“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”
La frase è di Samuel Johnson, scrittore, critico e lessicografo inglese del Settecento. La riporta James Boswell nella sua Life of Samuel Johnson, riferendola a una conversazione del 7 aprile 1775. È una delle massime politiche più citate e, come spesso accade alle frasi celebri, anche una delle più abusate.
Rassicuriamo subito i lettori più emotivi… Johnson non stava condannando l’amore per la patria. Non stava dicendo che ogni patriota sia una canaglia. Sarebbe una lettura comoda, ma sbagliata. Il suo bersaglio era il falso patriottismo: quello esibito, urlato, strumentale, usato come mantello nobile per coprire interessi personali, ambizioni di potere, opportunismi, paure e mediocrità.
Il patriottismo autentico è una cosa seria. È senso del dovere, cura del bene comune, rispetto delle istituzioni, disponibilità al sacrificio, difesa della comunità nazionale senza bisogno di trasformarla in idolo. Non ha bisogno di gridare continuamente il proprio nome. Non misura l’amore per la patria dalla quantità di bandiere esibite, ma dalla qualità dei comportamenti.
Il falso patriottismo funziona al contrario
Ha bisogno di nemici permanenti, slogan semplici, applausi rapidi, accuse facili. Divide il Paese tra puri e impuri, patrioti e traditori, popolo e nemici del popolo. Trasforma ogni critica in lesa maestà nazionale. Chi chiede trasparenza diventa un avversario. Chi pretende competenza viene accusato di non amare abbastanza la patria.
È qui che la frase di Johnson conserva tutta la sua forza.
Il patriottismo diventa l’ultimo rifugio delle canaglie quando non serve più a servire la patria, ma a servirsene. Quando la “nazione” viene invocata per evitare domande, coprire responsabilità, giustificare privilegi, mascherare fallimenti, proteggere rendite, zittire dissenso. Quando “l’interesse nazionale” diventa una formula magica buona per ogni stagione, ma raramente coincide con l’interesse concreto dei cittadini.
La patria, in quel caso, non è amata. È requisita.
E il paradosso è evidente: chi usa il patriottismo come scudo finisce spesso per essere il primo a danneggiare la patria che dice di difendere. Perché una nazione non si indebolisce quando qualcuno ne denuncia le storture. Si indebolisce quando le storture vengono coperte in nome della nazione. Non si offende la patria chiedendo verità, competenza, giustizia, efficienza, responsabilità. La si offende fingendo che basti pronunciarne il nome per essere assolti.
Un Paese maturo dovrebbe saper distinguere tra patriottismo e propaganda. Tra amore per la comunità nazionale e culto retorico della bandiera. Tra difesa dell’interesse pubblico e uso privato dell’orgoglio collettivo. Tra chi serve lo Stato e chi si serve dello Stato.
Questo vale ovunque. Vale per le grandi potenze e per i piccoli Stati. Vale nelle democrazie solide e in quelle fragili o, peggio, millantate. Vale in tempo di pace e ancora di più in tempo di crisi, quando la tentazione di confondere unità e obbedienza diventa più forte.
Il patriottismo vero non teme la critica. La richiede. Perché sa che una patria non è un santino da venerare, ma una responsabilità da assumere. Non è una parola da agitare nei comizi, ma una comunità da rendere più giusta, più libera, più sicura, più seria.
Johnson lo aveva capito bene. Il problema non è amare la propria patria. Il problema è quando l’amore per la patria diventa l’ultima maschera di chi non ha più argomenti, né credibilità, né vergogna.
E allora sì, il patriottismo può diventare davvero l’ultimo rifugio delle canaglie. Non perché la patria sia indegna… Ma perché indegno è chi la usa per nascondersi!
L’articolo “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie” proviene da Difesa Online.
La frase è di Samuel Johnson, scrittore, critico e lessicografo inglese del Settecento. La riporta James Boswell nella sua Life…
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