Da Wagner ai migranti: così la Russia accerchia l’Europa dal Mediterraneo
Dai dati di flight tracking sul Sahel al warning della CIA sull’attacco ibrido, fino alla crisi di Ceuta innescata via social: tre notizie, un solo dossier. E il Mediterraneo resta il varco meno presidiato della difesa europea.
Settantacinque voli, una sola direzione
Il 12 agosto il Center for Advanced Defense Studies (C4ADS), organizzazione di ricerca di Washington specializzata nel tracciamento delle reti illecite, ha pubblicato un’analisi che documenta almeno 75 voli di aeromobili militari russi, o riconducibili all’apparato militare di Mosca, verso il Sahel centrale tra gennaio 2025 e luglio 2026. I dati, ricavati dai transponder ADS-B attraverso FlightRadar24 e filtrati per i modelli di velivoli storicamente associati al Ministero della Difesa russo e ai contractor militari privati, disegnano una rete logistica strutturata e ridondante: 56 voli verso il Burkina Faso, 38 verso il Mali, 6 verso il Niger.
Tocca un nodo della mappa per i dettagli su basi, scali e vettori.
Mappa schematica, posizioni non in scala. Dati: C4ADS su ADS-B/FlightRadar24, gennaio 2025 – luglio 2026. Un aeromobile può toccare più Paesi nello stesso volo.
Il dato più rilevante per l’osservatore europeo non è il numero, ma la geografia delle rotte. Gli aeromobili statali, come l’An-124 RA-82030 del Flight Unit 224, l’unità di trasporto strategico del Ministero della Difesa russo, effettuano rifornimento alla base di Khmeimim in Siria e in siti libici, tra cui Al-Khadim, l’aeroporto nell’area di Bengasi controllata dalle forze del generale Haftar. I vettori privati, tra cui la kirghisa Sapsan Airlines, che C4ADS segnala come non ancora sanzionata da Stati Uniti, Unione Europea o Regno Unito, preferiscono invece gli hub commerciali di Emirati Arabi Uniti, Algeria e Turchia. Non un singolo ponte aereo, quindi, ma un sistema logistico disperso, capace di alternare basi militari e aeroporti civili a seconda dell’operatore e della missione.
Questo rapporto si salda con l’inchiesta di Defense News dell’aprile scorso, che aveva tracciato 167 voli della flotta ombra russa verso cinque basi aeree algerine in quattordici mesi, in coincidenza con le consegne di velivoli da combattimento russi ad Algeri e con la funzione di retrovia logistica per l’Africa Corps, la struttura che ha assorbito uomini e mezzi del Gruppo Wagner sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa russo. Secondo gli analisti di C4ADS, circa l’80 per cento del personale dell’Africa Corps in Mali proviene dai ranghi di Wagner. Il mercenariato è stato statalizzato, con tutto ciò che ne consegue in termini di catena di comando, deniability e capacità di proiezione.
La sostanza operativa è già visibile sul terreno. A Bamako l’Africa Corps schiera bombardieri Su-24, una capacità di attacco ad ala fissa che nessun altro attore del teatro saheliano può eguagliare per raggio e carico bellico. E la flotta ombra ha già dimostrato di saper trasportare ben altro che personale: l’inchiesta de Il Foglio del dicembre 2025, ripresa da Defense News, ha documentato il ponte aereo per il trasferimento dell’uranio nigerino acquistato da Rosatom, imbarcato a Niamey. Là dove fino al 2024 operava la missione italiana MISIN a supporto delle forze armate nigerine, oggi decolla l’uranio diretto verso la filiera nucleare russa.
L’allarme della CIA e la dottrina dell’ambiguità
Ventiquattro ore dopo la pubblicazione del rapporto C4ADS, Bloomberg ha rivelato che la Central Intelligence Agency ha avvertito i governi europei del rischio di nuove operazioni ibride russe. Secondo le fonti d’intelligence citate, i servizi russi starebbero valutando sabotaggi contro infrastrutture critiche e operazioni sotto falsa bandiera, con il Baltico e la Polonia come teatri più probabili. Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia hanno immediatamente rafforzato la sicurezza di gasdotti, centrali elettriche e dighe.
Il warning va letto con la necessaria igiene epistemica, e sono le stesse fonti a suggerirlo: non ci sono indicazioni di preparativi per un’invasione convenzionale, e non si può escludere che il Cremlino stia deliberatamente creando l’apparenza di un attacco imminente per alimentare la paura, come parte di una campagna informativa. Questo caveat non indebolisce l’allarme, lo qualifica. L’ambiguità è essa stessa lo strumento: costringere l’avversario a mobilitare risorse, logorare la soglia di attenzione delle opinioni pubbliche, saturare i sistemi di allerta fino a renderli assuefatti. È guerra cognitiva applicata, e chi segue questa rubrica sa che non si tratta di una categoria astratta.
La cornice temporale delineata dall’intelligence statunitense, riportata dal Wall Street Journal, indica che il rischio di un test russo contro la NATO crescerà a partire dall’autunno 2026 e resterà elevato almeno fino al 2029, con cyberattacchi e operazioni ibride considerati più probabili di un’aggressione su larga scala. Non un’invasione, ma la ricerca metodica dei punti deboli dell’Articolo 5.
