Damasco e il falso messia
Guardare a Damasco è un pensiero che fa rabbrividire di fronte all’oceano del tempo della sua storia; quella che è probabilmente una tra le più antiche capitali abitate continuativamente rimane spettatrice di eventi privi di grandezza e pur nella loro sanguinosità destinati ad essere cancellati dalla spugna della memoria.
Al-Assad altro non è stato che l’ennesimo granello di sabbia nella clessidra damascena, un autocrate privo di capacità costretto a cedere lo scettro conquistato dal padre ad al-Sharaa, profeta di un pragmatismo scevro da qualsiasi ideologia ed ispirato da tre direttrici: riallineamento regionale con l’affrancamento da dipendenze sciite, ingresso nella coalizione anti Isis, mediazione diplomatica con Washington e Tel Aviv secondo i crismi di una proiezione esterna condizionata dal ripristino della sovranità statale in antitesi a qualsiasi ipotesi di cantonizzazione e dall’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nell’ambito istituzionale.
Damasco è un vaso di coccio tra il ferro turco e quello israeliano, un ganglio caratterizzato da devastazione economica e tensioni settarie ed etniche dove l’estradizione di al-Assad da Mosca potrebbe rafforzare la fiducia nella leadership russa, pronta ad offrire una cooperazione bilaterale rafforzata pur di conservare il sia pur parziale controllo di Tartus, porto che nel frattempo ha visto la fine del monopolio moscovita e l’arrivo degli EAU. Una mossa espressione di una strategia geoeconomica volta ad attirare capitali da Golfo e Occidente che allontana dall’influenza esclusiva di Mosca, cui è stata riservata una coesistenza precaria, e che apre a nuovi scenari agevolati dal ritiro di gran parte delle sanzioni occidentali.
Nel frattempo Ankara si volge ad investimenti nei settori energetico e militare, utili al consolidamento di un’egemonia d’area forte dell’interruzione del corridoio sciita tra Beirut e Teheran, accusata di mantenere una presenza militare volta a minare una stabilità caratterizzata da una precarietà funzionale alla strategia israeliana, favorevole ad ogni soluzione che contenga l’espansionismo turco.
Intanto Damasco affronta il paradosso diplomatico di una politica estera proattiva, contrapposta ad un fronte interno preoccupante, date tensioni etniche, divisioni ideologiche e una pesante crisi economica, pur secondo una visione geopolitica che vuole Damasco quale hub logistico-strategico per un transito mercantile alternativo agevolato dalle minacce che incombono sulle SLOC del Golfo.
Insomma, una transizione difficile che maschera fragilità endogene tra il dialogo con Israele, i rapporti con mondo arabo e Turchia ed il fatto che il governo è un melting pot di ex jihadisti, attivisti, rifugiati ed ex burocrati governativi con, nell’ombra, una ricostruzione che assorbirà investimenti per più di 200 miliardi di dollari in un contesto che ha visto la recrudescenza delle violenze in aree particolari; di fatto si oscilla tra visioni di unità contrapposta ad una frammentazione antitetica al concetto stesso di sovranità.
A seconda di come Israele e Turchia definiranno i propri ruoli, sarà possibile comprendere ripercussioni securitarie e stato della stabilità interna, vista la crescita dell’influenza regionale turca con la progressiva riduzione dell’autonomia curda.
Nel dicembre 2024, caduto al-Assad, si è auspicato un rapporto diverso tra Stato e società, basato su un nuovo contratto sociale vanificato da schemi di governo molto simili a quelli del passato regime. Non a caso al-Sharaa ha nominato familiari e fedeli a Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) per controllare le decisioni economiche e securitarie fondamentali guardando al modello del Governo della Salvezza di Idlib, strutturato per l’opposizione ed ora proiettato alla direzione di milioni di persone abituate ad un clientelismo che ha radicato modelli collettivi bottom-up; senza politiche sociali, la Siria rimpiazza un sistema autoritario con un altro fino a riprodurre le stesse cause originarie dell’appena conclusa guerra civile. Il governo di transizione non sta tanto riformando le istituzioni esistenti quanto riedificandole da zero ma senza mandato politico.
Il patrimonialismo istituzionale1 siriano si è dunque evidenziato attraverso pochi ma funzionali meccanismi che privilegiano una monopolizzazione familistica del potere economico, una lealtà che trascende il merito con transazioni economiche opache secondo paradigmi che, grazie alla retorica del rinvio, richiamano al passato regime di al–Assad; di fatto, esiste la possibilità di replicare le stesse condizioni di esclusione economica, corruzione e autoritarismo del 2011. In ogni caso, nel nuovo ordine siriano è la Turchia ad aver conquistato la palma del vincitore, con la neutralizzazione del progetto curdo e l’ampliamento della profondità strategica, a fronte di un depotenziamento irano-russo, coinciso con gli attacchi sferrati contro Teheran.
