Cina: non un golpe, ma divergenze sull’inizio dell’inevitabile guerra?
Negli ultimi giorni, i media internazionali hanno registrato un’ondata di notizie sull’inaspettata rimozione e sull’indagine di alti generali dell’Esercito popolare di liberazione cinese, in particolare del generale Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione Militare Centrale, figura di vertice con lunga esperienza e stretti legami familiari e politici con la leadership di Pechino. La decisione, annunciata dal ministero della Difesa cinese con il consueto linguaggio ufficiale di “gravi violazioni della disciplina e della legge”, ha generato un ampio dibattito internazionale sia su ciò che sia realmente accaduto, sia su ciò che l’episodio potrebbe significare per la Cina e per l’equilibrio globale.
Il generale, una delle personalità militari più influenti dell’Esercito popolare di liberazione, è stato posto sotto indagine a fine gennaio 2026 insieme al generale Liu Zhenli con accuse di “violazioni disciplinari e legali”, espressione standard che in Cina viene utilizzata per indicare sospetti di corruzione o altri comportamenti ritenuti non conformi alla linea del Partito. Zhang partecipava alla leadership dell’esercito dal 1968 ed era considerato uno dei pochi ufficiali con esperienza di combattimento reale, oltre che membro del Politburo del Partito comunista.
La narrazione mediatica prevalente
La stampa internazionale si è affrettata a inquadrare l’episodio sia come parte di una massiccia campagna di epurazioni interne volute da Xi Jinping, sia come un evento potenzialmente carico di ripercussioni geopolitiche più ampie, osservando come la rimozione di Zhang rappresenti l’ultimo e più significativo atto di una serie di purghe che negli ultimi anni hanno colpito in modo sistematico generali e ufficiali di alto rango, fino a ridisegnare quasi integralmente la composizione tradizionale della Commissione Militare Centrale, e sottolineando al contempo che l’indagine non riguarderebbe soltanto presunti episodi di “corruzione”, ma anche questioni politiche di lealtà e di controllo del comando militare, come lasciano intendere gli editoriali del PLA Daily, la stampa dell’esercito, che hanno accusato Zhang e Liu di aver “minato” l’autorità del presidente, utilizzando un linguaggio che va ben oltre la dimensione morale e segnala tensioni strutturali tra leadership politica e vertici militari, mentre alcune voci, non confermate ufficialmente ma riprese da media internazionali, hanno persino evocato accuse di trasmissione di informazioni sensibili a potenze straniere, una narrativa che appare funzionale più a giustificare la portata della rimozione che a documentarla nei fatti.
Il racconto dominante non ha parlato di golpe nel senso occidentale del termine, ma di una lotta di potere interna e di un ulteriore consolidamento del controllo della leadership sulla struttura militare, sottolineando la crescente centralizzazione delle decisioni strategiche nelle mani del presidente e la progressiva riduzione di centri di influenza paralleli.
La domanda che nessuno si è posto
Possibile che eventi e appuntamenti internazionali di questa portata non abbiano generato contrasti interni legati all’opportunità di accelerare, o al contrario evitare, mosse esistenziali per il regime?
Le epurazioni maturano mentre Pechino affronta un drastico ridimensionamento della propria influenza in Venezuela, un tempo tassello simbolico della proiezione globale cinese in America Latina e oggi meno capace di garantire un ritorno strategico utile in un contesto multipolare in competizione con gli Stati Uniti, in un quadro iraniano sempre più incerto, con la prospettiva di un intervento militare statunitense sempre più concreta e il rischio di perdere un partner energetico e geopolitico chiave in Medio Oriente, regione cruciale per approvvigionamenti e influenza, e infine nella stessa Cina, con l’orizzonte dichiarato della conquista di Taiwan dal 2027, indicato da numerosi analisti come possibile obiettivo, o scadenza politica, per la credibilità della leadership di Xi Jinping.
La rimozione di figure di alto profilo come Zhang Youxia, uno dei pochi generali con esperienza di combattimento reale e legami storici profondi, non solo riduce il numero di consiglieri militari di peso all’interno del sistema decisionale di Pechino, ma solleva interrogativi sulla capacità dell’apparato militare di garantire un adeguato bilanciamento di competenze sullo scacchiere più ampio della politica estera cinese.
Cosa è realmente accaduto
Non siamo di fronte a dilettanti improvvisati, ma a una leadership formata da generazioni segnate da drammi familiari e politici profondi. Durante la Rivoluzione Culturale, il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun, uno dei veterani della rivoluzione comunista, fu accusato di deviazioni ideologiche, epurato, imprigionato e sottoposto a umiliazioni pubbliche; la famiglia ne fu travolta, con figli perseguitati, la madre costretta a pubbliche autocritiche e una distruzione politica e sociale che lasciò un segno indelebile.
Xi Jinping, ancora adolescente, fu inviato in campagna come zhiqing, giovane “rieducato”, a lavorare in condizioni durissime nello Shaanxi, dormendo in grotte, svolgendo lavori manuali estenuanti e vivendo fame, isolamento e sospetto continuo. Non fu una parentesi, ma la dimostrazione concreta che il potere poteva capovolgersi in un attimo, che nessun rango proteggeva davvero e che la sopravvivenza politica richiedeva disciplina assoluta, autocontrollo e pazienza.
Da qui nasce un tratto strutturale della sua leadership: ossessione per la stabilità, avversione per ogni pluralismo interno non rigidamente controllato e convinzione che il Partito debba presentarsi come un blocco monolitico, soprattutto alla vigilia di passaggi storici potenzialmente traumatici.
Anche Zhang Youxia porta sulle spalle un’eredità simile. Suo padre, Zhang Zongxun, fu uno dei grandi comandanti dell’Esercito popolare di liberazione, protagonista della guerra civile e della Lunga Marcia, ma durante la Rivoluzione Culturale venne epurato e messo ai margini, come molti militari professionisti ritenuti troppo autonomi o non sufficientemente ideologizzati.
Zhang Youxia è cresciuto in un ambiente segnato da una lezione chiara: esperienza militare, merito e passato rivoluzionario non immunizzano dalla caduta se entrano in tensione con la linea politica dominante. Questo spiega perché, pur restando leale al Partito, abbia incarnato nel tempo una cultura militare prudente e professionale, consapevole dei costi reali della guerra e delle fratture che un conflitto mal calcolato può aprire non solo nello Stato, ma nelle famiglie, nelle élite e nel tessuto sociale.
Quando si parla di epurazioni ai vertici militari cinesi, l’Occidente tende a leggerle come meri atti di potere autoritario; per Xi Jinping e Zhang Youxia, invece, ogni epurazione evoca un trauma storico vissuto in prima persona, non una metafora astratta. Non si tratta di avventurieri o di improvvisatori, ma di uomini cresciuti nell’idea che una guerra iniziata male non sarebbe soltanto una sconfitta militare, bensì una tragedia familiare e nazionale, ed è per questo che anche un semplice “colpo di tosse” viene valutato con attenzione maniacale.
Ci si sarebbe dunque dovuti chiedere chi abbia davvero cercato di “salvare il paese” e da chi, in vista di una guerra inevitabile nel breve/medio periodo, perché tanto il temporeggiamento eccessivo quanto l’anticipo mal calcolato delle mosse determineranno la sorte dell’intero Paese.
L’articolo Cina: non un golpe, ma divergenze sull’inizio dell’inevitabile guerra? proviene da Difesa Online.
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