Intervista al comandante Gian Giacomo Pisu: Stretto di Hormuz tra diritto, minacce e scenari di una crisi globale
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei choke point più sensibili del pianeta. Nel 2026, tra esercitazioni militari, deviazioni forzate, disturbi ai sistemi GNSS e tensioni crescenti tra Iran e Stati Uniti, il suo equilibrio è apparso ancora più fragile.
Per capire perché questo tratto di mare sia così decisivo per l’economia globale, la libertà di navigazione e la sicurezza internazionale, abbiamo parlato con il comandante Giangiacomo Pisu, capo pilota del porto di Arbatax, consulente tecnico d’ufficio per il Tribunale di Lanusei, analista di intelligence in aree ad alto rischio e membro del direttivo del Tribunale Arbitrale della Nautica.
Perché lo Stretto di Hormuz è così strategico per il mondo?
Perché è il punto dove passa la vita economica del pianeta.
Ogni giorno, in tempi normali, attraversano Hormuz oltre 20 milioni di barili di petrolio: un quinto del fabbisogno mondiale. È un numero impressionante, confermato da analisi logistiche internazionali. A questo si aggiunge un quarto del commercio globale di gas naturale liquefatto.
In pratica, se Hormuz si ferma, si ferma il mondo.
UNCTAD lo ha detto chiaramente: la chiusura del 2026 ha fatto schizzare i prezzi di petrolio e gas e ha rallentato il commercio globale. Non esistono rotte alternative in grado di compensare.
È un tratto di mare largo appena 21 miglia nautiche nel punto più stretto, ma è la giugulare energetica del pianeta.
L’Iran ha il diritto di chiudere lo Stretto?
No. E questo è un punto fondamentale.
Hormuz è classificato come “stretto utilizzato per la navigazione internazionale”. Significa che tutte le navi – civili e militari – hanno diritto al passaggio in transito, un regime che non può essere sospeso nemmeno per ragioni di sicurezza interna.
Anche se l’Iran non ha ratificato l’UNCLOS, le norme sugli stretti sono considerate diritto consuetudinario internazionale. In altre parole, valgono per tutti.
La Nottingham Trent University lo sintetizza così: “Iran is not a party… but the obligations are considered customary international law – therefore binding.”
Tradotto: Teheran non può chiudere Hormuz per bloccare il traffico civile o commerciale.
E in caso di conflitto armato? Cambia qualcosa?
Sì, ma non quanto molti pensano. Il diritto del mare si intreccia con il diritto dei conflitti armati. La regola è chiara: la libertà di navigazione non può essere sospesa arbitrariamente, ma può subire limitazioni solo se strettamente necessarie alla legittima difesa.
L’Articolo 51 della Carta ONU è la bussola: la risposta deve essere proporzionata, deve essere immediata e deve essere diretta contro obiettivi militari.
Gli esperti della NTU lo confermano: “Iran does have a limited right to respond in self-defence, but only against military targets and within strict limits.”
Quindi no: anche in guerra, non è lecito chiudere lo Stretto alle navi civili.
Ma allora nel 2026 lo Stretto è chiuso o no?
Di fatto sì. Formalmente no. È una chiusura “di fatto”, non “di diritto”.
Secondo Al Jazeera, ad aprile 2026 circa 3.000 navi risultano bloccate. UNCTAD parla di uno Stretto “praticamente chiuso”. Windward Intelligence documenta attacchi, spoofing GPS e un’area di interdizione che supera le 100 miglia nautiche.
Il risultato è semplice: nessuna compagnia assicurativa copre il transito. E senza copertura, nessuna nave entra.
Che ruolo ha il TSS, il Traffic Separation Scheme?
È l’autostrada dello Stretto: una corsia per entrare, una per uscire e una zona cuscinetto centrale.
Il problema è che il TSS si trova nelle acque territoriali di Iran e Oman, ma è protetto dal regime del passaggio in transito.
Nel 2026, però, il TSS è diventato un campo minato politico e operativo: esercitazioni militari che tagliano le corsie, deviazioni forzate verso la costa iraniana, disturbi ai sistemi GNSS.
Tutto questo viola l’Art. 44 UNCLOS, che vieta agli Stati costieri di ostacolare il transito internazionale.
Perché USA e Iran litigano sul tipo di passaggio?
Perché parlano due lingue giuridiche diverse.
