Iran, Golfo e USA: la guerra che nessuno può vincere ma che può travolgere tutti
Evoluzione e proseguimento del nuovo conflitto del Golfo portano a considerare il delinearsi delle prevedibili traiettorie geopolitiche future, considerati sia i contrattacchi iraniani in un’area mediorientale sempre più vasta sia la volatilità dei mercati finanziari. Coperti dalla nebbia della guerra, gli obiettivi americani rimangono ancorati al degrado delle capacità operative iraniane in patria e all’estero, mentre Tel Aviv continua a puntare al completamento dell’opera iniziata nel giugno scorso con un completo collasso istituzionale, unica soluzione capace di porre fine alle ambasce esistenziali israeliane.
Il ricorso americano allo strumento bellico rappresenta la nemesi della Dottrina Powell che sosteneva che la forza dovesse essere impiegata solo come ultima risorsa; mutuando gli insegnamenti del Vietnam in termini di costi, durata e sostegno sociale, se la guerra è indispensabile si dovrebbe procedere perseguendo un obiettivo chiaro ed una chiaraexit strategyimpiegando una forza schiacciante e decisiva. La dottrina Powell impone chiarezza, mentre Trump converge su flessibilità ed effetto sorpresa individuando molteplici e vaghi obiettivi e conservando la possibilità di porre fine ai combattimenti senza così ammettere défaillance, posto che comunque nessuno nel Golfo auspicherebbe un’uscita di scena americana prima che il lavoro sia finito, qualificando il conflitto quale effettivo punto di svolta volto a neutralizzare il più grande destabilizzatore d’area.
L’amministrazione Trump non ha mostrato ancora sufficiente chiarezza sulla promozione di un sistema politico sostitutivo per cui potrebbe e dovrebbe trarre insegnamento dai fallimenti maturati in area MENA; al momento le prospettive contemplano tanto la possibilità di una resistenza prolungata e logorante, quanto di un’implosione e della diffusione di un caos fuori controllo. Per gli USA, l’opzione migliore rimane loscenario venezuelano, raggiungendo accordi con chiunque e rescindendo qualsiasi vincolo mediorientale, secondo un’idea di manovra che l’Iran sembra perseguire a sua volta estendendo la guerra rapidamente ed il più possibile per esercitare la massima pressione su Washington.
Resta da comprendere quanto collimino le due vedute israelo-americane, mentre i prezzi petroliferi aumentano, i mercati calano e le supply chains si interrompono fino a giungere ad un paventato tentativo anticipato di exit strategy da parte di Washington che forse comincia ad intravvedere le possibili conseguenze del suo attacco, tanto più gravi quanto più repentino ed incontrollabile sarà il crollo, agevolato dall’azione endogena di gruppi armati lungo le periferie; il regime iraniano nel frattempo percepisce di trovarsi coinvolto in un conflitto esistenziale che preclude qualsiasi via di fuga immediata e che porta a temere che qualsiasi cessazione delle ostilità possa costituire pausa temporanea prima di un nuovo attacco.
Il logoramento è l’auspicabile e più prevedibile esito iraniano, in linea con gli intendimenti di un Paese più disposto ad accettare vittime di quanto non lo siano gli USA o i paesi del Golfo; se l’Iran mantiene una credibile capacità militare, anche asimmetrica, oltre a condizionare i prezzi energetici, risulterà sicuramente più polarizzato su come e quando porre fine al conflitto; d’altro canto Washington, che potrebbe mirare ad una transizione politica, può contare sul ridimensionamento delle capacità missilistiche e nucleari di Teheran, teatro dell’elezione del nuovo leader supremo, l’insider Mojtaba Khamenei, versione più radicale del -defunto- padre nonché espressione controversa dell’IRGC per l’apparente forma di successione dinastica adottata, eppure fondamentale per dare continuità ad un sistema politicopakistanizzabile,tentato sia dal salvaguardare il materiale fissile sia l’esperienza maturata negli aspetti asimmetrici, senza contare la comparazione tra tecnologia, profondità strategica, capacità industriale bellica e pressione politico-sociale tra i contendenti.
Di fatto la Repubblica Islamica si è retta sulla rotta tracciata su una mappa organica riportante centri paralleli di potere necessari a garantire continuità anche in condizioni critiche e dove Alì Larijani ha svolto una funzione di rilievo quale trait d’union tra la realtà politica interna e le proiezioni regionali. La sua eliminazione colpisce la struttura politica teocratica e sposta l’individuazione dei target su altre figure di secondo piano ma comunque in grado di ricomporre il mosaico decisionale iraniano.
Il problema dunque è non solo comprendere chi comanda ma anche se e come il conflitto possa mutare in processo politico negoziabile, visto che sta passando dallo stato di scontro convenzionale lineare a guerra in cui si esercita una pressione multilivello in cui il centro di gravità è l’intero sistema che circonda il Golfo mentre il potere a Teheran viene sottoposto ad una verticalizzazione o ad una competizione tra sistemi concorrenti. Il regime iraniano potrebbe comunque sopravvivere alla guerra aprendo ad una maggiore repressione, ripristinando capacità deterrenti con un maggiore utilizzo di mezzi asimmetrici. Nel breve tempo, il conflitto scelto da Trump potrebbe dunque dimostrarsi imprudente, disallineando fini e mezzi impiegati.