Il Mediterraneo, anello debole della difesa europea
Se il Baltico è il teatro esplicitamente citato dal warning, sarebbe un errore strategico dedurne che il Mediterraneo sia al riparo. Vale il contrario: proprio perché l’attenzione alleata è concentrata a nord, il fianco sud offre all’avversario il rapporto costo-beneficio migliore.
I numeri parlano da soli. Nel Baltico, tra il 2022 e il gennaio 2025, sono state danneggiate almeno sei infrastrutture sottomarine critiche, tra gasdotti e cavi in fibra ottica, con navi russe identificate nelle vicinanze in tutti i casi. La NATO ha risposto con l’operazione Baltic Sentry. Nel Mediterraneo la concentrazione di infrastrutture critiche italiane è incomparabilmente più alta, dai cavi dati che fanno di Genova e della Sicilia snodi intercontinentali ai gasdotti che collegano l’Italia al Nord Africa, eppure una risposta alleata equivalente a Baltic Sentry non esiste ancora. La presenza documentata nel Mediterraneo di unità come la Yantar, ufficialmente nave oceanografica, di fatto piattaforma per la mappatura e la potenziale manomissione delle dorsali sottomarine, dimostra che la fase di ricognizione è già in corso da anni. La linea tra ricerca scientifica e preparazione del sabotaggio, come ha osservato War on the Rocks, è deliberatamente sfumata: è un’altra applicazione della stessa dottrina dell’ambiguità.
L’Italia non è ferma. L’operazione Fondali Sicuri della Marina Militare, il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, gli accordi tra Sparkle, Fincantieri e la Forza Armata, l’inclusione dell’Italia tra le aree prioritarie del pacchetto europeo sulla sicurezza dei cavi del febbraio 2026 con i 347 milioni della Connecting Europe Facility: i tasselli ci sono. E c’è, soprattutto, il nuovo dominio cyber della Difesa previsto dal disegno di legge in discussione, di cui questa testata si è occupata, che dovrà necessariamente dialogare con la dimensione subacquea, perché un cavo tranciato e un cavo intercettato sono due facce dello stesso attacco. Ciò che manca è la cornice operativa alleata: una Mediterranean Sentry che dia al fianco sud la stessa dignità strategica del Baltico.
La leva migratoria: cosa raccontano i dati spagnoli
Ed è qui che il ponte aereo verso il Sahel smette di essere una notizia africana e diventa una questione di sicurezza europea. La destabilizzazione del Sahel centrale, teatro in cui operano le forze russe documentate da C4ADS, è il motore primario dei flussi verso la penisola iberica. Il blocco del carburante imposto da Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin su Bamako dal settembre 2025, l’intensità degli attacchi jihadisti in Burkina Faso che C4ADS indica tra le ragioni del volume di voli russi verso Ouagadougou, il collasso progressivo della sicurezza in Mali nonostante, o forse grazie a, la presenza dell’Africa Corps: tutto questo produce spostamenti di popolazione che prima o poi raggiungono la costa atlantica.
I dati spagnoli del 2026 mostrano un fenomeno che gli analisti della sicurezza dovrebbero studiare con attenzione, perché illustra la natura idraulica dei flussi: comprimere una rotta non li elimina, li sposta. Nel 2024 la rotta atlantica verso le Canarie aveva toccato il record di 46.843 arrivi, su un totale spagnolo di 63.970, con maliani e senegalesi tra le prime nazionalità e la guerra nel Sahel tra i driver principali. Gli accordi tra Madrid e i Paesi dell’Africa occidentale hanno prodotto un crollo del 62 per cento nel 2025 e di un ulteriore 82 per cento nel primo trimestre 2026, con appena 1.640 arrivi alle Canarie tra gennaio e marzo. Ma nello stesso periodo gli arrivi alle Baleari sono cresciuti del 23 per cento, alimentati dalle partenze dall’Algeria, lo stesso Paese che ospita gli hub della flotta ombra russa. E Ceuta ha superato le Canarie come primo punto d’ingresso in Spagna.
Poi, a fine luglio, la diga ha ceduto. Decine di migliaia di persone si sono dirette verso l’enclave dal territorio marocchino, a nuoto attorno alle scogliere del Tarajal e di Benzú o su piccole imbarcazioni, con almeno novanta vittime accertate per annegamento e una crisi politica che ha investito l’intera Unione, fino alla riunione d’emergenza del Consiglio UE promossa da Italia e Danimarca con il sostegno di ventidue Stati membri.
Ceuta, anatomia di una crisi innescata online
Cronologia interattiva della crisi migratoria di Ceuta, da inizio luglio al 15 agosto 2026, con eventi divisi in cinque strati filtrabili
Ricostruzione da fonti aperte: Maldita/NYT, Guardian/411, Bloomberg, media spagnoli, agenzie UE. Gli strati si sovrappongono: nessuna regia unica, un meccanismo a catena.
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