Fine di un secolo: Agnelli fuori da Gedi, l’editoria italiana entra nell’era globale
Solo eventi di particolare portata potevano distogliere l’attenzione dalle vicende editoriali nazionali, magari giocando sulle assonanze tra cavalieri da Guerre Stellari e nomi di concentrazioni finanziarie, benché gli uni dedicati al misticismo della Forza e gli altri alle più materialistiche pratiche della forza da capitale.
Mentre il voto referendario delineava il suo risultato, il gruppo GEDI cambiava proprietario passando ad Antenna Group, con in cassa capitali internazionali inclusi fondi legati all’Arabia Saudita, a seguito di una lunghissima negoziazione.
Come prevedibile non è si è trattato di nulla di facile, anche perché premesse e strascichi sono davvero tanti, e importanti. Repubblica, Limes, HuffPost Italia, National Geographic Italia, i brand radiofonici Radio Deejay, Radio Capital, m2o, con la concessionaria pubblicitaria Manzoni sono passati dalla cassaforte olandese di Exor della famiglia Agnelli a quella del controllante K Group dell’imprenditore greco Theodore Kyriakou, titolare di un complesso di imprese che, nel solco della più sagace differenziazione, vanno dallo shipping alla finanza, con interessi sul real estate e sui media: non a caso Antenna Group è presente anche oltre i confini ellenici, grazie all’esercizio di un controllo privo di intermediari istituzionali che le consente di mantenere la presa sulle principali direttrici di investimento ed, in teoria, maggiore libertà nel trattare i contesti economici nazionali.
Di fatto, specie per La Stampa ceduta alla SAE che punta ad una territorializzazione più spinta, è un passaggio storico: con la cessione del 100% da parte di Exor, la famiglia Agnelli è ufficialmente fuori dal settore editoriale italiano dopo oltre un secolo, sì da aprire una serie di interrogativi sulle prossime strategie industriali che sembrano puntare ad una difficile stabilità, con Mirja Cartia d’Asero, ex CEO del Sole 24 Ore, nel ruolo di AD.
Il cambio di proprietà segna il passaggio dal disinvestitore Exor ad Antenna Group, che vuole trasformare Gedi in un interprete mediatico a livello internazionale, dove l’AD dovrà trovare modo e maniera di compensare la spinta commerciale con la qualità giornalistica proponendosi quale ponte tra una consolidata cultura aziendale e un nuovo modello industriale.
Significative le prime mosse di d’Asero, volte ad accelerare l’implementazione dei sistemi di IA per l’ottimizzazione della distribuzione dei contenuti e delpaywalldinamico, dell’integrazione con le radio, del taglio dei costi immobiliari, dei nuovi flussi di ricavi.
Dalle prime dichiarazioni risalta l’interesse per il versante radiofonico, che continua ad essere affidato al più che longevo Linus: l’etere rimane più redditizio della carta stampata che soffre di crisi croniche; un interesse rivolto a valorizzare quello che, nelle intenzioni, dovrà diventare ilpolo del Mediterraneo,sviluppando unhub radiofonico capace di diffondersi in tutto il bacino marittimo. Gran parte del capitale verrà poi destinato alla produzione di documentari, di streaming, podcast, cinema. K Group guarda a ovest, visto che sono già in corso negoziati con partner strategici statunitensi per implementare l’intrattenimento.
In concreto ha fatto il suo ingresso la fusione operativa delle redazioni, con l’editore Kyriakou che desidera che ad ogni inchiesta diRepubblicacorrisponda un formato video o una mini-docuserie, in modo da ricalcare il modello del NYT o del The Guardian; è anche prevista una condivisione sinergica di tecnologie e studi televisivi di Antenna Group ad Atene e nei Balcani.
Il piano industriale, fondato su di un paywall dinamico, si baserà su algoritmi predittivi, con prezzi personalizzati e targeting internazionale. Insomma, benché Kyriakou abbia fornito ampie rassicurazioni circa la libertà di critica, va anche rammentato che ha aggiunto cheil giornale deve essere uno specchio del mondo, non una trincea ideologica;insomma, fama ed influenza di Repubblica vanno benissimo ma, in ossequio ad un approccio molto pragmatico, cassa e margini operativi sono extra carta stampata, secondo un paradigma che vede Repubblica integrata in una sorta di ecosistema multimediale ad ampio spettro.
