Il Vangelo secondo Marco (ma non il Santo), ovvero: “Come ti sostituisco il regime”
Guardo la puntata del 2 marzo della trasmissione “L’aria che tira” su La71 e, verso la fine, la mia attenzione viene calamitata dall’intervento dell’ex 007 Marco Mancini – poco più di una decina di minuti – che, con le sue affermazioni, accende un faro su personaggi e prospettive future per l’Iran travolto dal caos della guerra.
Le indicazioni fornite da Mancini meritano di essere analizzate, al fine di trarne, per quanto possibile, qualche informazione su “chi è chi” nel panorama delle personalità iraniane sopravvissute che godono di qualche autorevolezza e che valore rivestano allo stato attuale per una soluzione della crisi interna al paese.
Va sottolineato che la disamina che segue esclude qualsivoglia considerazione sugli aspetti controversi che hanno costellato la carriera di questo funzionario dei servizi segreti italiani e vuole, invece, soffermarsi sulle sue dichiarazioni, cercando di contestualizzarle e coglierne la significatività.
Nel programma sono state menzionate cinque figure di ex leader o rappresentati della compagine politico-militare di Teheran che, a dire del nostro, avranno un ruolo fondamentale nella transizione ad un nuovo governo, nell’auspicio che il regime attuale abbia realmente esaurito la propria capacità di autorigenerarsi. Vediamo, dunque, di chi si tratta, concentrandoci sugli aspetti di interesse ai fini della nostra analisi.
Il primo è Mohammad Javad Zarif, diplomatico iraniano, ministro degli Affari Esteri durante il governo di Hassan Rouhani (2013-2021). Negli anni precedenti alla sua nomina, a partire dal 1990, ha ricoperto ruoli importanti come diplomatico e negoziatore. Il 4 agosto 2013, il presidente Rouhani nominò personalmente Zarif al parlamento iraniano. L’interesse suscitato da Zarif possiamo ricondurlo a quanto si è verificato il 5 settembre 2013, quando congratulandosi con gli ebrei per la celebrazione del Rosh Hashana, Zarif scrisse su Twitter che l’Iran non nega l’olocausto e, dunque, prendendo le distanze dalle posizioni estreme dell’ex-presidente Ahmadinejad. Il 27 settembre dello stesso anno vi fu l’incontro storico tra Zarif ed il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry, durante il summit P5+12. Fu la prima occasione, a distanza di sei anni, che personaggi di tale rango provenienti dai due paesi tenevano un incontro ufficiale. A detta di Kerry l’incontro fu costruttivo e lasciava intravedere nuove prospettive di dialogo tra i due Stati. Inaspettatamente, il 25 febbraio 2019 Zarif si dimise dalla sua carica di ministro degli Esteri, salvo poi mantenere l’incarico dopo che Rohani rigettò le sue dimissioni. L’ex ministro degli Esteri è spesso bersaglio dei “falchi” iraniani per la sua politica di dialogo con l’Occidente, tuttavia ha costantemente mantenuto una retorica di scontro con Israele e gli Stati Uniti, accusando il Mossad di tentare di trascinare gli USA in guerra già in tempi non sospetti.
Il secondo è Hassan Rouhani, settimo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran dal 3 agosto 2013 al 3 agosto 2021, nonché negoziatore-capo con i paesi dell’AIEA riguardo al programma nucleare iraniano. La politica estera di Rouhani è stata ostacolata da membri conservatori del clero iraniano, i quali probabilmente temevano un progressivo allontanamento dallo status-quo. Inoltre Rouhani si trovò a dover gestire la grossolana eredità lasciata da Ahmadinejad, legata alle dichiarazioni di quest’ultimo su Israele e l’olocausto. Le dichiarazioni alle Nazioni Unite di Rouhani e la sua volontà di apertura al mondo, unitamente alle capacità ed alle esperienze diplomatiche del ministro degli Esteri Javad Zarif, riattivarono le speranze per il risanamento delle relazioni dell’Iran con la comunità internazionale. Tuttavia rimase spinosa la questione di Israele, in quanto la Repubblica Islamica non ne ha mai riconosciuto la legittimità.
