Giappone e Italia, 160 anni di amicizia: quando la difesa parla anche la lingua della cultura
Ci sono relazioni internazionali che si misurano con i comunicati, i trattati, le visite ufficiali, i programmi industriali. E poi ci sono momenti nei quali la diplomazia torna a essere qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più raro e sincero.
Il ricevimento organizzato ieri alla Residenza dell’ambasciatore del Giappone, Hikariko Ono, in occasione del Giorno delle Forze di Autodifesa ha avuto questo merito. Ha ricordato che Italia e Giappone, pur apparentemente lontani per geografia, storia e sensibilità, condividono in realtà un terreno comune molto più profondo di quanto suggeriscano le mappe.
Due Paesi segnati dal mare. Due nazioni antiche, con una cultura capace di trasformare forma, disciplina, bellezza e memoria in identità. Due popoli che conoscono il peso della storia e, forse proprio per questo, possono parlarsi senza bisogno di troppe semplificazioni.
In un tempo popolato da moderni barbari, convinti che la forza sia rumore, minaccia o muscoli esibiti davanti a una telecamera, Italia e Giappone ricordano invece che la civiltà è misura. È stile. È profondità. È capacità di costruire fiducia senza rinunciare alla propria identità.
Il discorso dell’ambasciatrice
Nel suo intervento, l’ambasciatrice del Giappone ha aperto il ricevimento ringraziando gli ospiti e richiamando il significato della giornata dedicata alle Forze di Autodifesa giapponesi. Ha poi rivolto parole di rispetto verso quanti, a partire dalle Forze Armate, contribuiscono alla sicurezza dei cittadini e alla stabilità internazionale.
Il passaggio più significativo è arrivato quando il discorso si è allargato dal cerimoniale alla visione strategica. L’ambasciatrice ha ricordato che le Forze di Autodifesa compiono quest’anno 72 anni dalla loro istituzione e ha collocato la ricorrenza in un contesto internazionale sempre più complesso, segnato dall’invasione russa dell’Ucraina, dall’instabilità in Medio Oriente e da sfide che evolvono rapidamente.

Da qui un’affermazione politicamente centrale. Secondo Hikariko Ono nessun Paese può oggi salvaguardare da solo la propria pace e sicurezza, né contribuire isolatamente alla stabilità internazionale. Per questo il Giappone attribuisce grande importanza al rafforzamento dei legami con Paesi affini come l’Italia, anche nella prospettiva di un Indo-Pacifico libero e aperto.
È stata una riflessione misurata, ma non debole. Anzi, proprio la sua misura ne ha rafforzato il contenuto. In un mondo che confonde spesso la prudenza con l’ambiguità e la cortesia con la fragilità, il Giappone ha dimostrato ancora una volta che si può parlare di sicurezza con fermezza, senza trasformare ogni frase in un ultimatum.
Centosessant’anni di Storia
Quest’anno ricorre il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Italia. Non si tratta di una semplice cifra da cerimonia. È un arco di tempo che attraversa monarchie, guerre, ricostruzioni, miracoli economici, crisi, globalizzazione e nuove minacce.
Nel suo intervento, l’ambasciatrice ha ricordato come il 2026 sia già stato un anno importante per i rapporti bilaterali: in pochi mesi i primi ministri dei due Paesi si sono recati reciprocamente in visita, mentre la relazione tra Roma e Tokyo è stata ridefinita come “Special Strategic Partnership”.