Gli USA dicono: “Hormuz è uno stretto internazionale – vale il passaggio in transito”. Quindi niente autorizzazioni, sottomarini in immersione, elicotteri in volo, sistemi d’arma attivi, operazioni FONOP per contestare pretese eccessive.
L’Iran risponde: “Hormuz è nelle nostre acque – vale il passaggio inoffensivo”. Quindi autorizzazioni obbligatorie, sottomarini in superficie, niente attività militari e controllo sul TSS.
Il nodo è tutto qui: due interpretazioni opposte dello stesso tratto di mare.
Come funzionano le ROE* (regole d’ingaggio) nello Stretto?
Sono un equilibrio delicatissimo tra diritto e sopravvivenza. Le navi americane operano in “Normal Mode”: radar di tiro attivi, elicotteri in volo, sottomarini in immersione, risposta preventiva in caso di hostile intent.
Il principio è chiaro: se una motovedetta del corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) compie una manovra aggressiva, la nave USA può reagire prima che il colpo parta.
L’Iran, invece, provoca, sfida, testa i limiti. Le motovedette dei Pasdaran si avvicinano per costringere le navi occidentali a comportarsi come se fossero in “passaggio inoffensivo”.
È un gioco di nervi. E basta un errore per trasformarlo in un incidente internazionale.
Quanto è reale la minaccia dell’IRGC?
Molto reale. Il regime risponde a tutti i punti chiave che identificano la minaccia. HubMaritime segnala un aumento dell’attività navale iraniana e dei premi di rischio. Windward parla di “area denial”, spoofing GPS e presenza di unità miste.
L’IRGC ha un arsenale asimmetrico molto efficace: mine navali, droni, missili antinave, fast boats, proxy regionali come Houthi e milizie irachene, capacità cyber e GNSS spoofing.
È una minaccia credibile, strutturata e coerente.
L’uso delle mine è legale?
Solo in casi molto specifici. Il diritto internazionale è chiaro: le mine devono essere controllabili, devono essere segnalate e devono colpire solo obiettivi militari.
La CCW (Convenzione su certe armi convenzionali) vieta le mine vaganti. Il Manuale di San Remo impone che siano tracciabili e segnalate.
Windward conferma che nel 2026 sono stati rilevati casi di mine e spoofing, una combinazione estremamente pericolosa.
Si possono organizzare convogli di scorta?
Sì, ed è perfettamente legale.
L’Art. 92 UNCLOS riconosce la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Questo significa che una nave da guerra può scortare un mercantile della propria nazionalità.
I limiti sono tre: rispettare il passaggio in transito, evitare escalation con l’IRGC e coordinarsi con strutture multilaterali come IMSCSC e CMF.
Quali sono le conseguenze economiche globali della chiusura?
Devastanti.
UNCTAD ha già avvertito che nel 2026 il commercio globale rallenterà, i prezzi dei carburanti sono esplosi e i costi di trasporto sono raddoppiati.
HubMaritime documenta casi drammatici: 6 navi da crociera immobilizzate, 24.300 persone bloccate, perdite tra 2,4 e 3,6 milioni di euro al giorno.
E questo è solo l’inizio.
Quali scenari futuri sono possibili?
Tre, e nessuno semplice.
Il primo è una riapertura negoziata. Il Pakistan sta mediando. Al Jazeera parla di colloqui per un “smooth transit”.
Il secondo è un’escalation militare. Gli Stati Uniti hanno già minacciato ritorsioni contro infrastrutture iraniane se lo Stretto non riapre.
Il terzo è una chiusura prolungata. UNCTAD avverte: “The suffering will extend far beyond the region.” Significa inflazione globale, crisi energetica e tensioni geopolitiche crescenti.
*Direttive governative e militari che definiscono circostanze, condizioni, limiti e grado in cui le forze armate possono utilizzare la forza durante operazioni, rispettando il diritto internazionale e nazionale
L’articolo Intervista al comandante Gian Giacomo Pisu: Stretto di Hormuz tra diritto, minacce e scenari di una crisi globale proviene da Difesa Online.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei choke point più sensibili del pianeta. Nel 2026, tra esercitazioni militari, deviazioni forzate,…
L’articolo Intervista al comandante Gian Giacomo Pisu: Stretto di Hormuz tra diritto, minacce e scenari di una crisi globale proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
