Il 14 gennaio 1943, si apre la Conferenza di Casablanca: “nessun Armistizio!”
Il 14 gennaio 1943, nella città marocchina di Casablanca, allora sotto controllo francese, si apre una delle conferenze più decisive dell’intera Seconda guerra mondiale. Conosciuta anche come conferenza di Anfa, dal nome del quartiere che ospitò gli incontri, rappresenta il momento in cui la coalizione alleata definisce non solo le priorità militari del 1943, ma soprattutto la cornice politica entro cui la guerra dovrà concludersi.
Alla conferenza partecipano il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill, affiancati dai rispettivi stati maggiori. L’Unione Sovietica è formalmente parte dell’alleanza, ma Stalin non prende parte ai lavori, impegnato nella gestione del fronte orientale dopo Stalingrado. La sua assenza non riduce tuttavia il peso strategico dell’incontro, che mira anche a rassicurare Mosca sull’impegno angloamericano a combattere fino alla sconfitta totale dell’Asse.
Le discussioni di Casablanca si concentrano su tre direttrici principali. La prima riguarda la prosecuzione delle operazioni nel Mediterraneo, con la pianificazione dell’invasione della Sicilia e il consolidamento della pressione sull’Italia. La seconda concerne il rapporto con la Francia, ancora divisa tra il regime di Vichy e la Francia libera, con il tentativo di ricomporre un fronte francese unitario sotto controllo alleato. La terza, e più rilevante sul piano politico-strategico, riguarda la definizione degli obiettivi di guerra.

È in questo contesto che, il 24 gennaio 1943, Roosevelt annuncerà pubblicamente una decisione destinata a segnare il conflitto e il dopoguerra: “gli Alleati accetteranno solo la resa incondizionata delle potenze dell’Asse”. Non si tratta di una formula improvvisata, né di una mera dichiarazione retorica, ma dell’assunzione esplicita di una linea politica vincolante. Da Casablanca in avanti non vi sarà spazio per armistizi negoziati, per soluzioni di compromesso o per uscite “onorevoli” dal conflitto. Germania, Italia e Giappone dovranno arrendersi senza porre condizioni.
La scelta risponde a più esigenze. Serve a mantenere compatta la coalizione alleata, evitando il sospetto di accordi separati che avrebbero potuto incrinare il rapporto con l’Unione Sovietica. Mira a impedire che i regimi dell’Asse possano sopravvivere sotto altre forme, riproducendo nel dopoguerra le instabilità seguite alla Prima guerra mondiale. Stabilisce infine un principio di responsabilità politica e militare totale, che legittima l’occupazione, la ristrutturazione statuale e i processi ai vertici dei regimi sconfitti.
Cosa significa “resa incondizionata”
Il significato della resa incondizionata va ben oltre la cessazione dei combattimenti. Essa implica l’annullamento completo della capacità negoziale del vinto, che rinuncia a porre condizioni politiche, territoriali, istituzionali o militari. Chi si arrende incondizionatamente accetta di consegnare sovranità, forze armate e apparati di potere nelle mani del vincitore, il quale decide tempi, modalità e contenuti della transizione. Non è un armistizio che sospende le ostilità lasciando aperta una trattativa, né una pace negoziata, ma un atto unilaterale di sottomissione.
Nel caso della Seconda guerra mondiale, questa scelta consente agli Alleati di smantellare le strutture politiche e militari dei regimi dell’Asse, occupare i territori, imporre riforme costituzionali e ridisegnare l’assetto geopolitico globale. L’Italia non fa eccezione.

L’8 settembre 1943 non rappresenterà una pace né un accordo paritario, ma una resa militare senza condizioni, seguita da occupazione, cobelligeranza forzata e perdita di autonomia decisionale.
Per sua natura una resa incondizionata non ha una durata prestabilita, permane finché il vincitore non decide di trasformarla in un nuovo status giuridico ufficiale o di fatto. Tuttavia, se chi la subisce reitera menzogne consolatorie che parlano di presunte “eccezioni” o di trattamenti di favore, il ripristino effettivo della sovranità è… inutile.
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