Il regalo inatteso per il Cremlino: la guerra in Iran e i suoi effetti su Mosca
I bombardamenti statunitensi ed israeliani sulle città iraniane vengono osservati con particolare attenzione negli uffici del Cremlino. Se da un lato la guerra rappresenta un fattore di evidente instabilità regionale che potrebbe produrre conseguenze imprevedibili, dall’altro diversi analisti ed esperti del settore hanno recentemente dato voce all’argomentazione per cui Mosca potrebbe, grazie al conflitto, cogliere alcune opportunità strategiche. Per comprenderle al meglio è necessario, prima di tutto, descrivere il rapporto Teheran-Mosca venutosi a consolidare negli ultimi anni grazie alla condivisione dell’opposizione ad un nemico comune (l’Occidente) che ha permesso ai due paesi di superare le divergenze religiose (la Russia moderna ha uno storico relativo ai rapporti con le comunità musulmane all’interno dei propri confini che parla da sé1).
A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, le relazioni fra Mosca e Teheran si sono ulteriormente rafforzate. L’Iran è divenuto un partner fondamentale per Mosca, specialmente per la fornitura di droni (i droni Shahed iraniani sono tristemente noti in Ucraina da qualche anno ormai) e altre tecnologie militari ampiamente utilizzate dall’esercito russo sul fronte ucraino. Dalla collaborazione militare si è passati presto a quella economica e diplomatica incentrata sulla creazione di un asse alternativo a quello dominato dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Inoltre, per la Russia la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria a fine 2024 ha rappresentato la perdita del principale alleato nella regione2. La Siria rappresentava, infatti, una piattaforma fondamentale per proiettare l’influenza di Mosca nella regione e verso il Mediterraneo Orientale, grazie all’uso delle basi militari di Tartus (navale) e Hmeimim (aerea)3. In questo contesto, mantenere un rapporto solido con Teheran diventa ancora più importante per Mosca.
Tali considerazioni non devono portare il lettore a credere che il Cremlino abbia intenzione di intervenire direttamente nel conflitto (anche perché ne ha già un altro per le mani che dura ormai da quattro anni). L’obiettivo appare piuttosto quello di emulare, in certa misura, l’approccio adottato da Washington con Kiev (almeno durante la presidenza Biden e prima del riorientamento della politica estera trumpiana): sostenere politicamente un partner senza essere coinvolti direttamente nella guerra a sua difesa. Anche perché dalla ucrainizzazione4 del conflitto, Mosca avrebbe solo da guadagnarci.
Il primo e più immediato vantaggio per la Russia riguarda, ça va sans dire, il mercato energetico. Qualsiasi guerra che coinvolga Stati che affacciano sul Golfo Persico genera inevitabilmente timori di interruzioni nelle forniture mondiali di petrolio e gas, specialmente a causa dello Stretto di Hormuz attraverso il quale transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e circa il 20% del commercio mondiale di gas. Nonostante non sia attualmente in essere un blocco totale ed effettivo delle rotte, la sola percezione di rischio è sufficiente a far salire i prezzi delle due commodities certificando lo Stretto di Hormuz come un vero chokepoint energetico5. Per un Paese principalmente esportatore di energia come la Russia, ciò si traduce direttamente in potenziali maggiori entrate per il bilancio statale, fenomeno che si configura come una manna dal cielo per Mosca dato il dissesto delle casse erariali russe a seguito del prolungato conflitto in Ucraina. La situazione diventa ancora più delicata se si considera che pochi produttori della regione dispongono di alternative logistiche reali allo Stretto di Hormuz6.
