Epic Fury cambia passo: la Tripoli in Golfo, 17.000 soldati USA alle porte dell’Iran
A esattamente un mese dall’avvio dell’OperazioneEpic Fury, il potenziamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente compie un nuovo, significativo passo. Il 27 marzo 2026, la nave d’assalto anfibio USSTripoli(LHA-7), unità di classeAmerica, ha fatto il suo ingresso nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), portando con sé circa 3.500 tra marinai eMarinesdel 31°Marine Expeditionary Unit(MEU), di stanza abitualmente a Okinawa.
L’annuncio, diffuso dallo stesso CENTCOM attraverso un comunicato pubblicato sulla piattaforma X nella giornata di sabato 28 marzo, conferma quanto era già tracciabile attraverso le fonti OSINT e i dati AIS: laTripoli, partita da Sasebo l’11 marzo, ha attraversato lo Stretto di Malacca, effettuato uno scalo tecnico a Diego Garcia per il rifornimento e infine raggiunto il teatro operativo con una rapidità favorita dalla sua collocazione avanzata nel Pacifico occidentale, che ha ridotto sensibilmente i tempi di transito rispetto a un dispiegamento dalle basi continentali statunitensi.
Situazione al 28 marzo 2026 · Fonti: USNI Fleet Tracker, CENTCOM, AIS
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Order of Battle – Forze Navali USA nel CENTCOM
Operazione Epic Fury, aggiornamento al 28 marzo 2026
La USSTripoliopera come ammiraglia delTripoli Amphibious Ready Group(ARG), che comprende anche la USSNew Orleans(LPD-18). Secondo quanto riportato da USNI News, la USSSan Diego(LPD-22), inizialmente salpata insieme al gruppo, sarebbe rimasta nel Pacifico per esigenze di manutenzione, sostituita dalla USSRushmore(LSD-47), anch’essa basata a Sasebo. La scorta del gruppo è assicurata dal cacciatorpediniere USSRafael Peralta(DDG-115) e dall’incrociatore USSRobert Smalls(CG-62).
LaTripoliè la seconda unità della classeAmerica, progettata con un ponte di volo ampliato e un hangar potenziato rispetto alle precedenti classi anfibie, a scapito del bacino allagabile tradizionale. Questa configurazione la rende una vera e propria “portaerei leggera” (Lightning Carrier), ottimizzata per l’impiego degli F-35B Lightning II a decollo corto e atterraggio verticale. L’elemento aereo imbarcato comprende circa 20 F-35B del VMFA-121Green Knights, convertiplani MV-22B Osprey del VMM-265Dragonse elicotteri MH-60S Seahawk dell’HSC-25Island Knights. A questi si aggiungono, nella dotazione tipica del 31° MEU, elicotteri d’attacco AH-1Z Viper e multiruolo UH-1Y Venom.
Il 31° MEU, forte di circa 2.200Marines, porta in teatro unGround Combat Elementdi 1.200 effettivi, un elemento di combattimento aereo e le relative strutture di supporto logistico e comando. Si tratta di una forza autosufficiente, concepita per operazioni anfibie, raid costieri, evacuazioni di non combattenti e proiezione di potenza dal mare verso la terraferma.
Il contesto operativo: tra diplomazia e preparativi terrestri
L’arrivo dell’ARGTripolisi inserisce in un quadro di progressivo e massiccio rafforzamento della postura militare americana nella regione. La nave raggiunge un teatro già affollato: la portaerei USSAbraham Lincoln(CVN-72) guida ilCarrier Strike Group 3nel Mare Arabico, mentre la USSGerald R. Ford(CVN-78), dopo 277 giorni consecutivi di dispiegamento, ha raggiunto Split, in Croazia, per una sosta operativa dopo aver operato nel Mar Rosso. LaFord, va ricordato, ha subito un incendio a bordo nelle scorse settimane e si avvicina al record post-Vietnam di permanenza in mare per una portaerei americana.
Ma il dato politicamente più rilevante riguarda i numeri di terra. Già il 24 marzo, l’ANSA riportava la decisione del Pentagono di dispiegare 3.000 paracadutisti dell’82ª Divisione Aviotrasportata in Medio Oriente. A questi si aggiungono ora i circa 5.000Marinesdelle unità anfibie. E soprattutto, ilWall Street Journalha rivelato nella giornata di giovedì 27 marzo che il Dipartimento della Difesa starebbe valutando l’invio di ulteriori 10.000 soldati, inclusa fanteria e mezzi blindati, portando il contingente terrestre complessivo a circa 17.000 unità.
