Dopo Assad la Siria si ricompone: chi vince davvero tra curdi, Turchia e U.S.
Pensare ad un MO statico è una contraddizione in termini: lì la storia non trova fine; la caduta di Assad non ha portato alla definizione di nuovo equilibrio, ma all’approfondirsi di punti di faglia.
L’attraversamento dell’Eufrate da parte delle forze damascene, con la sollevazione delle tribù arabe di Deir al Zor e Raqqa in antitesi con gli indo europei curdi, non pubblicizzato da adeguato battage informativo, ha infranto un limes decennale servito a delimitare un conflitto dietro il quale le Forze Democratiche Siriane, di matrice curda, sono riuscite a gestire un’area di fatto autonoma anche detenendo migliaia di jihadisti1; uno sviluppo che, sostenuto dalla popolazione araba sunnita2, ha ridestato il ricordo delle atrocità commesse dalle forze governative a danno degli alawiti. Attenzione, perché prigioni e campi profughi sono sì un problema securitario, ma anche una leva negoziale con Occidente, Turchia e Stati del Golfo in termini di rimpatri, aiuti, revoca di sanzioni, cooperazione antiterrorismo. Un ritorno ai combattimenti fin nei centri abitati curdi, post il cessate il fuoco mediato dagli USA tra Ahmad al-Sharaa e Mazloum Abdi, sarebbe tragico per entrambi i contendenti e sconvolgerebbe la transizione dall’era Assad.
Quella che è apparsa come una serie di controllabili attriti innescati dai curdi si è trasformata in un passe-partout strategico per al-Sharaa, ovvero l’assunzione più profonda del controllo del territorio dalla caduta di Assad grazie anche al sostegno americano, all’assenza di una concreta opposizione internazionale, ed alla volontà di evitare qualsiasi configurazione decentralizzante o federale.
Non c’è dubbio che Damasco consideri essenziale estendere il proprio controllo su tutto il territorio per affermare la propria sovranità, mentre le SDF3 ritengono il conservare influenza sulle forze del nord-est come elemento necessario a sostenere un’autonomia conquistata dopo più di 10 anni di guerra. Le sorti della coesione nazionale siriana sono destinate a decidersi proprio in quell’area ripercuotendosi ovunque, non da ultimo nel sud, dove i drusi sono in cerca di autodeterminazione per il Governatorato di Suwayda anche alla luce della comprensibile diffidenza nutrita verso il passato jihadista del Presidente al Sharaa.
Da un punto di vista più analitico, quel che accade ai curdi, obiettivo più recente e strategicamente più rilevante, potrebbe seguire modelli già adottati in precedenza con l’isolamento delle comunità ed il ricorso all’uso della forza. Già prima della resa curda le minoranze religiose cristiane, yazide e alawite sono state oggetto di politiche intimidatorie, con i drusi oggetto di intervento protettivo da parte israeliana.
Il conflitto a nord-est ripropone sia il tema del contenimento delle ribellioni periferiche, sia un refrain in cui le visioni strategiche si sovrappongono, una supportata da Israele (e forse dagli EAU) che punta ad una frammentazione siriana più gestibile ed alla creazione di una zona cuscinetto4 sulle alture del Golan l’altra, sostenuta da Riyad, Ankara e Washington5, alleato da conservare, che punta ad una centralizzazione top down governata da Damasco, per cui tutte le comunità etniche devono essere integrate nel più ampio contesto nazionale attraverso liaison con il regime; tutto ciò, sotto un’ottica turca, rende il crollo curdo un successo evidente, anche in funzione del fatto che Ankara continua ad inquadrare il tutto come una minaccia strategica.
Posto che ciò che il presidente al Sharaa otterrà a sud dipenderà dalla configurazione securitaria israeliana, a nord non potrà trascurare le prospettive turche. L’attacco del 7 ottobre da Gaza ha rafforzato questa visione, tanto più che la zona cuscinetto siriana fa ora parte di una più ampia area comprendente anche il Libano, caratterizzata da una politica a suo tempo plasmata dal regime baathista ed in balia della possibilità di ulteriori frammentazioni.
