Dal pacifismo alla deterrenza: il nuovo Giappone
Il fluire di relazioni internazionali globalizzate suggerisce di evitare qualsiasi condizionamento dovuto alla posizione geografica; l’indifferenza occidentale può tranquillamente fare il paio con l’analogo sentimento del giapponese della strada, interessato il giusto per le realtà di un continente una volta convenzionalmente solo vecchio, ora anche confuso. Ma come si racconta ad un pubblico che ha dimenticato cultura e storia, l’immagine di un arcipelago, miticamente nato dalle gocce d’acqua salata cadute dalla lama di corallo degli dèi e diventato poi impero?
Kissinger, l’aedo della geopolitica, lo aveva capito bene: il Giappone, già al suo tempo, aveva le stimmate di un Paese da non sottovalutare e che avrebbe veleggiato verso l’arma atomica entro il 2028, un’ipotesi che il possesso di tonnellate di plutonio e missili spaziali pronti rendono tangibile.
Il problema è che visioni a lungo raggio e capacità politiche sono appannaggio di pochissimi eletti; se Kissinger fosse stato ancora qui, sorridendo, non si sarebbe certo stupito né dell’ascesa di Sanae Takaichi, prima donna premier della storia nipponica, né delle sue propensioni da falco, di certo attagliate ad una geopolitica indo pacifica fin troppo instabile e pericolosa, e da colomba per la spesa pubblica.
La vittoria di Takaichi è stata celebrata come storica, in un Paese dominato dalle dinastie politiche. La posizione di Tokyo rientra nella latenza nucleare, visto che il Giappone è una potenza atomica virtuale a cui mancano solo decisione politica ed assemblaggio dei componenti; una latenza che, per Takaichi, può divenire deterrenza urgente che, richiedendo una credibilità che ora a Washington latita, riconsegnerebbe il Sol Levante alla realpolitik.
È legittimo pensare che la Cina tema che il Giappone possa superare rapidamente gli arsenali di India e Pakistan e che possa sfruttare l’ambiguità strategica fornita dal programma spaziale civile, utile per lo sviluppo di missili balistici intercontinentali (ICBM). Del resto Kissinger aveva previsto che il Giappone non avrebbe accettato un’indefinita passività, e che la spinta al riarmo avrebbe segnato la fine di un assetto post bellico capace di giustificare la revisione dei trattati di non proliferazione, vista l’assertività cinese. Insomma, un qualcosa tipo meglio temuti che compatiti che fa il paio con il principio kissingeriano per cui, una volta acquisita la tecnologia, la volontà politica si sclerotizza.
Politica estera
Il segnale lanciato dall’ascesa al potere di Takaichi sta tutto in un’agenda che, ispirata a Shinzo Abe, contempla Keynes, decisionismo, volontà di rendere al Giappone un ruolo centrale sorretto da sicurezza economica e da assertività politica estera, riforme strutturali, revisioni costituzionali1; compito assolutamente non facile per chi, alla testa di un partito da rifondare, deve fare i conti con una natalità freddissima ed una geopolitica bollente.
Se le prossime elezioni di febbraio riconfermassero Takaichi alla guida del governo, il Giappone passerebbe dall’ambiguità alla chiarezza strategica, portando le relazioni con la Cina ad un punto critico, posto che lei stessa ha già dichiarato che un attacco cinese contro Taiwan, per Tokyo, rappresenterebbe una minaccia esistenziale; dunque, fine dell’ambiguità ed inizio delle reazioni multidominio.
Di pari rilevanza il sostegno assicurato all’Ucraina con la pressione sanzionatoria su Mosca, senza dimenticare che il Giappone è uno dei detentori di beni russi congelati; insomma, una politica che cerca di bilanciare il miglioramento delle capacità belliche con una diplomazia molto cauta, come dimostrano gli approcci con Pyongyang, accusata per lo sviluppo missilistico-nucleare ma blandita per il ritorno dei giapponesi rapiti.
Economicamente, il mercato valutario è caratterizzato da volatilità e dalla tesi, da analizzare con le pinze, che ci sia stato un intervento coordinato tra Tokyo e Washington per sostenere lo yen e svalutare simmetricamente il dollaro; tra il fattore Fed, i dazi e l’incertezza sui tassi, sembra quasi di essere nostalgicamente tornati all’Accordo del Plaza dell’852, anche se stavolta sono le minacce tariffarie americane ad imporsi, con gli oneri della svalutazione del verdone che ricadono sempre sugli alleati e tenendo conto che, dall’altra parte del tavolo, non c’è Tokyo ma il molto poco accomodante Pechino.