Un secondo elemento riguarda le dinamiche geopolitiche globali. L’intervento unilaterale e in violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e Israele potrebbe contribuire a rafforzare l’avvicinamento fra Mosca e Pechino. Da un lato, infatti, si legittima indirettamente l’aggressione russa all’Ucraina, anch’essa in aperto conflitto con il diritto internazionale. Dall’altro si creano i presupposti per la legittimazione delle mire espansionistiche di Pechino su Taiwan. Il risultato potrebbe essere un ulteriore avvicinamento tra i due Paesi sul piano diplomatico ed economico, rafforzando un asse che già negli ultimi anni si è consolidato anche a causa delle sanzioni occidentali contro Mosca post 2022. Con riferimento a queste ultime, è indubbio che la guerra in Iran rischi, inoltre, di indebolire l’efficacia delle stesse sanzioni europee contro la Russia. Laddove il conflitto dovesse prolungarsi e comportare una forte destabilizzazione del mercato globale dell’energia, i governi occidentali potrebbero trovarsi costretti a dover dare precedenza alla stabilità dei mercati per evitare spinte rialziste, rispetto alla rigidità delle sanzioni contro Mosca. Alcuni segnali in questa direzione sono già visibili in Europa7, ma anche dall’altra parte dell’Atlantico considerando che Washington ha apertamente speculato in merito alla possibilità di allentare temporaneamente alcune restrizioni per contenere l’impennata dei prezzi mondiali del petrolio. Un esempio concreto di tale indebolimento delle sanzioni è il waiver di 30 giorni concesso dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent che consente all’India di continuare ad acquistare petrolio russo (spoiler: non aveva mai smesso di farlo), laddove fino a pochi mesi fa tali acquisti erano da considerarsi come fumo negli occhi dell’amministrazione Trump8.
Un altro effetto potenzialmente favorevole per la Russia, ma legato ad un altro teatro di guerra, riguarda la redistribuzione degli asset militari occidentali. Un conflitto potenzialmente su larga scala con l’Iran richiede l’impiego di risorse considerevoli da parte degli Stati Uniti (e dei loro alleati): sistemi di difesa aerea, navi militari, intelligence, droni e personale specializzato. Molte di queste risorse sono le stesse che negli ultimi anni sono state fornite all’Ucraina, nonostante il ridimensionamento del supporto statunitense. Se Washington (e i Paesi europei, laddove si facessero trascinare nel conflitto) dovesse concentrare una parte significativa delle proprie risorse nel Medio Oriente, la disponibilità di asset ed equipaggiamenti per Kiev potrebbe ridursi, anche solo per un breve lasso di tempo. Appare evidente che una notizia del genere per la Russia, impegnata da oltre due anni in una guerra di logoramento in Ucraina, rappresenti un regalo inaspettato (non è un caso che siano ripresi proprio in questi giorni i bombardamenti intensivi e gli attacchi con droni sulle città di Kyiv, Kharkiv e Sumy fra le altre).
In abbinamento a quanto sopra descritto, il nuovo conflitto in Iran rischia anche di ridurre l’attenzione politica e mediatica internazionale sulla guerra in Ucraina. Soprattutto per quanto riguarda l’attenzione mediatica, si tratterebbe di una evidente perdita per il popolo ucraino, considerando che negli ultimi anni svariate operazioni russe sono state oggetto di critiche in relazione alle accuse di attacchi contro infrastrutture civili, massacri9 e altre violazioni del diritto internazionale. Se dovesse venire meno la lente d’ingrandimento della comunità internazionale ad oggi puntata su quel fronte, tali violazioni potrebbero tornare a ripetersi con maggiore frequenza ed intensità
Dal punto di vista strategico più ampio, la guerra con l’Iran rischia anche di contribuire a una sovraestensione militare degli Stati Uniti (vd. concetto di imperial overstretch10). Washington è attualmente impegnata su diversi fronti: il sostegno (parziale) all’Ucraina in Europa, la competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico (leggasi: Taiwan, ma non solo) e la gestione delle tensioni in Medio Oriente. L’apertura di un ulteriore grande teatro di crisi, per quanto per ora gli analisti escludano ancora l’opzione dei famigerati boots on the ground11, comporta inevitabilmente costi economici e militari aggiuntivi.