La partnership non è un’etichetta diplomatica vuota. Significa che Italia e Giappone riconoscono di avere interessi convergenti in settori sempre più decisivi: sicurezza, spazio, industria, tecnologie avanzate, difesa, stabilità delle aree marittime e protezione delle catene di approvvigionamento.
In fondo, la complementarità tra i due Paesi è evidente. Il Giappone porta una cultura della precisione, della disciplina, della continuità industriale. L’Italia porta creatività, capacità progettuale, profondità manifatturiera e una tradizione strategica spesso sottovalutata perfino da noi stessi. Quando queste qualità si incontrano, il risultato può essere molto più grande della somma delle parti.
Difesa, spazio, cyber: la collaborazione diventa sostanza
Il rapporto tra Italia e Giappone non vive più soltanto di simpatia culturale o ammirazione reciproca. Sta diventando una relazione di sicurezza sempre più concreta.
L’ambasciatrice ha richiamato il Japan-Italy Bilateral Cooperation Plan, ricordando che lo scorso anno le componenti terrestre, marittima e aerea delle Forze di Autodifesa giapponesi hanno condotto esercitazioni bilaterali con le rispettive controparti italiane. Un segnale chiaro dell’impegno congiunto per la sicurezza nell’Indo-Pacifico e oltre.
Non meno importante è l’allargamento della cooperazione previsto per quest’anno in settori come spazio, cyber, CBRN, formazione, sanità e ambito medicale. In questo senso, la relazione di difesa tra i due Paesi sta evolvendo verso qualcosa di più ampio e sostanziale.

È il punto che merita maggiore attenzione. Perché l’Italia tende spesso a guardare il Giappone come un partner lontano, quasi esotico, culturalmente affascinante ma strategicamente distante. È una lettura superata. Oggi la sicurezza europea e quella indo-pacifica comunicano molto più di quanto si voglia ammettere. Ucraina, Mar Rosso, Medio Oriente, Taiwan, libertà di navigazione, spazio e dominio cibernetico sono parti dello stesso mosaico.
Chi pensa che il mondo sia ancora diviso in teatri separati rischia di ragionare con una carta geografica del Novecento davanti a una crisi del XXI secolo.
Quando una banda militare dice più di un comunicato
Il momento più delicato e forse più riuscito dell’evento è stato però musicale.
La presenza della Japan Air Self-Defense Force Central Band a Roma, in scambio culturale con la banda dell’Aeronautica Militare, ha offerto un’immagine perfetta della relazione tra i due Paesi. Non un esercizio di forma, ma un segno concreto di vicinanza. L’ambasciatrice stessa ha sottolineato l’emozione provata nell’ascoltare le due formazioni eseguire insieme gli inni nazionali.
In particolare, la performance di una giovane solista lirica giapponese ha colpito per qualità, sensibilità e padronanza espressiva. La sua interpretazione di brani tradizionali italiani e nipponici ha mostrato qualcosa che va oltre l’esecuzione tecnica.
Quando una voce giapponese canta l’Italia con rispetto, misura e intensità, non sta semplicemente omaggiando un Paese ospite. Sta dimostrando che la cultura può attraversare le distanze meglio di qualunque discorso ufficiale. E quando una banda mista tra due aeronautiche militari esegue musica invece di esibire potenza, ricorda che la difesa, nelle democrazie mature, non è culto della guerra. È protezione di una civiltà.
Nel brindisi conclusivo, l’ambasciatrice ha richiamato le amicizie durature, i partenariati sempre più profondi, gli uomini e le donne in uniforme e l’auspicio di un mondo pacifico, stabile e prospero.
Sono parole che, in altri contesti, potrebbero sembrare rituali. Ieri, invece, avevano un peso reale. Perché pronunciate in un momento storico in cui la pace non è più lo sfondo garantito delle nostre vite, ma una responsabilità da difendere con lucidità.
Italia e Giappone non sono Paesi perfetti. Nessun Paese lo è. Ma sono due civiltà politiche e culturali che sanno cosa significhi perdere, ricostruire, ricordare e ripartire. Questo li rende partner naturali in un mondo nel quale la brutalità torna a presentarsi come destino e la prepotenza si traveste da realismo.
Dopo 160 anni, l’amicizia tra Italia e Giappone non appare come un retaggio diplomatico da celebrare. Appare come una promessa da rendere ancora più concreta.
E, in tempi come questi, non è poco.
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