Poco più di sei anni dopo l’acquisizione da CIR, Gedi per Exor è diventata un asset marginale pureinguaiatodai conti di un gruppo peraltro in sofferenza. Una delle prime indiscrezioni riguarda il possibile ritorno, quale direttore di Repubblica, di Maurizio Molinari, sostenitore a suo tempo di un progetto editoriale dadorso americano,secondo il modello NYT, osteggiato però da Mario Orfeo, riconfermato alla guida del quotidiano e fedele alla lineascalfarianapiù ortodossa. L’idea di Molinari era quella di trasformare Repubblica in un quality paper di respiro internazionale, caratterizzato dall’allineamento atlantico con la Washington di Biden e dallo spostamento del focus sulla geopolitica; una trasformazione poco gradita a lettori usi alla linea del quotidiano-partito impostata da Scalfari e Mauro.
Al momento, la prospettiva più probabile è quella di una frammentazione strutturale, che segna il punto di faglia tra igrandi editoridi estrazione industriale ed una galassia di proprietà eterogenee, il punto di polverizzazione tra Gedi e RCS verso un nuovo,fattodi piattaforme informative verticali.
Exor, da un secolo, è l’icona di una storia capitalista, fondata dal senatore Agnelli nel 1927 con il nome di Istituto Finanziario Industriale, per riunire sotto un’unica società le sue partecipazioni acquisite. Ora Exor accelera strategicamente sulla semplificazione e guarda al futuro concentrando le risorse su poche grandi imprese. La lettera con cui John Elkann illustra la nuova linea imprenditoriale agli azionisti, è un capolavoro da curia rinascimentale, grazie a cui l’editoria finisce in Egeo, Stellantis, Ferrari, Cnh e Juventus rimangono ad Amsterdam, Iveco-Difesa arriva a Leonardo, veicoli commerciali in Indopacifico giungono alla Tata Motors; il tutto per prepararsi a nuovi e significativi investimenti. Tranquilli, nulla destinato al Belpaese visto che il lungo matrimonio tra famiglia Agnelli e famiglia Italia non trova ormai più interessi su cui fondarsi, un legame che è passato dall’identificazione assoluta al distacco più profondo, da una monarchia capitalista senza corona alla preservazione di un patto sociale, dal management Marchionne che diceva espressamente chela Fiat poteva sopravvivere anche senza l’Italia,all’Italia che ha dato a piene mani cassa integrazione, tante infrastrutture e poche ferrovie: una evidente questione di ruote, dove quelle di gomma girano meglio delle altre. Da Pomigliano d’arco a Detroit il passo è stato brevissimo, come veloce è stato anche sclassificare l’allegro e munifico Paese della CIG, a semplice polo produttivo tra i tanti, non degno nemmeno di un breve titolo di merito.
La cessione di Gedi è l’ultimo atto della de-italianizzazione: senza fabbriche non c’è più bisogno né di possedere giornali né di presumere di esercitare unameritoriafunzione pubblica;non è un caso che la redazione di Repubblica abbia già scritto a chiare lettere che, del vecchio editore, non sentirà certo la mancanza. Agnelli-Elkann sono ormai investitori stranieri come tanti, certo non più un volano economico nazionale; solo la Ferrari mantiene ancora in vita un flebile contatto tra lafinancial familydi Villar Perosa ed il tricolore, benché certo le famiglie operaie nel tempo abbiano proletariamente risparmiato più per la 127 che per la Ferrari 250GTO, coltivando più abbordabili, gratuite e gratificanti passioni domenicali per gli irraggiungibili campionissimi Villeneuve e Schumacher.