La visita di Rouhani a New York nel settembre del 2013 portò a un’apertura storica nelle relazioni tra l’Iran e gli Stati Uniti: dopo trentadue anni di chiusura il suo governo era pronto a dialogare apertamente con gli Stati Uniti. In ogni caso, egli declinò la proposta di Barack Obama per un incontro di persona. Si presume che tale incontro fosse prematuro per Rouhani in quanto sarebbe stato fortemente criticato dai conservatori e, inoltre, i tempi non erano ancora maturi un incontro del genere, sussitendo un livello di diffidenza reciproca ancora troppo elevato. Rouhani, poi, ha descritto Israele come un occupante e un governo usurpatore che commette ingiustizie contro i popoli della regione, creando instabilità con politiche guerrafondaie. Tuttavia ha riconosciuto l’olocausto come evento storico e le atrocità dei nazisti contro gli Ebrei e i popoli dell’Europa. Durante il suo viaggio negli Stati Uniti per il suo discorso alle Nazioni Unite, Rouhani decise di farsi accompagnare da un membro ebreo del parlamento iraniano. Tale decisione fu presa per sottolineare che la posizione dell’Iran su Israele non verte su tensioni o risentimenti contro il popolo ebreo, ma piuttosto contro lo stato di Israele in quanto tale.
Un altro aspetto importante che lo rende “presentabile” rispetto alla media dei leader iraniani riguarda il fatto che Rouhani è apertamente favorevole al miglioramento della condizione e a una più elevata inclusione delle donne nella società iraniana. Il governo Rouhani ha nominato Elham Aminzadeh come vice-presidente, e Marzieh Afkham, prima portavoce donna del ministero degli esteri iraniano. Rouhani promise di creare un ministero per gli affari delle donne, tuttavia non implementò la proposta per via della critica delle varie organizzazioni per il diritto della donna iraniane, in quanto vedevano la proposta come “protezionistica”. Le opinioni sono state invece più favorevoli verso la proposta di creare una posizione in ogni ministero per affrontare le difficoltà delle donne iraniane. Ricordiamo che poco dopo l’insediamento, nel settembre del 2013 Rouhani ordinò la liberazione di undici prigionieri politici, fra cui otto donne, compresi la nota attivista e avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh e il politico riformista Mohsen Aminzadeh. Tale ordine fu dato pochi giorni prima del viaggio di Rouhani per gli Stati Uniti per la Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Riferendosi alla censura della rete, infine, Rouhani dichiarò che erano passati i giorni durante i quali si poteva costruire un muro attorno al paese. Allo stesso tempo criticò la TV di stato Islamic Republic of Iran Broadcasting (non sotto il suo controllo) per la diffusione di notizie internazionali giudicate banali e per il fatto che ignorasse notizie di rilevanza molto più grande3. Rouhani allo stesso tempo dichiarò di voler incrementare l’accesso degli iraniani a internet, social media, oltre ad altre libertà civili: “Vogliamo che la gente sia completamente libera nella propria vita privata. Nel mondo d’oggi l’accesso all’informazione, il dialogo libero e la libertà di pensiero sono il diritto di tutti i popoli, incluso quello iraniano“4.[60]
L’ex presidente iraniano è stato accusato dai media vicini all’IRGC (come l’agenzia Tasnim) di favorire Israele a causa delle sue critiche rese pubblicamente nel dicembre 2025, riferite alla prontezza difensiva dell’Iran. Non vi sono però prove di collaborazione diretta con agenzie straniere.
