Il bancomat e il meme. Quando il dominio cognitivo diventa arma negoziale
Alle 22.51 di domenica 5 luglio, mentre le redazioni italiane chiudevano le prime pagine, Donald Trump ha pubblicato su Truth una fotografia del G7 di Evian. Giorgia Meloni guarda il presidente americano, di spalle, e sopra l’immagine campeggia una scritta, restraining order needed, serve un ordine restrittivo. Nel lessico giudiziario statunitense è la misura che si applica agli stalker. A meno di quarantotto ore dal vertice NATO di Ankara, il presidente degli Stati Uniti ha scelto di rappresentare il capo del governo di un Paese alleato come una molestatrice da tenere a distanza.

Sarebbe un errore leggere l’episodio come una intemperanza caratteriale. Il meme è la terza salva di una sequenza precisa, aperta il 19 giugno con la storia della foto che Meloni avrebbe implorato, proseguita con gli attacchi alla sua popolarità e con il rimprovero esplicito per il diniego italiano all’uso delle basi durante le operazioni contro l’Iran, e chiusa, per ora, alla vigilia del summit. Il 2 luglio Trump aveva definito ridicolo il rapporto a senso unico con la NATO, scrivendo che gli alleati non sono stati al fianco degli Stati Uniti. Il messaggio complessivo è coerente, l’Europa è percepita come un bancomat al contrario, un continente che preleva sicurezza americana senza versare il corrispettivo, e il conto viene presentato ad Ankara, dove Washington arriva con l’orologio in mano per incassare impegni di spesa e contratti per la propria industria della difesa.
Qui la vicenda smette di essere cronaca politica e diventa materia di dominio cognitivo. La scelta del formato non è casuale. Un comunicato si confuta, un meme si condivide. L’orario notturno italiano taglia fuori le rotative, garantisce dodici ore di circolazione incontrastata sui social e costringe il bersaglio a inseguire. Soprattutto, il meme sposta il conflitto dal piano interstatale, dove Roma avrebbe argomenti giuridici e politici da spendere, al piano personale e umiliante, dove ogni risposta amplifica il frame dell’aggressore. Se Meloni replica, conferma l’immagine della stalker respinta. Se tace, il meme resta padrone dell’ecosistema informativo. È un doppio vincolo da manuale, e il fatto che Palazzo Chigi abbia dovuto convocare un vertice notturno con il ministro degli Esteri per decidere di non rispondere dimostra che l’operazione ha comunque consumato attenzione, tempo e capitale politico dell’avversario. Che è poi la definizione operativa di un attacco cognitivo riuscito, non convincere l’avversario, ma degradarne la capacità decisionale, occuparne l’agenda, dettarne i tempi.
La funzione è duplice. Verso l’interno americano, l’umiliazione dell’alleato riluttante alimenta la narrazione del presidente che riscuote i crediti dell’America. Verso l’esterno, è una punizione esemplare a beneficio degli altri trentuno, chi dice no sulle basi finisce alla gogna digitale. E funziona, l’Italia si presenta ad Ankara rivendicando una spesa al 2,8 per cento del PIL, calcolata includendo la sicurezza interna, mentre il vertice consacra una NATO in cui l’Europa dovrà compensare il disimpegno americano con la Germania lanciata verso il 3,5 per cento.
La lezione strategica è scomoda. Le democrazie europee hanno costruito dottrine sulla protezione dello spazio cognitivo da attori ostili, russi e cinesi, e si scoprono senza grammatica quando la pressione arriva dall’alleato principale, con gli stessi strumenti, saturazione, framing, umiliazione rituale. Finché il dibattito italiano si concentrerà sul galateo di Trump invece che sulla meccanica dell’operazione, continueremo a subirla. Servirebbe invece trattare ogni post come si tratta un lancio di artiglieria, analizzarne la traiettoria, il tempismo, l’effetto ricercato sul bersaglio, e costruire contromisure che non siano il silenzio imbarazzato di una notte di consultazioni. Il meme passa, la tecnica resta. Ed è la tecnica, non il meme, che merita di entrare nei nostri manuali.
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