Iran tra Hormuz e Oceano Indiano: la strategia dell’interdizione asimmetrica
Il regime iraniano è tornato ad esprimere chiari intenti geostrategici; peccato non siano stati valorizzati, quanto meno in termini predittivi e di war gaming.
Già dai funerali di Khamenei, Teheran ha inteso rilanciare l’immagine di un potere capace di sopravvivere a bombardamenti che paradossalmente, sembrano aver rafforzato un soggetto politico che, ante attacco, era considerato vulnerabile ed ora proietta la sua ombra su Hormuz e sull’economia globale.
La guerra a Teheran ha condotto al vertice una nuova generazione politica che, per mantenere l’egemonia, deve fare sua l’asimmetria tra il mantenimento della capacità coercitiva, della resistenza del sistema instaurato nel 1979, della presa sulla struttura strategica regionale e della legittimità interna. Mentre il monopolio della forza rimane intatto, il supporto della base sociale si sta erodendo per le fratture generazionali e per l’allontanamento della base femminile; all’esterno comincia ad andare in sofferenza l’Asse della Resistenza con la sua profondità strategica.
Mentre Hormuz e Bab el Mandeb rimangono strumenti di pressione economica, stagflazione ed esaurimento delle risorse fiaccano un Paese provato ma, preda del dilemma tra burro e cannoni, ancora capace di capacità balistiche e iniziative asimmetriche. La pressione americana di fatto sta mettendo alle corde l’Iran1, ma con una distinzione tra crisi sistemica e collasso istituzionale; diverse le direttrici dell’azione statunitense: asfissia economica, collasso valutario, crisi energetica e svendita degli idrocarburi, crisi degli investimenti infrastrutturali, logoramento della deterrenza asimmetrica.
Le esportazioni energetiche dal Golfo intanto diminuiscono a causa dei danni inflitti alle infrastrutture ed alle limitazioni alla navigazione; non a caso Riyadh ha riferito all’OPEC che la produzione di greggio è crollata, tanto da determinare carenze di bilancio tali da richiedere prestiti esterni o dai propri stessi fondi sovrani (Kuwait), o da ridurre le spese operative mentre BCE, FED, BoJ hanno aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, citando pressioni inflazionistiche dovute al conflitto con l’Iran2 con cui accordarsi rimane, nel Golfo, forse, l’unica chance di limitare i danni.
La teocrazia pur non rischiando regime change repentini grazie al proprio apparato repressivo ed alla vicinanza al breakout nucleare, si trova tuttavia in una posizione da Fortezza Bastiani, blindata all’esterno ma svuotata all’interno, cosa che non impedisce alla sua intellighenzia di minacciare un ulteriore allargamento del conflitto fino all’Oceano Indiano e oltre, dopo che ha già infiammato Golfo Persico, Hormuz e Mar Rosso.
L’Iran non detiene accessi diretti all’Oceano Indiano al di fuori della fascia costiera del Makran3 sul Golfo di Oman, ma può esercitare influenza indiretta grazie alla militarizzazione dell’area con missili anti nave, stazioni radar e droni utili alla saturazione delle rotte mercantili convergenti verso il Golfo Persico ed alla leva esercitata sul corridoio sino-pakistano CPEC e sul ribellismo separatista del Baluchistan.
Beninteso, l’interdizione Houthi su Aden non deriva da presenza territoriale in un’area ancora controllata dalle forze governative, ma da capacità A2/AD a lungo raggio. L’influenza Houthi sul quadrante nord-ovest dell’Oceano Indiano è sistematica, ma strutturalmente limitata in quanto caratterizzata da capacità interdittiva dei chokepoint ma non da proiezione oceanica.
L’Iran controlla il segmento di transito finale dell’infrastruttura dell’INSTC4 che unisce Russia e Asia Centrale verso l’Oceano Indiano e le tratte che collegano il Mar Caspio con Bandar Abbas e Chabahar, presidiando così i terminali delle derrate russe e centroasiatiche verso l’India. È presumibile che l’Iran si basi su un insieme eterogeneo di proxy quali Ansar Allah, mantenendo così una plausible deniability. Fondamentale il sostegno diplomatico, economico, strategico e tecnologico offerto da Russia e Cina5.
Il problema iraniano è New Delhi, malgrado il progetto congiunto del porto di Chabahar6 pensato per aggirare il Pakistan; l’India considera l’Oceano Indiano, con il Mar Arabico, come il proprio intangibile spazio vitale. Se l’Iran innescasse una crisi marittima tale da minacciare le rotte commerciali indiane nel Mar Arabico, New Delhi diventerebbe automaticamente un ostacolo pronto a difendere le sue SLOC.
