Iran: tra guerra regionale e nascita di una monarchia teocratica
Una caratteristica di quasi tutti i conflitti moderni è la rapidità, eccezion fatta per l’Ucraina e la sua bezdorizhzhya1; quanto scriviamo ora sarà già vecchio tra pochi minuti, dopo l’ultima ondata di attacchi aerei.
Nel ‘79 i giornali iraniani scrissero Shâh raft, lo Scià se n’è andato; cambieranno i titoli? Quale termine ci sarà al posto di Shâh?
La guerra iraniana ha determinato una crisi globale che ha colpito i Paesi contigui all’area di operazioni propriamente detta; l’annichilimento dell’intellighenzia teocratica iraniana poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti ha condotto ad una reazione indirizzata ad esercitare pressioni incontrollabili su tutta la regione, compresi ovviamente e soprattutto i soggetti politici più vicini agli USA, con l’intento di portare Washington al tavolo negoziale da una posizione più forte.
È inevitabile che le conseguenze della crisi si estendano oltre i confini regionali, tanto da causare le prevedibili e drastiche interruzioni delle supply chains per effetto degli attacchi portati ad hub logistici, giacimenti petroliferi, raffinerie, oltre alla scontatissima chiusura dello Stretto di Hormuz, U.S. Navy permettendo.
A differenza delle crisi precedenti gli attori regionali, tradizionalmente neutrali, sono stati oggetto di intimidazioni preventive: mentre a Beirut le IDF impartivano ordini di evacuazione, la base britannica di Akrotiri è stata oggetto di un attacco missilistico e lo spazio aereo di Ankara è stato ripetutamente violato; insomma il tutto secondo uno stilema che prevede prima la somministrazione di una o più randellate, seguite da una serie di scuse bizzose con il minacciato arrivo di una successiva e più violenta fraccata di botte santificata dalla contestuale abdicazione della diplomazia. Per la cronaca, in Sri Lanka la guerra sottomarina ha condotto ad un affondamento con siluro che riecheggia eventi che si pensavano ormai appartenenti ad una storia poi non così lontana ma che ora potrebbe vedere il coinvolgimento dei paesi europei. Tanto per rimanere sul cinematografico, ne il Padrino si sarebbe ormai tutti costretti ad andare ai materassi.
Gli eventi hanno costretto Teheran alla ricerca di una logica razionale sulla linea da adottare e sulla posizione da mantenere; la sua struttura reticolare sta tentando di resistere agli effetti della decapitazione istituzionale che non ha, almeno apparentemente, ancora condotto al collasso dello Stato, ferme restando le possibili faide da dietro le quinte.
Visto il protrarsi degli scontri è difficile immaginare l’instaurazione di un sistema liberale; molto più probabilmente si assisterà ad un ulteriore irrigidimento dove il clero assurgerà ad un ruolo imperiale sorretto, per il momento, dai pretoriani dell’IRGC (corpo delle guardie della rivoluzione islamica) dai quali dipenderà effettività di governo o pura ed oleografica rappresentatività.
Gli attacchi iraniani all’Arabia Saudita riflettono una strategia studiata per ampliare il teatro del conflitto, quelli contro il Qatar rinverdiscono le poche chance di ritorsione, mentre Hezbollah lotta per la sopravvivenza, la Siria guarda avanti, la Turchia teme una destabilizzazione che la colpirebbe economicamente e strategicamente, l’Azerbaigian continua a coltivare la strettissima liaison con Ankara.
Almeno per il momento, l’idea del regime change si sta dimostrando più ostica del previsto, visto che proprio la situazione confusa agevola il consolidamento di dinamiche sempre più distanti da una realtà che non riconosce più legittimità, dove le alleanze si sono sfibrate a partire dal 7 ottobre 2023 fino a giungere al Libano odierno che tenta di vietare le attività militari di Hezbollah, fino ad approdare alla sunnita ed ostile Damasco.
Perché il regime sopravviva è fondamentale che la successione conservi e proietti una parvenza di liceità e che dia un segnale di ammonizione e continuità ai dissidenti: parafrasando, l’Ayatollah è morto, viva l’Ayatollah; impossibile che il comando passi ad un riformista: il nezam (sistema di governo) non è stato messo in discussione, come non sembrano esserci stati dubbi circa la continuità dinastica a similitudine del regno eremita nordcoreano, con l’elezione a guida suprema di Mojtaba Khamenei, novello emulo imperiale del principe Pahlavi ma religioso di medio rango e senza esperienze politiche ed amministrative; un maggiorente privo del pedigree previsto, per il quale si può tuttavia provvedere diversamente come già fatto per il padre con apposita modifica costituzionale nell’89, basta volerlo.
L’ascesa di Mojtaba consoliderà IRGC e basij, in uno stato spartito tra clero e apparati securitari; nel destino del figlio di Khamenei alligna comunque la rigida intransigenza conservatrice, in quello dei Curdi, fanteria americana combattente per procura, il porsi in antitesi al potere costituito; una guerra che si preannuncia sanguinosa e soprattutto sotto un’alea pesantissima, costituita dagli ultimi controversi trascorsi siriani e turchi con gli americani, di cui ora certo viene difficile potersi fidare a cuor leggero.