Nell’arco degli ultimi mesi lo stallo della situazione curda si è reso evidente e solo il 17 gennaio al Sharaa ha emanato un decreto che, data la disponibilità delle FDS a ritirarsi da Aleppo, ha riconosciuto il curdo come lingua nazionale e i curdi come parte essenziale e integrante del Paese, un’iniziativa ritenuta insufficiente da parte dell’amministrazione autonoma del Rojava visto che i combattenti curdi si intendono integrati come singoli soggetti e non in unità organiche secondo un meditato divide et impera che controlla gli equilibri di potere e che certo non premia una linea politica curda che, forse, già sul momento, avrebbe potuto essere più flessibile, vista la situazione contingente.
Di fatto, rimane fondamentale continuare a puntare sulla protezione del carattere speciale delle aree curde che diventerebbe così un’apertura per negoziare l’autonomia finora goduta e la centralizzazione statale di al Sharaa. Tra i soggetti politici esterni da rammentare il presidente Trump, disposto sia ad accettare l’ex qaedista al Sharaa sia a rimuovere le sanzioni, ed il Presidente turco Erdoğan fisiologicamente avverso alle forze curde ed al loro desiderio autonomista pericolosamente traslabile in Anatolia, tenuto poi conto che i territori amministrati dalle forze curde annoverano alcuni dei maggiori giacimenti petroliferi e gasieri siriani, fondamentali per la ricostruzione del Paese. Ma è il tempo ora il fattore determinante, dato che qualsiasi prolungamento delle trattative viene interpretato come dilatorio e capace solo di consentire riorganizzazioni foriere di nuovi attriti.
In apparenza quanto avvenuto fa propendere per l’idea di una tregua, ma agli occhi dei curdi si è trattato di una resa, magari sotto sembianze amministrative, con l’assorbimento dell’autonomia nello Stato e con la fine di fatto del Rojava, soggetto politico non riconosciuto ma funzionale al contenimento della minaccia jihadista; il nord-est non è stato perso da curdi con un’azione improvvisa, ma con accomodamenti tattici che hanno condotto all’unica via d’uscita dell’accordo. Perdere il controllo delle entrate, dei valichi, dei pozzi petroliferi e dei corridoi commerciali ha privato i curdi di qualsiasi leva negoziale e di garanzia di stabilità assicurata da un’efficace capacità distributiva; impossibile nel breve periodo difendere contemporaneamente linee belliche e tenuta economica territoriale.
Il cessate il fuoco di Damasco non si impianta su una generica disponibilità al compromesso, ma sul fatto che i curdi non hanno più potuto contare su alcun margine di controllo e di potere; nel corso dell’ultimo anno la situazione geopolitica curda è mutata radicalmente con l’avvicinamento di al Sharaa agli USA, che ha reso non più influente nel nord-est la presenza curda di cui diversi giornali arabi hanno stigmatizzato i passi falsi nel cambiamento delle alleanze in funzione delle situazioni contingenti. I fattori che rendono complessa la situazione sono molteplici, non da ultimo sia le interferenze di Ankara6, che spera di risolvere una volta per tutte il problema curdo, sia gli interventi di Tel Aviv, che punta sul mantenimento delle frammentazioni siriane e accusa Damasco di repressioni sistematiche delle minoranze.
Per Israele sarà cruciale comprendere in anticipo la posizione americana, quella turca alla luce degli eventi gazawi, i rapporti turco-americani, la quadruplice frammentazione dell‘universo politico curdo; intanto Tel Aviv ha moderato gli interventi diretti limitandosi ad un generico sostegno tale da evitare sia coinvolgimenti diretti sia screzi con Washington puntando ad uno strategico bilanciamento sunnita del potere.
Probabilmente si tratta della fine di un’era e dell’inizio di una normalizzazione tutta da verificare. Il ritiro curdo dalle zone petrolifere di Al Hasakah, Deir Ezzor e Raqqa, segna un momento decisivo nell’accordo di cessate il fuoco spostando l’asse degli equilibri economici al centro degli interessi siriani virando dalla guerra aperta ad un’inedita integrazione comunque da testare, mentre gli USA inaugurano un cambio di paradigma auspicando che gli accordi portino ad una nuova unificazione e ad una nuova stagione nella lotta all’ISIS.
Anche la Turchia plaude, e non avrebbe certo potuto fare diversamente, guardando al depotenziamento delle SDF pronte (forse) ad integrarsi in uno stato amico. Insomma, il petrolio torna al centro, a Damasco, i curdi vestono l’uniforme siriana, Washington e Ankara applaudono soddisfatte. Realisticamente la chiusura sembra condurre ad un vissero che, senza felicità e contentezza, non sarà un elemento da favola ma sicuramente da coccolare, a fronte della terapia ideologica e della letale concretezza delle pallottole.