Secondo una proiezione più estesa, Hormuz e Bab el-Mandeb contribuiscono a evidenziare le vulnerabilità strutturali della globalizzazione marittima; attraverso il primo le petroliere dei produttori di greggio devono navigare per le 21 miglia che separano la penisola omanita di Musandam da Bandar Abbas, uno spazio praticamente privo di acque internazionali; dall’altra parte della penisola arabica Bab el-Mandeb, che collega Mar Rosso e Golfo di Aden, la porta d’accesso al canale di Suez dall’Oceano Indiano, ora sotto controllo degli Houthi contro cui gli USA non sono ancora intervenuti7.
Il timore, dunque, è che il conflitto possa estendersi coinvolgendo le monarchie del Golfo in una guerra ad intensità variabile dove anche i mediatori sono in pericolo e dove risulta possibile che l’Iran possa esportare la crisi oltre il Golfo Persico. Si tratterebbe di una proiezione non sostenuta da una blue-water navy, visto che le forze navali iraniane8 non possono competere simmetricamente con la U.S. o la Indian Navy, ma possono effettuare interdizione asimmetrica a lungo raggio con dispiegamento di navi madre e proxy9.
Una crisi accesa da Teheran nell’Oceano Indiano, per produrre effetti rilevanti, non avrebbe necessità di una chiusura formale di Hormuz, quanto piuttosto di pochi attacchi asimmetrici mirati in Mar Arabico costringendo gli armatori a deviare le rotte, scollegando i porti del subcontinente indiano da Europa e MO. Posto che l’Iran punta all’interdizione e non ad un impossibile sea control, la sua postura oceanica è caratterizzata da significativi limiti strutturali: carenza di copertura aerea e attriti con New Delhi tali da ipotizzare interdizione diretta.
Il conflitto tra Washington e Teheran ha messo in luce il divario tra la priorità americana in Indo Pacifico e le divergenti politiche perseguite, senza contare i dubbi insorti circa il mantenimento della leadership regionale; per esempio, l’esperienza iraniana potrebbe aver definitivamente persuaso Pyongyang che l’armamento nucleare sia imprescindibile per la sopravvivenza del regime.
Analiticamente, la guerra ha evidenziato la rapidità di depauperamento delle risorse originariamente destinate ad altro impiego strategico, permettendo di esaminare le lesson learned impartite agli americani. Intanto il blocco navale statunitense, strumento militare e geopolitico multilivello, ha trasformato Hormuz in un’arena caratterizzata dalla limitazione dei flussi marittimi e petroliferi iraniani. Teheran ha risposto in un contesto di equilibrio instabile di attrito e di reciproca deterrenza; di fatto non si tratta più di un confronto convenzionale quanto piuttosto di una leva negoziale di carattere economico, che attesterebbe una perturbazione commerciale iraniana di grave entità laddove riguardante l’export petrolifero, senza contare il danneggiamento di produzione, raffinazione e saturazione dello stoccato10.
Un ulteriore obiettivo è quello di bloccare l’import dei generi di prima necessità, che provocherebbe ulteriori aumenti inflattivi e rincari in tutto il Paese. Il blocco navale può essere anche inquadrato nell’ambito dell’applicazione della dottrina Warden, teorizzando di colpire l’intero sistema nemico anziché limitarsi alle sole FA11, puntando cioè a provocare uno shock sistemico. Difficile stabilire quanto il blocco abbia effettivamente inciso, posto che l’Iran ha comunque tentato di aggirare le navi americane per continuare a far giungere il proprio greggio in Asia orientale, ampliando l’estensione delle zone poste sotto il controllo delle proprie FA. Teheran conserva ulteriori opzioni ritorsive, probabilmente per mantenere un vantaggio operativo ed in previsione della possibile ripresa delle ostilità, con la riattivazione della leva asimmetrica di Bab el Mandeb che ha accresciuto il valore strategico del Somaliland quale retrovia sicuro e avamposto di monitoraggio all’imboccatura del Mar Rosso.
La competizione interessa il dominio marittimo, con gli USA che ricorrono alla coercizione e l’Iran che punta ad alzare i costi economici e strategici. Se Washington considera il blocco navale un utile mezzo di usura, tanto da ritenerlo strumento strategico sempre spendibile, Teheran tenta di rendere evidenti le disparità tra costi e benefici connessi al suo esercizio, con gli sviluppi operativi volti a confermarne dinamiche destinate a riflettere la dottrina strategica iraniana della resistenza attiva e della graduale imposizione di costi, rischi e attrito alle forze statunitensi prossimamente sostenute dalla USS Roosevelt in sostituzione della USS Washington.