Torniamo in Giappone
Takaichi, Iron Lady sessantaquattrenne, pur criticando la dipendenza dagli Usa, promette collaborazione con Trump, rimanendo tuttavia scettica sull’immigrazione3; ha ereditato economia stagnante, alta inflazione e calo demografico cui intende reagire riprendendo tagli fiscali, spesa pubblica elevata e puntando sull’influenza sulla Banca centrale per ottenere politiche monetarie espansive. Di fatto il Giappone è in uno stato di stagnazione inflattiva che il governo sta combattendo con la Takaichinomics, fondata su investimenti statali ed aumenti salariali.
Se da un lato le obbligazioni frenano la spesa, dall’altro le esigenze della Difesa incombono, visti gli scontri con Pechino secondo una sorta di riedizione della crisi delle Senkaku del 2013 che oggi, secondo la diplomazia cinese, rievoca demoni militaristi secondo un trend che di de-escalatorio ha pochissimo. In ogni caso, l’aumento dei rendimenti obbligazionari a 20 e 40 anni, indica la percezione di un rischio nel detenere debito nipponico, un aspetto critico perché il governo Takaichi ha bisogno di sostenere keynesianamente un forte stimolo fiscale4. Se i tassi salgono troppo, il costo del debito divora il budget e rende insostenibili gli oneri per la ripresa.
Tutto sommato, il Giappone barcolla ma reflazionisticamente ancora non molla, anche se domanda interna ed esportazioni stentano, gli investimenti immobiliari residenziali scricchiolano per effetto delle norme eco friendly, un furioso campanello d’allarme per l’Europa, e la BoJ non segue le indicazioni governative circa la desiderata bassa entità dei tassi. Quanto perviene dal mercato fa sì che le elezioni anticipate siano percepite come foriere di un aggravamento dei conti; posto che il Giappone detiene il debito pubblico più alto al mondo in rapporto al PIL, i rendimenti dei titoli risentono delle aspettative d’inflazione, con la BoJ che a dicembre ha alzato i tassi d’interesse allo 0,75%, il livello più alto negli ultimi 30 anni, con un’inflazione a novembre al 2,9%5.
Se Takaichi vincesse si riaprirebbero tutte le centrali nucleari6 e la politica monetaria sarebbe ancora più espansiva ma con una spesa per interessi folle; potrebbe dunque essere prossimo il momento del rientro in patria dei capitali giapponesi dagli USA, pur a rischio di destabilizzare le borse mondiali trainate dal carry trade7; il tutto finalizzato, secondo una Abenomics 2.0, a garantire meno austerità, più spesa pubblica, un deficit inteso quale strumento permanente, crescita e consenso prima della disciplina fiscale, cosa che rende la sospensione dell’applicazione dell’IVA sui beni alimentari particolarmente emblematica perché non aumenta la produttività né migliora le previsioni a lungo periodo, ma incentiva i consumi immediati e allarga il deficit. Va da sé che si tratti di una misura efficace politicamente ma macroeconomicamente pericolosa specie in paesi con debito/PIL superiore al 250%.
Insomma, le elezioni anticipate potrebbero essere un azzardo, cosa che pone i tassonomici giapponesi sotto una luce che, per decenni, ha fiocamente rischiarato l’instabile scena politico-economica italiana: agire rischiando oppure rimanere al palo con un’economia zoppa, un rischio securitario enorme, una frequenza di primi ministri pari a quella dei profeti biblici? Non a caso si evoca l’incubo dei Gilt britannici del 20228.
Il problema è che il Giappone è molto più grande e globalmente interconnesso, cosa che renderebbe planetario qualsiasi impatto, visto che i grandi investitori nipponici sono tra i maggiori detentori di Treasury USA. Se lo yen si rafforza il rischio politico interno si accresce ed anche un rientro parziale potrebbe deprimere le borse. Il rischio è che la situazione da tattica potrebbe diventare sistemica, con il Giappone trasformato in rischio strutturale; l’8 febbraio passerebbe da data elettorale a giorno da ricordare sui libri di storia quale punto di faglia per l’equilibrio finanziario generale anche alla luce del passaggio giapponese ad un’impostazione di bilancio che considera fortemente le esigenze della Difesa.
Di fatto, l’Europa si avvia a diventare periferica mentre il wargame si trasla nel Pacifico verso le fortezze nippo-australiane. Concludendo, a pochi mesi dalla sua nomina a premier, Sanae Takaichi ha giocato la fiche delle elezioni anticipate, caratterizzate da una campagna elettorale insolitamente breve (ed intensa) dietro la quale si celano motivazioni politiche, strategiche, personali e sospinta dalla personalizzazione del consenso politico da parte dell’elettorato più giovane.
