Dalla deterrenza alla “zona grigia”: come combattono oggi le grandi potenze
Se “Una nuova Guerra Fredda?” ha delineato la cornice strategica della competizione tra grandi potenze, questo secondo contributo ne analizza il funzionamento operativo e le modalità di esercizio della competizione. La nuova Guerra Fredda non si manifesta attraverso scontri frontali o dichiarazioni di guerra, ma mediante una pluralità di azioni calibrate, spesso indirette, che si collocano deliberatamente al di sotto della soglia del conflitto armato tradizionale. È in questa “zona grigia” che la competizione assume oggi la sua forma più riconoscibile e persistente.
Negli ultimi anni, la postura strategica statunitense è stata spesso interpretata come un ripiegamento. In realtà, più che di disimpegno, si tratta di leadership selettiva. Washington tende a ridurre la presenza militare diretta e permanente, privilegiando invece una gestione indiretta delle crisi, fondata su deterrenza avanzata, alleanze flessibili e capacità di intervento rapido. Le proteste iraniane del gennaio 2026 hanno mostrato con chiarezza questa postura: l’assenza di un intervento diretto non ha indicato disinteresse, ma la volontà di evitare un’escalation regionale, privilegiando strumenti di pressione indiretta e deterrenza politica.
Le critiche ricorrenti sull’insufficiente contributo degli alleati in Afghanistan hanno consolidato, nel dibattito strategico statunitense, l’idea di una leadership selettiva e condizionata, incidendo sulla credibilità e sulla coesione delle architetture multilaterali tradizionali. In questo quadro, la NATO resta uno strumento centrale, ma sempre più orientato al burden sharing (condivisione degli oneri) e alla responsabilizzazione degli alleati europei. Analogamente, il ruolo delle Nazioni Unite appare marginale nelle dinamiche di competizione tra grandi potenze, non per una sua irrilevanza giuridica, ma per la sua scarsa efficacia come strumento di gestione del confronto strategico ad alta intensità politica.
La riluttanza statunitense a un coinvolgimento diretto non implica dunque una rinuncia all’influenza, bensì una sua trasformazione: dalla presenza fisica costante alla capacità di condizionamento strategico, esercitata attraverso segnali militari, posture avanzate e interventi selettivi.

Parallelamente, la Federazione Russa ha sviluppato una strategia di proiezione esterna mirata, che trova in Africa e in America Latina due spazi privilegiati di attrito con l’Occidente. Queste regioni non rappresentano teatri vitali in senso classico, ma offrono a Mosca opportunità asimmetriche per ampliare la propria influenza a costi relativamente contenuti. Il supporto militare russo assume forme diverse: addestramento, forniture di armamenti, presenza di contractor, cooperazione di sicurezza. A ciò si affianca una dimensione politica e simbolica rilevante, volta a presentare la Russia come alternativa credibile ai modelli occidentali, soprattutto in contesti segnati da instabilità, risentimento post-coloniale o diffidenza verso le istituzioni euro-atlantiche. Questa proiezione fuori area non mira al controllo territoriale, ma alla disarticolazione dell’ordine occidentale, inserendo elementi di disturbo in aree periferiche in senso geografico, ma strategicamente sensibili.
La competizione tra grandi potenze si concentra oggi in alcune aree geostrategiche di interesse primario, dove convergono dimensioni militari, politiche ed economiche. Dall’Europa orientale all’Artico, fino all’Indo‑Pacifico, essa assume forme diverse ma risponde a una logica comune: pressione sotto soglia, deterrenza calibrata, ambiguità strategica.
Il protrarsi del conflitto in Ucraina conferma come l’Europa orientale resti il principale punto di contatto diretto tra NATO e Russia, ma anche come la competizione si estenda ben oltre il campo di battaglia, mantenendo una dimensione strategica più ampia e multilivello. Qui la deterrenza torna a essere prevalentemente militare, ma resta incardinata su posture difensive avanzate, esercitazioni, presenza rotazionale e segnali di credibilità, più che su un confronto aperto.
Il recente dibattito innescato dalla retorica trumpiana sulla Groenlandia, con pressioni diplomatiche e dinamiche di azione-reazione deterrenti, ha spostato i riflettori su come l’Artico si sia trasformato da regione periferica a spazio centrale della competizione. Lo scioglimento dei ghiacci, le nuove rotte e le risorse naturali trasformano l’Artico in un’area di crescente attrito strategico, dove cooperazione e competizione convivono in un equilibrio sempre più fragile.

L’Indo-Pacifico, pur essendo principalmente legato al contenimento della Cina, assume una valenza sistemica. Qui gli Stati Uniti sperimentano forme avanzate di deterrenza integrata, basate su alleanze regionali, presenza navale e superiorità tecnologica, evitando accuratamente lo scontro diretto, con Taiwan quale perno centrale di una strategia fondata sull’ambiguità deliberata, in cui la deterrenza deriva non da garanzie esplicite, ma dall’incertezza deliberata circa soglie, tempi e modalità di un eventuale intervento.
Il tratto distintivo della competizione contemporanea è il ricorso sistematico alla guerra sotto la soglia. Hybrid warfare, cyber operations, manipolazione dell’informazione e pressione economica costituiscono strumenti ordinari della competizione multilivello. L’ambiguità diventa un vero e proprio strumento strategico: azioni difficilmente attribuibili, escalation controllate, sovrapposizione tra attori statali e non statali. In questo contesto, la distinzione tra pace e guerra si fa sempre più sfumata, mentre la deterrenza non scompare, ma si adatta a domini nuovi e interconnessi. La competizione multidominio consente di esercitare pressione costante senza superare soglie che provocherebbero una risposta militare diretta, mantenendo il confronto in una zona di incertezza permanente.
La nuova Guerra Fredda non è caratterizzata dall’assenza di conflitto, ma dalla sua trasformazione: non più evento eccezionale, bensì condizione permanente, frammentata e continua. Le grandi potenze competono ogni giorno attraverso strumenti militari, politici e informativi, ridefinendo progressivamente le regole del confronto senza mai dichiararle apertamente. Comprendere queste dinamiche significa riconoscere che la stabilità contemporanea non è il risultato di un equilibrio condiviso, ma di una tensione costante, gestita e calibrata.
È su questa tensione che si gioca oggi il futuro dell’ordine internazionale. È la prosecuzione naturale della cornice delineata nel primo contributo. Una competizione permanente che non cerca la guerra, ma ne utilizza le logiche per ridefinire l’ordine internazionale.
* l’autore è ufficiale e insegnante di storia militare
Bibliografia
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- Mazarr, M. J. (2015), Mastering the Grey Zone: Understanding a Changing Era of Conflict, US Army University Press. Disponibile su: https://press.armywarcollege.edu.
- Tsygankov, A. (2006), Russia’s Foreign Policy: Change and Continuity in National Identity, Rowman & Littlefield.
Immagini: OpenAI / U.S. Navy
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