Certo, mettendo vicine le figurine dell’Avvocato, di Valletta, Romiti e Marchionne a quelle dell’attuale dirigenza qualche pensiero velato di tristezza affiora inevitabile, peraltro anche alla luce delle vicende giudiziarie/ereditarie di John Elkann che hanno accelerato un epilogo pericolosissimo; impossibile conservare il possesso di testate d’inchiesta, possibili boomerang: meglio usare toni filantropici pari al corso legale di un biglietto da 7 euro per un manager forse non bravo come iraspiù su richiamati, che preferisce l’exit strategy della semplificazione finanziaria ad un potere d’opinione che gli risulta difficile gestire. Mentre inQuarto Potereil magnate conservava un alone di romanticismo politico d’antan, nel 2026 arriva la considerazione che possedere la voce di un Paese può costare troppo in tutti i sensi: meglio passare direttamente alQuinto Potereed all’ascesa della spettacolarità della notizia.
Torniamo alfric,alla grana;Antenna non è solo Kyriakou, ma un player votato a logiche da fondo di investimento, che ha goduto di finanziamenti da Blackstone e The Raine Group, il che porta a comprendere come dietro l’acquisto di Gedi ci sia una vision anglosassone svincolata dall’influenza politica locale e volta al ritorno economico, assicurato anche dalla vendita di fortunatissime ed avvedutissime quote in Spotify, Facebook e Twitter: liquidità immensa = tanti tanti soldi.
Antenna potrebbe diventare un catalizzatore di investimenti interessati al mercato italiano, cosa che trasformerebbe Gedi da salotto d’élite a multinazionale votata ad un’editoria da business. Nel frattempo la concorrenza morde tanto che, nel momento di debolezza di Gedi, Urbano Cairo ha inteso consolidare il primato del Corriere della Sera, proposto sia quale asset pubblicitario stabile ed affidabile per gli inserzionisti, sia come giornale di sistema, alternativo e moderato.
Sicuramente da annoverare anche il Polo Angelucci, egemone del centro destra, e le testate digitali che cercano di occupare gli spazi lasciati vacanti dai gruppi in crisi. Vincerà il nuovo Gedi in versione Netflix o il Corriere in versione establishment? Cosa troverà Repubblica nel pacco (in senso lato) per i suoi 50 anni, tra le barricate della Redazione e le necessità finanziarie dell’AD?
Paragrafetto rognosissimo, ma inevitabile: i poteri. Mentre ilQuarto Poterecercava di influenzare la politica, ilQuinto,nel controllare i flussi emotivi, ha trasformato l’informazione in una parte del mercato dell’intrattenimento condizionato dai dati di ascolto; sembrerebbe dunque cheRepubblicapossa diventare un hub espandibile in quanto a contenuti ed integrabile in un network. Si tratta in fondo di temi sempre presenti, anche e perfino nel lontano Calisota; già nel 1956, Gedeone de Paperoni, onesto direttore del Grillo Parlante di Duckburg, inserito nel più grande universo dei media, si poneva quale antitesi etica al magnate Paperone1, votato a difendere la verità ed il valore civile dell’informazione messi a rischio dalla forma più pura diQuarto Potere.
Dopo 70 anni, Gedi è una parodia a contrasto: mentre Gedeone si erge a paladino dell’identità del suo giornale contro gli interessi del fratello, oggi le testate soggiacciono a logiche di mercato che Gedeone avrebbe distrutto nei suoi editoriali. È un parallelo tra realtà e fumetto, per carità, ma non poi così astruso, specie quando Gedeone fissa negli occhi il fratello per sfidarlo dicendogliIl mio giornale non è in vendita… e la mia coscienza nemmeno!Paperone vende sensazionalismi, Gedeone approfondimenti senza cedere alla tentazione del profitto. Se Paperone avesse indossato i panni dell’Elkann di Exor, Gedeone avrebbe lottato per l’indipendenzacontro tutto e tutti.
Può un giornale sopravvivere senza un Gedeone che lo protegga dalle logiche di mercato, dall’evaporazione di un patto industriale e di sangue centenario tra una famiglia ed un Paese? Qui forse, in Calisota no.
1Paperino e i gamberi in salmì, 1956, Romano Scarpa
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