Il terzo personaggio è Esmail Qaani un generale iraniano che Mancini indica potenzialmente come uno dei principali artefici della debacle della classe dirigente di Teheran. Dal 3 gennaio 2020 è il comandante della Forza Quds, forza speciale del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. Entrato a far parte dei Pasdaran nel 1982, nel corso della guerra tra Iran e Iraq, Qaani guidò la 5ª divisione Naṣr e la 21ª brigata corazzata Emām Reżā. Negli anni successivi è stato attivo anche come agente repressivo, con un ruolo nel caso delle sommosse contadine del 1992 a Mashhad. Qaani è stato nominato vicecomandante della Forza Quds nel 1997 dall’allora comandante in capo dei Guardiani della Rivoluzione Rahim Safavi, secondo solo a Qasem Soleimani, che venne nominato comandante. Secondo diverse agenzie tra le operazioni più note da lui condotte ve ne sarebbero alcune legate al sostegno delle varie milizie sostenute dall’Iran in tutto il Vicino Oriente. Qaani sarebbe infatti responsabile del traffico di armi e dei finanziamenti riconducibili a gruppi armati in Afghanistan, Libano e Yemen. L’ayatollahKhamenei ha nominato Qaani quale comandante della Forza Quds il 3 gennaio 2020, poche ore dopo l’uccisione del generale Qasem Soleimani in un attacco aereo con un drone all’aeroporto internazionale di Baghdad, su ordine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Arriviamo all’ottobre del 2024, quando, dopo l’assassinio di Hassan Nasrallah, il comandante della Forza Quds dell’IRGC è stato al centro di insistenti voci di tradimento. Alcuni report suggerivano che fosse sotto inchiesta come spia del Mossad. Tuttavia, l’Iran ha ufficialmente smentito tali voci, definendole fake news e indicandole come un’operazione di guerra informativa orchestrata da Israele. Speculazioni simili sono riemerse su piattaforme social in seguito agli eventi del marzo 2026, tuttavia prive di conferme ufficiali.
Il quarto, Wafiq Safa, è un funzionario della sicurezza libanese e membro di spicco di Hezbollah . In qualità di capo dell’Unità di collegamento e coordinamento di Hezbollah dalla fine degli anni ’80, alle dirette dipendenze del Segretario generale del gruppo, Safa ha diretto i servizi di sicurezza di Hezbollah e gestito le relazioni del gruppo nella politica libanese. A volte è stato definito “ministro della Difesa” o “ministro degli Interni” di Hezbollah. Il 26 aprile 2018, sono emerse notizie secondo cui Safa era stato arrestato con l’accusa di appropriazione indebita di 350 milioni di dollari, traffico di droga e riciclaggio di denaro. In seguito, la sua famiglia ha negato le notizie e la rete Al-Mayadeen ha riferito che Safa ha smentito di essere stato arrestato. Il 18 aprile 2020, un programma trasmesso sul canale televisivo libanese Al-Jadeed affermava che Safa possedeva 30 dunam5 di immobili registrati a suo nome nella città di Nmairiyeh e che deteneva anche diverse società commerciali registrate a nome di suo figlio. Il rapporto ha suscitato scalpore sui social media del paese, con gli utenti che chiedevano spiegazioni a Hezbollah in merito alla condotta di Safa. Dopo l’assassinio di diversi leader di alto livello di Hezbollah da parte di Israele nel 2024, Safa fu preso di mira in un attacco aereo il 10 ottobre a Bachoura, nel centro di Beirut, ma ne uscì vivo. Il 26 febbraio 2026 Safa ha annunciato le sue dimissioni da Capo dell’Unità di collegamento e coordinamento di Hezbollah. Il giorno successivo, l’organizzazione ha accettato le sue dimissioni, alimentando speculazioni su una ristrutturazione interna dopo le pesanti infiltrazioni subite dal gruppo. Questa è la prima volta che una figura del suo rango si dimette da Hezbollah. Secondo alcune indiscrezioni, sarà sostituito da Hussein Abdullah.
