarie che, tuttavia, non lo vedono imputato ma comunque indirettamente chiamato in causa.
Sánchez è al governo grazie ad una maggioranza che include anche gli indipendentisti catalani e baschi e che è tuttavia interessata a prossime amnistie e concessioni fiscali, capaci tuttavia di allontanare gli elettori moderati.
In questo quadro si inserisce l’attore regale, Felipe VI, espressione di una monarchia caratterizzata da una forte polarizzazione: Felipe e la principessa Leonor godono di valutazioni positive, mentre l’istituzione che essi rappresentano divide il Paese benché sia comunque percepita dalla maggioranza popolare come elemento di equilibrio costituzionalmente vincolato all’esecutivo, che avalla, o meno, le attività del sovrano.
I contrasti tra governo e Corona non mancano, a cominciare dalle critiche che il capo del governo avrebbe rivolto al Re non ancora recatosi a Ceuta. Peccato che il Re per i suoi viaggi ufficiali sia tenuto al rispetto dell’autorizzazione di quello stesso governo che pure lo critica e che sembra più attento a tentare di aprire un nuovo fronte per ridefinire gli equilibri istituzionali del Paese, come quando nel 2020 ha vietato che Felipe si recasse a Barcellona per la consegna dei diplomi alla Scuola Giudiziaria, a causa di presunte ragioni di opportunità legate agli accordi con i partiti indipendentisti catalani.
Quel che è certo è che il Re ha sempre mantenuto una linea improntata alla massima prudenza costituzionale, sì da ricevere ma in udienza privata il presidente della città autonoma di Ceuta, Juan Jesús Vivas, confermandogli la propria disponibilità a viaggiare non appena il governo deciderà di autorizzare la missione.
Non si può dunque escludere che le critiche alla monarchia rispondano alla necessità tattica dell’esecutivo di deviare l’attenzione pubblica. Ad ogni modo, la reazione del Re alla politica di appeasement governativa, è stata caratterizzata da un silenzio formale accompagnato da messaggi simbolici espressi nei discorsi ufficiali, senza contare il più duro e diretto, quello del 3 ottobre 2017, a due giorni dal referendum unilaterale sostenuto dalla Generalitat di Barcellona.
La finanza pubblica aggiunge il suo carico, a cominciare dai poco solidali tedeschi che accusano Madrid di aver impiegato i fondi del Next Generation Eu per pagare le pensioni ed il reddito minimo; la ricerca di artifici utili a tappare buchi è l’ennesimo indicatore di un problema politico che per Sànchez si sostanzia nella ormai triennale incapacità di far approvare una legge di Bilancio, condizionata da frammentazioni politiche.
Capitolo a parte merita la spesa militare, dato che Madrid ne concilia l’aumento attraverso funambolismi parlamentari, riforme contabili procedurali e crediti straordinari fuori bilancio; posto che Sànchez si regge su una coalizione progressista e sul sostegno esterno di indipendentisti e nazionalisti storicamente pacifisti, e che il governo ha depotenziato qualsiasi retorica di riarmo, concetto che Sànchez intende moderato anche in ambito UE, ecco che risaltano sovranità industriale, autonomia strategica, sviluppo tecnologico e che le spese per i grandi programmi vengono presentate come investimenti su poli industriali ad alta intensità di manodopera specializzata e declinate in versione dual-use.
Di fatto, sulle questioni militari si assiste ad una sorta di assetto parlamentare a geometria variabile, con uno sdoppiamento della maggioranza, in questo caso abbandonata dalla sinistra radicale ma appoggiata dalle forze di centro destra, che garantiscono opportune convergenze bipartisan, volte a garantire una disponibilità operativa intesa quale capacità di militare certificata di proiezione e sostegno di forze integrate nel sistema NATO a prescindere dalle rendicontazioni del PIL.
Fermo restando che la Spagna ha impresso una forte accelerazione al proprio bilancio militare, ancora comunque non pari a quello italiano8, il dibattito interno rimane acceso per via delle tensioni interne alla coalizione di governo e delle pressioni atlantiche per vincoli di spesa più fattivi.
Insomma, la Spagna, in quanto a complessità non fa eccezione e il tentare di semplificarne la postura può indurre a errori marchiani, ovviamente sempre al netto di qualsiasi ideologia e specialmente in un momento critico, in cui la piazza ha cominciato a far udire la sua voce.
1Madrid ha mantenuto una posizione di neutralità attiva sul Sahara Occidentale (ex colonia fino al 1975), sostenendo il principio del diritto internazionale, ovvero un referendum di autodeterminazione sotto egida ONU per il popolo Saharawi. Questo equilibrio si è infranto tra l’altro con la lettera di Sánchez che ha definito la proposta marocchina di autonomia all’interno del Regno del Marocco per il Sahara Occidentale come la base più seria, realistica e credibile per dirimere il conflitto.
2 Il controllo delle rotte marittime verso il Mediterraneo starebbe assumendo un peso determinante alla luce delle tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, per cui non sarebbe da trascurare l’idea di un corridoio alternativo attraverso il Marocco indipendente dalla Spagna.
3 Massacro di Melilla (2022), avvenuto al varco di confine del Barrio Chino; naufraghi della Rotta Canaria(2020 – oggi)
4 Rabat ha dimostrato di essere disposta a fare tutto il necessario per rafforzare la propria relazione con Washington.
5 Non sarebbe una novità assoluta; nel 2021 la Bielorussia ha prelevato migranti dal MO per portarli in Europa e spingerli verso Polonia e Stati baltici.
6 Secondo El Español, l’analisi delle immagini raccolte dalla Guardia Civil avrebbe individuato agentidell’intelligence marocchina in abiti civili tra i gruppi di migranti.
7 Kelly M. Greenhill, Weapons of mass migration
8 Nei contributi diretti al bilancio comune della NATO, la quota a carico dell’Italia è pari a circa il 7,99%, contro il 5,78% della Spagna
L’articolo Ceuta, il laboratorio delle vulnerabilità europee proviene da Difesa Online.
A seconda delle contingenze si delineano limiti e frontiere; che esse siano politiche o economiche dipende da quanto accade, quel…
L’articolo Ceuta, il laboratorio delle vulnerabilità europee proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