I fattori cruciali sono dunque due: l’istituzionalizzazione di una monarchia teocratica capace di battere sul tempo anche i tentativi di Bin Salman, ed il potere effettivo dell’IRGC.
Mojtaba è a tutti gli effetti il candidato dei Pasdaran, l’apparato che controlla – male – oltre il 40% del PIL e dell’economia reale del Paese. Mojtaba non è uomo da compromesso, e la sua ascesa garantisce una guerra di logoramento insostenibile per l’Occidente. Anche se il regime resistesse, gli scontri intaccherebbero gli interessi russi, cosa che fa ritenere che ci sono davvero poche possibilità che Mosca rinunci a Teheran.
Visto il crollo delle esportazioni iraniane, ammesso che il corridoio di trasporto nord-sud con l’Indopacifico regga, la Russia trarrà ricavi dalle vendite di risorse fossili alla Cina, compensando i minori acquisti dall’India e tentando di garantirsi l’accesso ai mercati globali. Non c’è dubbio che, anche laddove il regime sopravvivesse galleggiando tra i marosi dell’instabilità, qualsiasi investimento si trasformerebbe in un rischio d’impresa. È comunque molto difficile immaginare che Mosca rischi lo scontro con USA e Israele, dunque un intervento militare diretto è da escludere. Visto l’isolamento a cui l’Iran si sta già auto-condannando, è tuttavia presumibile che solo Mosca tenderà la mano in cambio di progressive cessioni di sovranità.
Intanto Washington sta testando una resistenza inaspettata, dove la tecnologia si sta scontrando con i limiti imposti da economia industriale e geografia; da un punto di vista macroeconomico, il punto debole della coalizione USA-Israele è industriale ed è provocato da deindustrializzazione e delocalizzazioni che hanno reso vane le possibilità di sostenere un’economia di guerra, visto che quella moderna è un problema di logistica e di scorte.
Quella che Teheran può dare per assicurata è la profondità strategica, ovvero lo spazio fisico per manovrare, cosa che dovrebbe far riflettere circa l’efficacia del potere aereo a fronte di un territorio così vasto. Senza la capitolazione iraniana o l’azzeramento del programma nucleare, si profilerebbe un’altra possibile vietnamizzazione statunitense.
L’Europa continua a rimanere in stato di osservazione paralizzata che dimentica le incombenze da affrontare quando gli americani torneranno nel loro recinto Monroe.
Mentre gli obiettivi israelo-americani rimangono mutevoli, quelli iraniani assumono contorni netti, che puntano ad assorbire gli impatti offensivi, condurre una lunga guerra d’attrito, gettare la regione nel caos mentre il potere viene decentrato e gli USA si avvicinano alle elezioni di midterm. Intanto va preso atto che, nel Golfo, ogni ipotesi di convivenza strategica con l’Iran è divenuta impossibile ed anzi rende necessario rivedere le dottrine securitarie in modo da giungere ad una linea strategica collimante con quella americana, rientrante tra le necessità e non tra le chance politiche. Intanto, le interruzioni delle infrastrutture energetiche stanno già conducendo ad innalzamenti dei prezzi di petrolio e gas, con isteresi nella gestione delle supply chains, cosa che si riverbererà rapidamente sui bilanci degli Stati del Golfo. Dalla prospettiva israeliana, la guerra segue una logica definita, vista la minaccia esistenziale percepita e proveniente da Teheran e poi confermata dagli attacchi del 7 ottobre.
Le armi assurgono ad un ruolo interessante, specialmente i droni unidirezionali d’attacco americani Lucas, che fanno il paio con gli iraniani Shaed-136 e con i Geran-2 russi; oltre al contenimento dei costi non si può non sottolineare l’importanza assunta in questo ambito dall’Ucraina, che ha sviluppato prodotti e tecniche tattiche d’avanguardia.
La crisi sta facendo lievitare i costi energetici, benchè sia ancora distante dai picchi sfiorati durante l’isteresi del gas russo. Attualmente la strategia iraniana caratterizzata da offensive asimmetriche a saturazioni d’area, permesse da significativi arsenali balistici e di droni, eleva i costi del conflitto: gli eventi hanno posto le basi per una crisi energetica molto simile a quella del 1973 ma che oggi va a colpire anche (e tanto) Cina, India, Corea del Sud e Giappone incidendo sulla politica dei tagli dei tassi. Insomma, in genere gli interventi militari esterni conducono ad instabilità e guerra civile, benché gli esempi libico, irakeno e siriano debbano indurre a qualche considerazione aggiuntiva in termini di comprensione generale di una situazione che non può non considerare la possibilità di mantenere la presenza di esperti nei gangli più rilevanti dell’amministrazione.
La guerra in corso presenta sfide difficili e con risultati difficilmente conseguibili, benché lo spettro delle chance sia ampio specie se messo in relazione con l’ampiezza degli obiettivi politici. Gli statunitensi dovrebbero prendere spunto dalle teorie dell’economista Albert O. Hirschman, in particolare quella dell’hiding hand per cui, investendo, le difficoltà vengono generalmente sottovalutate insieme con la creatività; forse questo è il momento di comprendere che l’impresa è appena iniziata e che la vera sfida è incidere sulle decisioni politiche.
Non rimane che attendere la creatività, se mai arriverà.
1 Fango vischioso
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