Si può dunque immaginare una Siria parcellizzata in un doppio spazio di sicurezza, con a nord e al centro l’influenza turca, e a sud, vicino al Golan, quella israeliana.
Intanto gli americani si disimpegnano dal nord est siriano e dall’avamposto meridionale di Al Tanf, ritenendo che gli obiettivi prefissati siano gestibili grazie ad accordi di sicurezza indiretti e pianificazioni di attività di intelligence, in controtendenza rispetto alla Turchia, che mantiene invece una presenza strategica tra Aleppo e Idlib grazie al prolungamento triennale del mandato conferito purché non ecceda le linee rosse geopoliticamente tracciate dagli altri attori regionali.
Se l’Iran vede la Siria come una testa di ponte, Israele la considera punto di neutralizzazione della minaccia sciita, mentre la Giordania si colloca su una linea pragmatica, focalizzata sulla salvaguardia della propria stabilità interna.
Le esportazioni di gas israeliano vengono effettuate indirettamente grazie ad accordi di scambio e rivendita con Giordania ed Egitto piuttosto che tramite un formale contratto diretto prematuro e difficilmente gestibile, che creerebbe un dilemma strategico comprendente anche il Libano; la questione del gas non è solo questione energetica, ma un banco di prova per comprendere se le infrastrutture regionali possano trasformarsi in strumento di stabilizzazione e non di nuove crisi.
Se Giordania, Egitto, Siria e Libano negozieranno accordi energetici basati su un sistema sostenuto dal gas israeliano, Tel Aviv dovrà affrontare la querelle alla stregua di una questione di pianificazione strategica, atta ad impattare sul doppio binario delle relazioni diplomatiche e su quello dell’affinità ideologica con il movimento islamista al governo in Afghanistan.
Pur a fronte della proposta apertura di canali diplomatici tra emirato e nuova Siria a guida sunnita, rimane la complessità del rapporto ideologico tra l’HTS guidato da al-Sharaa e i Talebani, privi della stessa strategia di accreditamento estero. Insomma Kabul, malgrado una generica solidarietà sunnita, rimane un modello da non replicare.
La figura di al-Sharaa è tuttavia controversa
Se da un canto le sue promesse di un governo inclusivo hanno favorito spiragli verso ovest, dall’altro gli scontri con i lealisti alawiti e tra drusi e beduini sunniti a Suwayda lasciano molti dubbi sulle sue capacità di mediazione.
Interessante la posizione libanese, dato anche l’intento americano di rimuovere Beirut dall’attrazione gravitazionale iraniana, affidando a Damasco le operazioni anti Hezbollah; un’idea che si scontra con l’instabilità interna siriana ed esalta il settarismo siro-libanese. La proposta di Washington non comprende dunque le dinamiche libanesi, dove il problema non sono solo le armi di Hezbollah ma anche il tentativo iraniano di inserire sempre e comunque Beirut nelle trattative. Attenzione allora ai settarismi, visto che i dati messi a sistema da organizzazioni internazionali evidenziano come, al riparo della facciata, le minoranze alawite, druse e cristiane stiano subendo vessazioni sistematiche caratterizzate da una costante impunità testimoniata dall’amnistia concessa da al-Sharaa in occasione dell’ultimo Ramadan.
Lecito pensare che il governo siriano adotti una politica del doppio forno, dove da un lato cerca di rassicurare l’Occidente, mentre dall’altro tollera epurazioni silenziose delle minoranze per non alienarsi la base arabo-sunnita.
Posto che la realpolitik regna sovrana, rimane attivo anche il traffico di Captagon, anfetamina non scomparsa ma decentralizzata e controllata da reti criminali più contenute ed operanti in aree difficili da controllare, come la Valle della Beqaa, per proiettarsi verso una domanda enorme e trasversale con margini di profitto elevatissimi.
Scivoliamo ora verso quale percezione poco polite, come dicono quelli bravi. Che oggi Damasco occupi spazi marginali nei palinsesti informativi rientra tra i paradossi, dato che malgrado la rilevanza l’attenzione pubblica è ai minimi storici, vista la saturazione cronica di cui è imbevuta perché ormai polarizzata verso punti di faglia più urgenti.