Guardiamola dal punto di vista del payoff: una nobilitazione politica del soddisfacimento di necessità pratiche sempre in contrasto con l’impossibile dividendo delle promesse elettorali per cui sono passati politici ben più quotati di al Sharaa, che pure di istinto sembra averne da vendere, come il Nixon pro Cina, il Churchill pro Stalin o il Mitterrand pro libero mercato, perfettamente calati nel momento Machiavelli della consapevolezza per cui per salvare capra e cavoli bisogna saper entrare nel male. Il pragmatismo minimalista paga, ne sanno qualcosa Tsipras con la sua Kube tumba, la giravolta necessaria ad evitare il peggio, ed il Nobel Obama, che non riuscì a chiudere Guantanamo ma implementò droni e azioni delle forze speciali.
Non aveva così torto Hans Morgenthau quando asseriva che il realismo politico riconosce che la politica è guidata da leggi oggettive e che un leader deve a volte sacrificare la propria bussola morale per la sopravvivenza dello Stato. Insomma, la realpolitik trionfa ancora una volta e soddisfa principi e necessità che, dal basso, si stenta ad afferrare: gli USA scansano la minaccia di entità autonome ed incontrollabili mantenendo (forse) l’influenza su un governo che, al momento, sembra l’unica espressione politica in grado di assicurare stabilità e ridurre l’esposizione militare di Washington; la Turchia7 torna ad una ambita dimensione imperiale in cui può proporsi come tutor di al Sharaa annullando la tenace minaccia curda che, in un futuro non troppo lontano, avrebbe potuto trasformare l’aspirazione autonomista in pretesa unitaria su 4 diversi Paesi, tradizionalmente neanche troppo facili in un’area naturalmente ribollente, dove i calcoli americani potrebbero scontrarsi con una reviviscenza jihadista e dove l’Europa potrebbe accorgersi che scambiare gli impegni con una generica deterrenza potrebbe non essere né possibile né pagante.
1 Il governo ha assunto il controllo di alcuni centri di detenzione da cui migliaia di jihadisti sono tuttavia riusciti a evadere. Il 19 gennaio decine di sospetti jihadisti sarebbero evasi da una prigione a Shaddadi dopo che le SDF hanno annunciato la perdita del controllo del reclusorio, mentre migliaia di altri aderenti all’ISIS con i loro familiari sono detenuti nel nord-est, cosa che rende preoccupante l’improvviso ritiro della sorveglianza curda dal campo di al-Hol.
2 I contrasti tra curdi e arabi sono emersi con veemenza, così come la percezione anti americana; Abdullah Oçalan, leader detenuto del PKK ha chiesto l’unità arabo-curda.
3 Le SDF hanno intrattenuti rapporti con i curdi iracheni; il 16 gennaio, il presidente del KDP, Massoud Barzani, ha incontrato Abdi al Pirmam, nel Governatorato di Erbil, diventata il centro dei negoziati tra curdi e americani sulla Siria; Barzani ha intrattenuto colloqui telefonici anche con il presidente ad interim siriano al-Sharaa.
4 Nel 2018 è giunto l’accordo mediato dalla Russia, che esprimeva la priorità israeliana di passare dall’istituzione di una zona protettiva all’eliminazione di qualsiasi minaccia proveniente dal sud-ovest della Siria.
5 Tom Barrack, inviato speciale USA ha apertamente sostenuto Al Sharaa e il suo progetto di unificazione, esortando le SDF a collaborare
6 La Turchia considera le SDF un gruppo terroristico a causa della loro associazione con il PKK.
7 Ankara, per piegare i curdi ha tentato di eliminare Seyban Hamo, comandante curdo del PKK, con un attacco aereo condotto da un drone a Qamishli, in Siria.
L’articolo Dopo Assad la Siria si ricompone: chi vince davvero tra curdi, Turchia e U.S. proviene da Difesa Online.
Pensare ad un MO statico è una contraddizione in termini: lì la storia non trova fine; la caduta di Assad…
L’articolo Dopo Assad la Siria si ricompone: chi vince davvero tra curdi, Turchia e U.S. proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
