Guerra e tecnologia: aspetti dell’impiego della radio nel Regio Esercito
Nel corso della storia, la tecnologia ha rappresentato un moltiplicatore di forza imprescindibile: chi la possedeva e la impiegava correttamente poteva trasformare i successi tattici sul campo in vittorie strategiche definitive. Fu proprio seguendo questa direttrice, che vedeva l’innovazione tecnica farsi arbitro dei conflitti, che si inserì l’avvento di uno degli strumenti più dirompenti della modernità.
Tra le invenzioni che hanno rivoluzionato la condotta bellica nella prima metà del XX secolo, la radio di Guglielmo Marconi occupa il posto d’onore. Il suo impiego offriva vantaggi immediati in termini di velocità delle informazioni e capacità di comando e controllo. Tuttavia, l’efficacia di questo strumento nel Regio Esercito Italiano rimase a lungo subordinata a dei fattori critici: il lungo tempo necessario prima di convincersi della sua utilità, l’organica – ovvero l’architettura strutturale delle unità militari – e le modalità del suo impiego sul terreno.
Il limite dell’organica e l’eredità della Grande Guerra
La storia della radio militare italiana è segnata da una gestazione complessa. Durante la Prima guerra mondiale, la radiotelegrafia fu impiegata intensamente dall’Arma del Genio, ma il suo utilizzo rimase, prevalentemente, confinato ai vertici: serviva a collegare il comando supremo con le armate, le armate ai corpi d’armata, fino a livello reggimento; le divisioni di cavalleria e le piazzeforti.

Nonostante il conflitto avesse evidenziato la necessità di comunicazioni più agili – specialmente per il coordinamento tra aerei e terra e per le unità in ricognizione – la struttura organica rimase rigida. Le unità radiotelegrafiste erano centralizzate presso i comandi superiori, lasciando i reggimenti e le unità minori privi di una dotazione autonoma, in grado di supportare le attività tattiche.
Dottrina e diffidenza: il peso della burocrazia
Fino a tutti gli anni trenta e alla Seconda Guerra mondiale, la dottrina militare italiana continuò a privilegiare i collegamenti via filo (telegrafo e telefono), considerati stabili, relegando la radio a un ruolo sussidiario o di riserva. Persino figure di spicco come il Maresciallo Badoglio, pur riconoscendo l’eccellenza della radio come strumento di comando durante la campagna d’Etiopia, ne sconsigliarono un uso capillare. Il timore era che un eccesso di comunicazioni potesse appesantire il flusso informativo, limitando l’iniziativa dei comandanti sul terreno. Inoltre, i vertici temevano il “caos” comunicativo e l’intercettazione nemica.
Questa impostazione si tradusse in una cronica carenza tecnologica per le piccole unità di fanteria, che non prevedevano la figura del radiofonista nelle loro tabelle organiche. In caso di necessità, questi specialisti dovevano essere distaccati dalle grandi unità, creando ritardi e inefficienze. Mentre nelle operazioni difensive e offensive si continuava a fare affidamento sul filo (il cosiddetto asse di collegamento della dottrina). Così facendo, la catena di comando e controllo, fino alle minori unità, diventava uno dei punti deboli strutturali dell’Italia all’ingresso nella Seconda guerra mondiale.
Barriere civili e formazione specialistica
Lo sviluppo tecnologico fu rallentato anche da fattori politici e sociali. Il regime fascista viveva un paradosso: se da un lato esaltava la radio come genio italico, dall’altro ne limitava la diffusione civile con tariffe elevatissime sui componenti per evitare che la libera comunicazione minasse la solidità del sistema. Le uniche eccezioni erano i gruppi universitari fascisti (GUF), gli unici autorizzati all’attività di radioamatore. Un’eccezione altrettanto rilevante era rappresentata dalle colonie, dove la vastità del territorio rendeva la radio un mezzo di comunicazione ordinario.

Anche la formazione militare risentiva di questo isolamento: i marconisti ricevevano un addestramento di soli tre mesi, sufficiente a creare buoni operatori, ma raramente veri esperti tecnici.
La svolta nel deserto: la compagnia marconisti motorizzata
Il deserto nordafricano impose un cambio di paradigma. La “guerra di movimento” tra le sabbie della Libia e dell’Egitto rese i collegamenti via filo vulnerabili e spesso impossibili da mantenere.
All’inizio delle operazioni, le forze in Libia (5ª e 10ª armata) disponevano di circa 7000 uomini addetti ai collegamenti, ma la necessità di una rete mobile efficiente portò, nella seconda metà del 1941, alla creazione della compagnia marconisti motorizzata, seppur limitatamente al solo comando superiore Africa Settentrionale.
Questa unità fu concepita specificamente per operare nel clima e sul terreno africano, garantendo una rete radioelettrica di comando autonoma e, soprattutto, mobile. L’organico della compagnia era imponente: 177 uomini tra ufficiali, sottufficiali, marconisti, radiotelegrafisti e motoristi. La dotazione tecnica comprendeva 20 stazioni radio mobili e 26 veicoli (oltre a 22 rimorchi), tra cui i celebri Fiat 1100 “stile Libia” equipaggiati con radio.

Tecnologia e operatività sul campo
Le stazioni della compagnia marconisti rappresentavano l’apice della tecnologia campale dell’epoca. Erano in grado di stabilire collegamenti telegrafici e telefonici anche durante il movimento, grazie a sistemi di alimentazione ausiliari e generatori che garantivano un’ampia autonomia. La struttura prevedeva centri radio completi di centralini e laboratori per le riparazioni immediate, rendendo l’unità un supporto logistico fondamentale per i posti comando tattici.
Il personale, a differenza dei reparti ordinari, riceveva un addestramento tecnico intensivo, con corsi di stenodattilografia e stage presso le ditte fornitrici. I mezzi venivano accuratamente mimetizzati con reti, teloni e rami per sfuggire all’osservazione aerea, operando in assetto di marcia o schierando antenne a traliccio una volta in postazione.
Questa evoluzione organica e tecnologica mise il Regio Esercito di fronte a modelli di comando e controllo simili a quelli già impiegati con successo da Rommel e Montgomery, segnando un momento di aggiornamento per l’Arma del Genio nello scacchiere africano, anche se non raggiunse mai, in maniera capillare, i minimi livelli ordinativi, con tutte le difficoltà già evidenziate dalla storiografia.
Conclusione
Infine, l’esperienza della compagnia marconisti motorizzata in Nord Africa offre una lezione ancora attuale sulla natura del progresso militare. Quanto brevemente tratteggiato ci fa riflettere su come le innovazioni tecnologiche non possano vivere di vita propria, ma debbano essere declinate attraverso una complessa sintonia tra esigenze operative e tattiche, strutture organiche e supporto logistico.
Il caso italiano ha dimostrato che possedere il “genio” tecnologico, allocato in comandi unici nel loro genere, non è sufficiente se questo non viene messo a sistema con una dottrina di impiego lungimirante e, non ultimo, con un continuo addestramento e aggiornamento del personale. La tecnologia, in definitiva, diventa un reale vantaggio strategico solo quando cessa di essere un’eccezione per trasformarsi in un elemento strutturale, capace di adattarsi con flessibilità alle sfide imprevedibili del campo di battaglia.
Immagini: Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito
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