Il viceammiraglio in pensione John Miller, già comandante delle forze navali statunitensi in Medio Oriente, ha osservato che 17.000 soldati non sono sufficienti per un’invasione convenzionale dell’Iran, un paese vasto e popoloso, ma bastano per operazioni mirate: il sequestro di porzioni limitate di territorio, la messa in sicurezza di materiale nucleare sotto le macerie delle strutture bombardate, o il controllo di isole strategiche come Kharg, snodo cruciale per le esportazioni petrolifere iraniane.
Lo Stretto di Hormuz e l’ultimatum del 6 aprile
L’asse strategico attorno al quale ruota l’intero dispiegamento anfibio resta lo Stretto di Hormuz. Il presidente Trump ha esteso al 6 aprile l’ultimatum per la riapertura del passaggio, dove il transito delle petroliere è crollato di oltre il 90%, con effetti sistemici sulla catena di approvvigionamento energetico globale. La sospensione dei raid sulle infrastrutture energetiche iraniane, presentata da Trump come una concessione su richiesta di Teheran, è stata però smentita dai mediatori coinvolti nei negoziati, secondo i quali l’Iran non avrebbe mai chiesto tempo supplementare.
Il Segretario di Stato Marco Rubio, al termine del G7 di Parigi, ha dichiarato che l’operazione potrebbe concludersi “nel giro di poche settimane, non di mesi”, aggiungendo che gli obiettivi americani possono essere raggiunti “senza truppe di terra”. Tuttavia, nella stessa giornata, ha precisato che il presidente “deve essere preparato a molteplici contingenze” e che le forze disponibili servono a garantire “la massima flessibilità operativa”. Una dichiarazione che segnala come Washington stia contemporaneamente perseguendo due binari: la pressione diplomatica e la preparazione di opzioni militari terrestri.
Gli Houthi entrano nel conflitto
A complicare ulteriormente il quadro operativo, nella giornata del 28 marzo gli Houthi yemeniti hanno rivendicato il primo lancio di missili balistici contro obiettivi militari israeliani nel sud di Israele dall’inizio del conflitto, segnando l’ingresso formale del movimento sciita filo-iraniano nella guerra. L’evento rappresenta un’escalation significativa, poiché gli Houthi, che avevano finora mantenuto una fragile tregua con l’Arabia Saudita, aprono di fatto un nuovo fronte che grava sulle linee di comunicazione navali nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb.
Per l’ARGTripoli, che secondo GlobalSecurity.org avrebbe transitato attraverso il Canale di Suez in condizioni diForce Protection Condition Charlie, la minaccia Houthi rappresenta un fattore operativo concreto, analogamente a quanto sperimentato dalla USSEisenhowernel 2024 e dalla USSTrumannel 2025 nel medesimo teatro.

L’arrivo della USSTripolinel CENTCOM segna un punto di svolta nella dimensione del conflitto. Non si tratta più soltanto di proiezione aeronavale e di campagna aerea: con oltre 9.000 obiettivi colpiti in un mese, secondo i dati dello stesso CENTCOM, e con Trump che annuncia “altri 3.554 obiettivi da eliminare”, la componente anfibia e terrestre assume ora un ruolo potenzialmente decisivo. La capacità del 31° MEU di condurre assalti anfibi, raid insulari e operazioni di evacuazione offre a Washington uno strumento flessibile, particolarmente adatto a scenari come il controllo delle isole nello Stretto di Hormuz o la neutralizzazione di siti costieri iraniani.
La domanda cruciale, a questo punto, non è tanto se gli Stati Uniti dispongano della capacità militare per operazioni terrestri limitate, quanto se la leadership politica deciderà di autorizzarle. Con il Senato che non terrà le prime audizioni sulla guerra prima di metà aprile, con alleati europei e regionali sempre più disorientati dai messaggi contraddittori dell’amministrazione Trump, e con l’Iran che cerca di sfruttare la pausa diplomatica, le prossime settimane si annunciano come le più delicate dall’inizio dell’OperazioneEpic Fury.
Foto: U.S. Marine Corps / CENTCOM
L’articoloEpic Fury cambia passo: la Tripoli in Golfo, 17.000 soldati USA alle porte dell’Iranproviene daDifesa Online.
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