Arriviamo, quindi, alla figura più enigmatica del gruppo presentato da Mancini: Kamal Al Din. In realtà si tratta di Seyyed Kamaleddin Sajjadi, politico e diplomatico iraniano, già ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran nelle Filippine (1987-1991) e in Vietnam (1995-1999). Ha ricoperto anche il ruolo di ambasciatore in Cambogia e di direttore dell’ufficio di rappresentanza in Brunei. Guardiamo, però, al ruolo che ha svolto in qualità di diplomatico, negoziatore con gli Stati Uniti nel 2025. Nel febbraio dell’anno scorso, ha sottolineato che i negoziati con gli Stati Uniti non sono stati positivi per il popolo iraniano, dimostrandosi scettico sul fatto che eventuali accordi sarebbero stati soddisfacenti per l’Iran. Nel mese di aprile, però, ha descritto l’inizio dei colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti in termini positivi, ma ha sottolineato la necessità di realismo, della tutela degli interessi nazionali e di revocare le sanzioni. Va detto che non ha mai mitigato la propria figura politica di conservatore fondamentalista. Nel 2026 è ancora attivo nello spazio politico iraniano come portavoce del Fronte dei seguaci della linea e della leadership dell’Imam e, nelle sue recenti interviste, ha analizzato questioni interne e tensioni estere con gli Stati Uniti. Ad ogni buon conto, non ha più svolto alcun ruolo di negoziatore con gli Stati Uniti, né vi sono indicazioni che sia in procinto di ricoprire nuovamente quell’incarico.
Arriviamo a qualche conclusione. Non esistono prove ufficiali o confermate che i soggetti citati stiano collaborando con la CIA o il Mossad. Trattandosi di figure chiave della Repubblica Islamica dell’Iran e di Hezbollah, le accuse di spionaggio sono state oggetto di intense speculazioni, campagne di disinformazione e tensioni politiche interne, specialmente a seguito di importanti fallimenti dell’intelligence iraniana. Le ragioni per cui l’ex funzionario dei servizi segreti italiani li abbia individuati come referenti per le fasi negoziali di una tregua, piuttosto che di un cambio di passo del governo iraniano, non sono chiare, ma si può intravedere uno spiraglio per l’emancipazione dal regime degli ayatollah in virtù di alcuni dei loro trascorsi e delle loro personalità. Bisogna guardare bene chi sono questi interlocutori. Vorranno davvero sostenere una transizione o manterranno i crismi della loro formazione culturale, una volta ottenuta la “garanzia alla sopravvivenza” al prezzo di accondiscendere in varia misura alle imposizioni di un Trump eventualmente vincitore? E quale sarà l’atteggiamento di Israele nei loro confronti?
Come possibile alternativa, guardiamo, allora agli attivisti e alle figure di spicco che si oppongono alla Repubblica Islamica, tra cui emerge un’ampia gamma di personalità politiche, civiche e artistiche che operano all’interno e all’esterno dell’Iran. Secondo i rapporti più recenti, le figure più importanti sono il principe Reza Pahlavi, ex principe ereditario dell’Iran, promotore della transizione verso un sistema democratico laico; Maryam Rajavi, leader dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo e del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), che si batte per il rovesciamento del regime; Masih Alinejad, attivista per i diritti delle donne; Hamed Esmailiyon, attivista per i diritti civili; Nazanin Boniadi, attrice e attivista per i diritti umani e l’artista Golshifteh Farahani. Tutte queste persone in passato hanno svolto ruoli chiave in coalizioni che si adoperano per il crollo della Repubblica islamica. Ricordiamo, ancora, Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace e attivista per i diritti umani che, nonostante la prigionia, continua a propugnare la resistenza civile dall’interno del carcere; Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard , che sono agli arresti domiciliari e hanno recentemente chiesto una transizione completa dalla Repubblica islamica; i registi Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof, Asghar Farhadi e Rakhshan Bani-Etemad; i politici Mostafa Tajzadeh e Hashem Khastar, che continuano la loro opposizione dalla prigione o posti sotto sorveglianza per motivi di sicurezza; l’ex stella del calcio Ali Karimi, particolarmente attivo su social media. Accanto alle singole persone, agiscono i gruppi etnici e le nuove coalizioni, come la Coalizione dei partiti curdi: per la prima volta, i cinque principali partiti curdi che si oppongono alla Repubblica islamica hanno formato una coalizione unificata che ha svolto un ruolo attivo nei recenti sviluppi del 2025 e del 2026. Un altro gruppo è quello degli Attivisti Baloch, con figure di spicco come quella di Fariba Baloch, che lavorano nel campo dei diritti delle minoranze e denunciano le violenze perpetrate dalla polizia del regime e, che hanno condannato la repressione dei manifestanti in dichiarazioni congiunte.
