Dai morti di Eagle Claw a quelli dell’Afghanistan: la retorica del successo e il prezzo pagato (dai soldati!)
Nel sottolineare pubblicamente l’assenza di perdite statunitensi durante l’operazione in Venezuela, Donald Trump ha scelto di costruire il proprio racconto per contrasti. Un successo “pulito”, immediato, senza caduti, messo in opposizione a fallimenti del passato evocati come simboli di debolezza politica e militare. In questo quadro, il riferimento all’operazione Eagle Claw, ordinata dal presidente Jimmy Carter nel 1980, assume un valore che va oltre la semplice citazione storica.
Eagle Claw rappresenta una delle pagine più amare della storia operativa statunitense del secondo dopoguerra. Nel tentativo di liberare gli ostaggi detenuti a Teheran, una missione complessa e pionieristica per l’epoca si infranse contro limiti tecnologici, carenze di coordinamento interforze e condizioni ambientali estreme. La collisione tra un elicottero e un aereo da trasporto causò la morte di otto militari statunitensi. Non furono vittime di un combattimento, ma di una catena di decisioni e circostanze che trasformarono un’operazione di salvataggio in una tragedia.
Quei militari non persero la vita per un errore individuale. Morirono perché lo Stato aveva deciso di assumersi un rischio elevato, in un contesto politico dominato dall’urgenza e dalla pressione dell’opinione pubblica. È questo il punto centrale che spesso viene dimenticato quando Eagle Claw viene richiamata come semplice esempio di “fallimento”: dietro l’insuccesso vi furono uomini che avevano accettato fino in fondo il peso del servizio.
Nel suo intervento, Trump ha però allargato il confronto anche a un altro capitolo doloroso: l’Afghanistan. Il riferimento, in particolare al ritiro del 2021, è stato utilizzato come simbolo di caos, perdita di credibilità internazionale e umiliazione strategica. Anche in questo caso, il passato viene evocato non per riflettere, ma per essere usato come controfigura negativa utile a esaltare il presente.
L’Afghanistan non è una parentesi narrativa. È stato il conflitto più lungo della storia statunitense, durato vent’anni, segnato da fasi operative profondamente diverse, da mutamenti di strategia, da compromessi politici e da obiettivi spesso ridefiniti (anche attraverso le numerose truffe elettorali poste in essere dalle sedicenti “democrazie”). Migliaia di militari hanno perso la vita, decine di migliaia sono tornati con ferite fisiche e psicologiche permanenti. Ridurre tutto questo a una formula retorica significa svuotare di senso il sacrificio compiuto.
La fase più umiliante e destabilizzante del conflitto non nasce nel 2021 dal nulla, ma affonda le sue radici nel tracollo innescato durante la prima presidenza Trump. L’accordo di Doha con i talebani, negoziato escludendo il governo afghano “legittimo”, ha delegittimato Kabul, rafforzato l’insurrezione e trasmesso un messaggio inequivocabile: gli Stati Uniti avevano deciso di uscire comunque, a prescindere dalle condizioni sul terreno. Da quel momento, il collasso era solo una questione di tempo. La catena di comando afghana venne svuotata di credibilità e il morale delle forze di sicurezza crollò. Il disastro del 2021 è stato l’epilogo di un processo avviato prima, quando la politica di un presidente scelse di abbandonare una strada senza assumersi apertamente il costo delle proprie decisioni.
C’è poi infine un elemento ancora più grave, spesso rimosso… l’Afghanistan non è costato vite solo agli Stati Uniti, le forze internazionali (tra cui l’Italia), quelle di sicurezza afghane, i collaboratori locali e una popolazione civile intrappolata tra insurrezione, terrorismo e fallimenti istituzionali hanno pagato un prezzo altissimo.
In questo quadro, la contrapposizione tra “operazioni senza caduti” e “fallimenti del passato” appare non solo superficiale, ma profondamente cinica. Le operazioni militari non sono prodotti di marketing. Non devono essere strumenti di patetica autocelebrazione politica. Sono atti di Stato che comportano sempre un rischio, anche quando pianificati con rigore e condotti da professionisti di altissimo livello.
I militari danno il massimo, sempre, non scelgono il contesto politico, non decidono la narrazione, non controllano il modo in cui il loro operato verrà ricordato o strumentalizzato. Sono un assetto dello Stato, al servizio delle istituzioni e della Costituzione, non di una fazione (provvisoria…).
Eagle Claw resta un monito inciso nel deserto iraniano. L’Afghanistan è una ferita ancora aperta nella memoria collettiva occidentale. Entrambi ricordano che il rischio zero non esiste e che il comando comporta responsabilità, non slogan!
Quando arriverà il momento in cui cadranno di nuovo soldati statunitensi – perché la storia insegna che accadrà – la domanda sarà inevitabile: il vanesio presidente saprà assumersi fino in fondo le proprie responsabilità?
Fotogramma: The White House
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