Dal coraggio di un salto alla forza di cambiare, senza rinunciare alle tradizioni
Di Cavalleria parlavo qualche anno fa con un generale di corpo d’armata, proveniente, però, dalla Fanteria. Al centro della conversazione c’erano le competizioni equestri e nuovi progetti, ma soprattutto il coraggio. Quello che serve quando il cavallo che corre verso un ostacolo e, per un istante, una voce interiore (dettata dall’istinto di sopravvivenza) suggerisce di tirare le redini.
Non ho sfruttato quella conversazione per redigere un articolo, facendolo ora, a distanza di tempo.
È proprio in quell’attimo che si misura qualcosa di più della semplice abilità di un cavaliere. Non si tratta di essere sprezzanti del pericolo, ma di conoscerlo, dominarlo e trovare la determinazione per andare avanti. È il momento in cui tecnica, fiducia e coraggio diventano una cosa sola. Una sensazione non troppo diversa da quella che può provare un paracadutista quando, sulla soglia del portellone di un C-130, arriva al momento di saltare.
Due specialità, due gesti profondamente diversi, ma qualcosa in comune c’è, eccome se c’è: la capacità di superare quella frazione di secondo in cui l’istinto suggerisce di fermarsi e l’addestramento insegna ad andare avanti. Ed è qui che si comprende il senso della vita di caserma, della convivenza, dell’istruzione militare e persino di quella disciplina che si respira durante le cerimonie. Nulla dovrebbe essere fine a sé stesso. Sono esperienze che formano il carattere, legano insegnano il rispetto delle regole, la responsabilità e la fiducia nei compagni. Perché un militare non si improvvisa e l’obbedienza non è rinuncia al pensiero, ma capacità di agire con lucidità, nel rispetto degli ordini legittimi, anche quando la paura suggerirebbe il contrario. È una formazione che non si può semplicemente imitare indossando un’uniforme.
Dai cavalli ai carri armati
Faccio quindi un mea culpa per non aver dedicato prima un breve tributo alla Cavalleria che, ricordiamo, il 30 ottobre celebra la sua Festa d’Arma. Quindi, provo a recuperare ricordando una delle riorganizzazioni più significative nella storia recente di questa nobile Arma e dell’esercito.
Nel 1999, con un decreto ministeriale del 1° giugno, la Cavalleria accolse i Carristi, fino ad allora appartenenti alla Fanteria. Una scelta non priva di discussioni, anche perché il futuro della Cavalleria, in un Esercito che cambiava, appariva molto incerto. Vennero così riunite sotto un’unica Arma due specialità differenti ma complementari, la Cavalleria di Linea, impegnata soprattutto nell’esplorazione, nella ricognizione e nella sicurezza, e i Carristi, espressione della potenza corazzata. Cambiano i mezzi e l’organizzazione, ma rimangono le tradizioni, come la sciabola di Cavalleria, dalla lama leggermente ricurva, simbolo della storia dell’Arma a cavallo.
Ma c’è una curiosità che forse non tutti ricordano. Infatti, nel 1999, anche l’Aviazione dell’Esercito entrò a far parte della Cavalleria, assumendo il suggestivo nome di Cavalleria dell’Aria. Un’unione che però durò poco più di quattro anni e, il 3 novembre 2003, l’Aviazione dell’Esercito tornò a essere una specialità autonoma della Forza Armata. I Carristi, invece, sono rimasti nella Cavalleria, di cui fanno ancora oggi parte.
Prima il cuore, poi il coraggio oltre l’ostacolo
Il coraggio, la disciplina e quella capacità di guardare avanti che attraversa la storia dell’Arma di Cavalleria. Dai cavalli ai mezzi corazzati, un’eredità che non ha perso il suo significato.
«Getta il cuore oltre l’ostacolo». È una delle frasi più belle che abbiamo sentito almeno una volta nella vita. Poche parole, semplici, capaci però di raccontare qualcosa di concreto, come la volontà di andare avanti anche quando davanti a noi sembra esserci qualcosa di insuperabile.
L’immagine richiama il mondo dell’equitazione, dove per affrontare un salto non bastano la forza del cavallo e l’abilità del cavaliere, ma servono fiducia e decisione. Ben rappresenta un’Arma che ha fatto del movimento, dell’iniziativa e del coraggio (e mai dell’incoscienza) alcuni dei suoi tratti distintivi.