La scelta di sciogliere la Camera dei Rappresentanti9 ad inizio della sessione ordinaria fissando il voto in pieno inverno, pone in risalto quanto la premier si stia giocando del proprio consenso personale, tentando di conquistare una maggioranza meno parcellizzata per evitare mesi di stillicidi parlamentari.
Le elezioni, dunque, si propongono come un tentativo di soluzione di un rebus sempre più complesso in un ambito internazionale sempre più anarchico dove il pacifismo costituzionale giapponese non può combaciare con i bellicismi delle controparti. All’interno, la riorganizzazione della scena politica si è proposta con la formazione della Centrist Reform Alliance, che sostiene la riapertura delle centrali nucleari e ha aggiunto un elemento di ulteriore incertezza anche alla luce del fatto che, in modo poi così non inedito, molti governi nascono proprio da connubi post-elettorali, un quadro a cui aggiungere la rottura tra Partito Liberal Democratico, che deve tenere conto dei sovranisti del Sanseito, e centristi buddisti del Komeito.
Le ultime proiezioni demoscopiche hanno evidenziato come il voto sia ancora aperto e capace di riservare sorprese, vincolato com’è alla capacità dei leader di mobilitare l’elettorato per animare quello che sta diventando un referendum su Takaichi. In chiave internazionale, le elezioni dell’8 febbraio sono destinate a divenire uno spartiacque per il Giappone, dove il gradimento del governo tra i votanti compresi tra i 18 ed i 29 anni ha raggiunto oltre il 90%.
La vittoria conferirebbe a Takaichi una legittimazione che anche la Cina dovrebbe considerare, e renderebbe più solido ma articolato il rapporto con gli americani di cui si teme un accordo con Xi per un G2 da coup de théâtre. Una leader forte, quale potrebbe essere una rieletta Takaichi, cercherà di proporsi a Trump come un partner paritario, cosa che porterà Pechino a veder svanire ogni chance di allontanamento di Tokyo da Washington, con l’inaugurazione di un’inedita guerra fredda asiatica.
1 Il programma di Takaichi prevede la revisione dei principali documenti strategici sulla sicurezza, l’eliminazione dei vincoli all’export di armi, lo sviluppo di capacità di attacco preventivo e una possibile revisione dell’articolo 9 della Costituzione pacifista.
2 Nel settembre 1985, i rappresentanti del G-5 (USA, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito) si incontrarono all’Hotel Plaza di NY. L’obiettivo era svalutare il dollaro, troppo forte, per ridurre il deficit commerciale americano e far uscire l’economia USA dalla recessione. L’operazione salvò Washington ma devastò il Giappone (vd. Decennio perduto).
3 Recenti sondaggi d’opinione pubblica rivelano che la crescente preoccupazione per il numero di non giapponesi in Giappone non appartiene esclusivamente ai conservatori
4 Con i tassi che salgono, il costo del debito consuma il budget e rende insostenibile la spesa
5 Malgrado il costo del denaro rimanga basso la mossa della BoJ rappresenta un nuovo passo verso la normalizzazione della politica monetaria dopo deflazione e tassi negativi. La BoJ è l’unica grande banca centrale ad aver intrapreso un percorso di rialzo, anziché di riduzione, dei tassi.
6 Senza il nucleare, il Giappone resterebbe schiavo delle importazioni di GNL esponendo l’economia alla volatilità dei prezzi globali
7 Carry trade: operazione finanziaria che consiste nel prendere a prestito denaro a basso tasso d’interesse in una determinata valuta per investirlo nell’acquisto di asset a più alto rendimento e denominati in altra valuta.
8 Gilt: titoli di stato inglesi. Il termine significa dorato perché i certificati emessi dalla BoE avevano i bordi laminati in oro. Crisi dei Gilt: evento dell’autunno 2022 e che ha portato il sistema finanziario britannico al collasso. Nel settembre 2022 il governo presentò un piano economico che prevedeva forti tagli alle tasse finanziati grazie ad un aumento del debito pubblico. Gli investitori iniziarono a vendere Gilt temendo che il debito diventasse insostenibile causando il passaggio ad una crisi sistemica aggravata dall’effetto determinato dai fondi pensione che usavano i Gilt come garanzia collaterale. Poiché le banche chiesero ai fondi pensione di versare contante reperito con la vendita di altri Gilt, la BoE è stata costretta ad intervenire acquistando 65 miliardi di sterline in Gilt.
9 Elegge il primo ministro e approva il bilancio
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