La Siria è importante ma non è più una novità, un po’ come i casi dell’avvocato Billy Flynn in Chicago, dove l’ultimo omicidio seduce più del precedente, a meno che spunti qualche altra primizia. La guerra spettacolo affascina più di una transizione burocratica, poco telegenica ma più redditizia. Ovviamente silenzio mediatico non vuol dire che regni la pace, significa solo che l’agenda politica e giornalistica è caratterizzata da crisi più attraenti, come Iran, Mar Rosso, Europa orientale, e che Golfo Persico e Turchia preferiscono i fari spenti per non agitare le cancellerie europee: gli affari sono affari.
Al-Sharaa è cosciente della diffidenza nutrita per il suo passato jihadista, e se si ripercuotessero echi pericolosi di instabilità o tensioni settarie l’opinione pubblica occidentale negherebbe i fondi per la ricostruzione. Se è vero che un Paese vale una giacca e una cravatta, allora tanto vale la strategia del silenzio operoso, in un contesto dove la presenza turca è stata tacitamente accettata.
Lecito domandarsi se la svolta pragmatica siriana rientri tra gli autentici riallineamenti strutturali o piuttosto tra le dissimulazioni, una taqiyya2 geopolitica per sopravvivere nell’immediato, con l’allontanamento dall’Iran non per motivi ideologici ma per necessità contingenti legate ai finanziamenti promessi.
Anche il pragmatismo democratico ed inclusivo si scontra con i frequenti attriti che si presentano nella realtà, con una cooptazione curda che sa più di sottomissione che di integrazione, specie se permette di riprendere il controllo delle risorse strategiche del nord-est, senza contare un possibile doppio gioco con il Cremlino. Se non è un travisamento, si è di fronte all’estremizzazione di una realpolitik dove una presentazione affidabile è tutto. Del resto la storia della diplomazia è costellata di matrimoni di convenienza per cui interessi strategici e stabilità geopolitica superano i giudizi morali.
La Siria non è la prima e non sarà certo l’ultimo degli Stati considerati paria e poi riavvicinati sia pur con profondo cinismo, alla stregua della Repubblica Popolare Cinese, della Libia, dell’URSS tra il 41 ed il 45, del Pakistan al tempo della guerra afghana.
Immaginate la gioia di Winston Churchill e Henry Kissinger, per cui la diplomazia è a caccia di comportamenti prevedibili e non certo di ideali; qualunque interlocutore viene integrato nel sistema se in grado di contenere minacce peggiori secondo un’ottica che si attaglia perfettamente ad al-Sharaa e che premia l’amoralità strategica purché proficua e che oltrepassi l’etica del singolo, che tanto la storia non la farà mai.
Piccola provocazione di chiusura
La serie Netflix Messiah, thriller geopolitico che gioca sul dubbio e che inizia proprio a Damasco. Stimolante il paragone tra il protagonista ed il leader siriano, con diverse analogie strutturali, estetiche e psicologiche da poter leggere, con un parallelismo tra narrazione del salvatore, metamorfosi dell’immagine e ambiguità.
Di al-Sharaa (alias al-Julani) non si possono non rammentare avanzata e ingresso hollywoodiani a Damasco nel momento del collasso dello Stato, come non considerare la costruzione dell’immagine? Se il protagonista di Messiah gioca con i codici visivi per manipolare media e social, al-Sharaa si affida ad un rebranding che lo spoglia delle vesti jihadiste per passare a sartorialità occidentali e ad un’ingegneria del consenso.
Per i suoi sostenitori, e per qualche pragmatico ante litteram, al-Sharaa è l’indispensabile uomo forte (e come sbagliarsi?), l’unico argine al caos; per i critici, è invece un vero falso, un cavallo di Troia che istituzionalizza un nuovo regime clientelare. Al Masih e al Sharaa sono figure generate dal vuoto di potere, e stanno a dimostrare come, nell’era dei mass media, leadership e sopravvivenza politica si basano sulla capacità di recitare un ruolo capace di rimodellare l’identità visiva per venire incontro ad un pubblico esasperato.
Se il dubbio instillato dal primo fotogramma della serie è se al Masih sia davvero un inviato divino, c’è anche un parallelismo che ha sconsigliato la produzione di una seconda stagione, ovvero quello con la figura di Al-Masih ad-Dajjal (il falso messia nell’escatologia islamica). C’è da pensarci anche in Siria.
1 Ci si riferisce a una distorsione in cui le strutture dello Stato democratico e burocratico mantengono una facciata formale di tipo moderno e legale, ma operano, nei fatti, secondo una logica patrimoniale
2 mascheramento
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