Dalla carica al mezzo corazzato
Il cavallo ha sempre avuto un legame quasi istintivo con l’essere umano. È simbolo di libertà, forza, imponenza e, soprattutto, di quella sensazione unica che si prova nel dominarne il movimento. Qualcosa che, con le dovute differenze (perdonatemi il paragone forse un po’ azzardato), può ricordare il piacere di cavalcare una motocicletta. Quasi un richiamo primitivo a quando l’uomo scoprì nel cavallo un mezzo straordinario per muoversi e, quando necessario, prevalere sull’avversario. Non certo nel traffico di oggi, naturalmente.
Per secoli la Cavalleria ha rappresentato velocità, iniziativa e capacità di sorprendere il nemico e, il cavaliere, doveva conoscere il terreno, decidere e fidarsi del proprio cavallo quanto dei compagni. Una storia fatta di coraggio e sacrificio, ma anche di pagine drammatiche. Basti ricordare Pozzuolo del Friuli, il 30 ottobre 1917, quando i reggimenti Genova Cavalleria e Lancieri di Novara affrontarono durissimi combattimenti, pagando un prezzo altissimo in vite umane per proteggere il ripiegamento delle truppe italiane.
Poi il mondo è cambiato e i cavalli hanno progressivamente lasciato il posto ai motori, ai mezzi blindati e alle tecnologie moderne. La Cavalleria dell’Esercito Italiano ha trasformato mezzi e modalità d’impiego, conservando lo spirito che l’ha sempre contraddistinta, come la mobilità e l’iniziativai affrontare situazioni complesse. E, per la Cavalleria di Linea, quella vocazione all’esplorazione e alla ricognizione rimane centrale ancora oggi. Possiamo sostenere che non è rimasta immobile davanti alla storia, ma ha imparato a cambiare. Ed è proprio qui che quella frase acquista un significato attuale. Andare oltre l’ostacolo non vuol dire soltanto superare una barriera fisica, significa anche avere la capacità di adattarsi, senza dimenticare da dove si proviene.
Oggi la Cavalleria non si limita a ricordare le cariche del passato.
La Cavalleria di Linea opera con le blindo Centauro I e le più moderne Centauro II, affiancate da mezzi blindati Puma, veicoli tattici Lince e, in determinati contesti operativi e addestrativi, VBM Freccia. Mezzi di generazioni diverse, alcuni dei quali portano sulle spalle parecchi anni di servizio e, verrebbe da dire, richiedono agli equipaggi anche una buona dose di coraggio. A questi si aggiungono droni e sistemi di ricognizione sempre più sofisticati.
E il cavallo? Non è affatto scomparso dalle caserme italiane come si può evincere. Secondo quanto pubblicato dall’Esercito, soltanto al Centro Ippico Militare dei Lancieri di Montebello, a Roma, risultano scuderizzati una cinquantina di cavalli. A questi si affiancano le attività del Centro Militare di Equitazione di Montelibretti, dove nel marzo 2026 è stato inaugurato anche un nuovo allevamento equino. Non emerge, invece, un numero ufficiale aggiornato di tutti i cavalli dell’Esercito.
Quel cuore che non si arrende
La Scuola di Cavalleria custodisce un motto particolarmente significativo, «Con impeto e ferreo cuore oltre l’ostacolo». Parole che richiamano determinazione, disciplina e spirito di servizio. C’è qualcosa di profondamente umano in questo messaggio. Perché anche chi indossa un’uniforme conosce la paura, la fatica e il dubbio. Il valore di un militare non si misura nell’assenza di questi sentimenti, ma nella capacità di affrontarli con preparazione, responsabilità e rispetto per la vita. E il cuore, da solo, non basta; occorrono addestramento, lucidità, fiducia nei compagni e consapevolezza dei propri limiti.
La lezione più bella che la Cavalleria può lasciare anche a chi non indossa un’uniforme potrebbe essere proprio questa. Cambiano i tempi, i mezzi e gli ostacoli, ma non il coraggio di affrontarli. Perché gettare il cuore oltre l’ostacolo significa, prima di tutto, trovare dentro di sé la forza di andare avanti.
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