Infine, la guerra offre alla leadership russa un importante strumento di propaganda interna perché da anni Putin afferma che la Russia non è l’aggressore ma piuttosto una potenza che è obbligata a reagire a causa della pressione e dell’accerchiamento occidentali. L’intervento militare americano (e israeliano) in Medio Oriente consente alla propaganda del Cremlino di rafforzare questa narrazione rivolta verso l’interno, presentando gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali (poco importa se in questo caso gli europei non c’entrino nulla) come attori destabilizzanti e aggressivi.
Nonostante le considerazioni sopra esposte, sarebbe comunque prematuro affermare con certezza che la Russia uscirà rafforzata da questa crisi. Molto dipenderà dalla durata del conflitto (ad oggi variabile imperscrutabile) e dall’intensità dei suoi effetti economici e geopolitici (in primis legati alle commodities energetiche). Se la guerra dovesse rimanere limitata nel tempo e nello spazio, l’impatto sui mercati energetici e di conseguenza sui delicati equilibri geopolitici potrebbe essere relativamente contenuto. Al contrario, un conflitto prolungato che mantenga elevati i prezzi degli asset energetici e obblighi l’Occidente a disimpegnarsi da altri fronti potrebbe offrire a Mosca vantaggi più consistenti.
1 Basti pensare alle “guerre cecene” del 1994-2009 durante le quali le formazioni salafite si sono evolute da una lotta prevalentemente nazionalista per l’indipendenza negli anni ’90 a una jihad islamica transnazionale nel decennio successivo.
2 Gli accordi di collaborazione militare fra Russia e Siria risalivano al 1971, poi rafforzatisi con il Trattato di Amicizia e Cooperazione del 1980.
3 Le due basi, a seguito della caduta di Bashar al-Assad e dei negoziati tutt’ora in corso con il nuovo governo, sono rimaste a disposizione esclusiva dei russi, ma la loro operatività è ridotta rispetto agli anni precedenti.
4 Nel presente articolo, si intende per ucrainizzazione del conflitto la creazione di un conflitto ad alta intensità progressivamente trasformatosi in una guerra di logoramento prolungata. Da non confondere con l’uso del termine ukrainization of the conflict nella letteratura anglosassone recente (vd. articolo di M. Payne) con riferimento ai primi giorni dell’invasione russa del 2022. Trattasi in quest’ultimo caso di un parallelo con la cecenizzazione del conflitto, ossia la strategia di trasformare una guerra tra Stati in un conflitto gestito principalmente da attori locali, attraverso l’installazione di un governo fantoccio (cosa che i russi avrebbero voluto fare in Ucraina).
5 In tema di chokepoint energetici si segnala anche la relazione Sicurezza energetica dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) presentata nel 2024 presso il Senato della Repubblica.
6 L’Arabia Saudita è uno dei pochi Paesi del Golfo ad avere una parziale alternativa grazie alle sue pipeline che terminano sul Mar Rosso. La East-West Pipeline può trasportare circa 5 milioni (7 in casi di necessità) di barili al giorno attraversando tutto il paese orizzontalmente. Questo significa che circa il 70% del petrolio saudita potrebbe bypassare Hormuz trasformando così la città portuale di Yanbu, sul Mar Rosso, nel principale hub di distribuzione del greggio nell’area (godendo, tra le altre cose, anche di una maggiore distanza dall’Iran e dai suoi droni).
7 Il Ministro dei Trasporti della Repubblica Italiana si è già espresso in tal senso di recente: https://www.affaritaliani.it/politica/iran-salvini-ue-sospenda-le-sanzioni-alla-russia-come-ha-fatto-trump.html.
8 Vd. anche https://www.politico.com/news/2025/10/15/trump-india-will-stop-buying-russian-oil-00610439.
9 Per chi ancora nega l’evidenza, si consiglia la lettura del report Situation of human rights in Ukraine in the context of the armed attack by the Russian Federation, pubblicato nel 2022 dall’OHCHR.
10 The Rise and Fall of the Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000, 1987, P. Kennedy.
11 Vd. anche su Difesa Online: https://www.difesaonline.it/2026/03/09/boots-on-the-ground-in-iran-unopzione-plausibile/.
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