Intanto se da un lato gli Houthi sembrano strategicamente riluttanti ad intervenire in difesa dei patroni di Teheran, dall’altro si è acuita la querelle turco-israeliana, dove Ankara ha evitato di stigmatizzare il ruolo americano, ipotizzando Tel Aviv proiettata verso il disegno mediorientale di un grande Israele, ed evitando qualsiasi coinvolgimento in un conflitto che potrebbe ripercuotersi rovinosamente in Anatolia con possibili rigurgiti autonomisti curdi. Geopoliticamente Ankara, alle prese con un’economia in sofferenza, preferisce ancora l’Iran ad Israele, visto dai turchi come un soggetto politico capace di perseguire obiettivi più ampi in attrito con l’influenza regionale neo ottomana.
La guerra in Iran con ogni probabilità intaccherà le scorte di munizioni americane, con i pianificatori costretti a rammentare le contemporanee minacce potenziali da Corea del Nord, Russia e Cina, nel caso in cui trovino convergenze nel Pacifico. Insomma, una situazione che, in termini di gestione dei flussi energetici di fatto bloccati a Hormuz, per la cui apertura la casa Bianca ha invocato l’intervento NATO suscitando la distinzione tra obbligo giuridico e volontà politica in aggiunta al bombardamento dell’hub dell’export energetico di Kharg, non stupisce quando contempla temporanei ed unilaterali allentamenti delle sanzioni sul petrolio russo, cosa che di certo non fa rallentare né l’aumento dei prezzi né fa riconsiderare la politica dei tassi di interesse della Fed, in procinto di accogliere il nuovo governatore K. Warsh.
L’inflazione fuori controllo potrebbe dunque tornare di scena, benché per il momento rimanga in area euro sotto la soglia del 2%, ma con timori così spiccati da non poter escludere anche a Bruxelles il ritocco dei tassi di interesse come avvenuto con l’invasione ucraina. L’altro problema statunitense riguarda l’eccessiva finanziarizzazione del complesso militare-industriale, in grado di generare profitti azionari ma non di sostenere ritmi da economia di guerra, visto che il conflitto moderno è un problema di logistica e di scorte.
Se da un lato Teheran può acquisire un nuovo livello di deterrenza, il capitale si può orientare verso la maggior sicurezza geopolitica di USA e Canada, visti come possibili moltiplicatori globali di potenza energetica. Difficile pensare ad un supporto insurrezionale curdo, pericolosamente capace di risvegliare un nazionalismo, quello persiano, naturalmente refrattario a qualsiasi spinta etnica potenzialmente disgregatrice che, piuttosto che determinare una transizione coesa, porterebbe ad una frammentazione siriana.
La Cina, che non accusa sbilanciamenti in termini di alleanze, chenon si precipitain aiuto di nessuno e che diversifica le fonti di approvvigionamento energetico, rimane in modalitàattesacon una pianificazione di contingenza che mitiga gli effetti delle mancate importazioni di greggio dal Golfo, mentre gli USA spostano unità di difesa missilistica dall’Indopacifico al MO. La guerra sta già impattando sulle relazioni USA-Golfo, dove gli americani saranno chiamati a fornire un supporto securitario più affidabile e capace di reagire al radicato asse proxy iraniano, propulsore del principio della difesa avanzata sviluppata in stati fragili e parcellizzati e che mostra correlazioni regionali con le reazioni balistiche di Teheran su Oman, Qatar e Turchia.
Sia Cina che Russia, come tutto l’Asse CRINK, stanno intanto evidenziando come qualsiasi collaborazione cui siano chiamate a partecipare è altamente aleatoria, dato che gli accordi di partenariato strategico stipulati con Teheran rimangono vincolati sia al mantenimento dei buoni rapporti con il Golfo sia alle evoluzioni di un conflitto, quello ucraino, che non ha tuttavia impedito all’intelligence di Mosca, sfiorata da un ennesimo sospetto di impotenza ma pronta a reagire agli aiuti concessi a Kiev, di sostenere le operazioni iraniane, augurandosi si prolunghino in modo da consentire inaspettate vendite di greggio.
Dal punto di vista americano proiezione bellica e consumi si stanno vincolando strutturalmente alle forniture cinesi, in particolare di terre rare, cui gli USA hanno cercato di reagire puntando a creare scorte strategiche di minerali, proprio mentre Mosca si è dichiarata pronta a riprendere le forniture di risorse fossili verso un’Europa impreparata ad uno shock economico preannunciato dall’aumento del prezzo del petrolio, un’indicazione che confligge con il messaggio tranquillizzante lanciato da Trump con il discorso sullo stato dell’Unione e che si accorda con la bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema.
Anche gli attacchi subiti dai paesi del Golfo impongono una riflessione circa la validità dello scudo protettivo americano e dell’opportunità di diversificarlo, ricalibrandolo, dopo decenni di conflitti combattuti per procura ed alla luce della necessità di dover evitare di essere trascinati in una guerra dai confini più ampi, dove l’Iran ha mostrato di non avere scrupoli nell’utilizzo di una propriaopzione Sansone.
Secondo Clausewitzaccanto a questa violenza [della guerra] figurano limitazioni appena degne di menzione, che essa si impone sotto il nome di diritto delle genti, ma che in realtà non ne indeboliscono la forza.Non c’è dubbio che sui maggiori teatri aperti ci si trovi in questa situazione, cosa che rende tutti indistintamente meritevoli di giudizio in un caos spesso organizzato come strategia e sicuramente, per questo, da non sottovalutare.
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Evoluzione e proseguimento del nuovo conflitto del Golfo portano a considerare il delinearsi delle prevedibili traiettorie geopolitiche future, considerati sia…
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