È stato detto e ripetuto che la realtà delle organizzazioni che si oppongono al potere in Iran non è coesa e, per questo, non risultano ancora abbastanza forti ed incisive nella lotta che conducono sui diversi fronti per offrire al Paese la prospettiva di un governo diverso. Nonostante le loro divergenze di opinione, però, nel 2026, in seguito alle massicce proteste di gennaio, hanno avviato nuovi sforzi per creare un fronte unito contro l’attuale struttura di potere.
Per concludere, rimanendo nel settore dell’intelligence, qualche considerazione su come l’operazione militare congiunta USA-Israele contro l’Iran abbia potuto contare su una combinazione di spionaggio umano (humint), infiltrazioni tecnologiche (cyber-espionage) e strumenti di intelligenza artificiale. Relativamente alla humint, rapporti indicano che una rete di agenti gestita dal Mossad ha monitorato per mesi i movimenti degli alti dirigenti iraniani. Le agenzie di stampa nazionali iraniane e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, a loro volta, hanno affermato di aver arrestato persone con l’accusa di aver inviato al Mossad coordinate di centri sensibili e dettagli su personaggi militari. Risulta che Israele sfrutta le debolezze dei livelli di sicurezza (come le guardie del corpo) per tracciare con precisione la posizione dei funzionari.
In riferimento all’infiltrazione tecnologica e informatica una delle rivelazioni più importanti mostra che le agenzie di intelligence israeliane, hackerando le telecamere del traffico di Teheran, hanno ottenuto i percorsi del traffico e la tempistica precisa degli spostamenti di alti funzionari da prendere di mira nel marzo 2026. Consideriamo, poi, il lavoro svolto dall’Unità 8200 dell’esercito israeliano che, utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e algoritmi avanzati, avrebbe elaborato un’enorme quantità di dati raccolti dai sistemi di comunicazione iraniani per identificare i modelli comportamentali dei leader. Anche il Comando informatico statunitense ha contribuito in maniera significativa: le forze informatiche statunitensi, in collaborazione con le loro controparti israeliane, hanno interrotto le reti di sensori e i sistemi di comunicazione dell’Iran prima che gli attacchi iniziassero per neutralizzare la sua capacità di risposta. Le agenzie di spionaggio statunitensi, inoltre, hanno tracciato la posizione esatta dei leader iraniani durante incontri ad alto livello tenuti a Teheran e hanno fornito questi preziosi dati alle forze israeliane per condurre attacchi coordinati. Una valutazione della CIA, completata poco prima dell’inizio della guerra, prevedeva che la rimozione del leader supremo avrebbe potuto portare i sostenitori della linea dura delle Guardie Rivoluzionarie ad assumere un maggiore controllo.
Ogni nuovo leader dovrà valutare se la sopravvivenza del regime sarà garantita continuando a combattere o, in alternativa, parlando e cedendo di fatto alle richieste degli Stati Uniti. Ma se continuano a essere uccisi, potrebbe essere più difficile giungere a una decisione o a una negoziazione.
1 https://www.la7.it/laria-che-tira/rivedila7/laria-che-tira-02-03-2026-635170.
2 Il P5+1 è un gruppo di sei potenze mondiali, che nel 2006 ha unito gli sforzi diplomatici con l’Iran per quanto riguarda il suo programma nucleare. Il termine si riferisce al P5 o cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, vale a dire gli Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, oltre alla Germania.
3 Smoother Operator, The Economist, 03/08/2013. https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2013/08/03/smoother-operator.
4 Iran president blames Israel for “instability, calls for peace, World News, 19/09/2013. https://www.worldnews.bbcnews.com.
5 Unità di misura di superficie utilizzata in Medio Oriente e nei paesi ex ottomani, formalizzata oggi come 1.000 metri quadrati Originariamente, rappresentava la quantità di terreno arabile in un giorno. È comunemente usato in Israele, Palestina, Giordania, Libano, Siria e Turchia.
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