Reazioni internazionali
Tra alti e bassi torna a riprendere spessore il ricorso alla via diplomatica, mentre i dati confermano crolli nell’export iraniano e record in quello degli altri attori regionali, in qualche modo beneficiari del blocco americano; il problema consiste nel prevedere fino a quando potrà reggere lo status quo, visto il dispendio di risorse per far passare il petrolio, mentre le scorte globali continuano a ridursi.
Secondo JPMorgan, malgrado le scorte globali di petrolio siano crollate, il mercato ha resistito, grazie alla deviazione degli oleodotti e alla protezione dei militari, ma anche all’aumento produttivo extra Golfo e al calo della domanda globale. Il petrolio è un bene materiale e il mercato prenderà il sopravvento: con i prelievi dalle scorte che superano i versamenti, il mercato raggiungerà presto il punto di non ritorno, in cui le riserve non riusciranno a soddisfare la domanda, cosa che obbligherà ad una demand destruction per mantenere il mercato in equilibrio. La domanda dunque verterà non sulla durata della guerra ma sulla capacità del mercato di soddisfare la domanda di petrolio da parte degli acquirenti.
Di fronte all’estensione oceanico-indiana del confronto armato, la Cina sarebbe presumibilmente spinta a seguire calcoli opportunistici e difensivi volti a massimizzare la sicurezza energetica per proteggere le supply chain, non appoggiando nessuna iniziativa navale di Teheran: Pechino non desidera caos marittimo al quale risponderebbe rendendo operativo il porto di Gwadar e raffreddando la situazione. Mosca non ostacolerebbe avventure iraniane, guardando con interesse sia al logoramento occidentale purché non comprometta le catene logistiche eurasiatiche necessarie al conflitto ucraino, sia all’impegno militare e politico americano, distratto su altri fronti e con il greggio russo offerto in alternativa a quello iraniano. Il problema sarebbe la posizione che, in caso di attrito, la Russia dovrebbe assumere con lo storico alleato indiano: se da un lato incoraggerebbe Teheran, dall’altro sarebbe costretta a controllarne le iniziative secondo il principio del pompiere-piromane.
Di fronte a un’eventuale escalation marittima innescata da Teheran verso l’Oceano Indiano, New Delhi adotterebbe un’autonomia strategica attiva che imporrebbe una rapida reazione militare con dispiegamenti navali autonomi, senza contare l’importanza dell’investimento congiunto sul porto di Chabahar, ovvero la risposta al pakistano Gwadar. Un allargamento delle operazioni iraniane intaccherebbe la sicurezza energetica e delle rotte eurasiatiche, con la prevedibile risposta americana incentrata su deterrenza cinetica e interdizione marittima.
Da Bab el Mandeb all’Oceano Indiano il quadro si presenta dinamico ed in evoluzione. L’imposizione di tariffe negli stretti probabilmente si ritorcerebbe contro Teheran, dato che le aziende occidentali sarebbero riluttanti sia a pagare sia a coordinarsi con un soggetto presumibilmente autorizzato da Washington. Teheran può usare Hormuz o come strumento di introito o come garanzia di sicurezza, ma di certo non può ambire ad entrambi gli obiettivi; di fatto, il valore deterrente di ogni stretto dipende dalla credibilità del suo blocco e ora l’Iran può essere tentato di sopravalutare le sue capacità, anche perché il fatto che Washington non si sia aggiudicato in senso classico il conflitto, non vuol dire che ci sia riuscito l’Iran, colpito duro. Sarebbe dunque saggio resistere a qualsiasi tentazione di infliggere qualsiasi tipo di punizione, visto che poi sarebbe difficile stabilire e massimizzare in via successiva i termini della propria sopravvivenza.
La cosa più saggia, ora, consisterebbe nel non chiudere gli stretti evitando di proiettarsi troppo distanti dai propri confini capacitivi; per l’Occidente, senza soluzioni fattive, sarà indispensabile abituarsi alla speranza che le scorte di greggio siano rimangano a un livello accettabilmente sufficiente.
1 Vd. esclusione dal circuito bancario in USD per chi fornisce carburante o servizi aerei a terra. Entro il 23 settembre nessun aereo iraniano potrà più operare su scala internazionale, soggiacendo a quello che è di fatto un blocco aereo de facto. La cogenza del provvedimento risiede nelle sanzioni secondarie, puntando su banche, fornitori e autorità aeroportuali terze.
2 Malgrado la guerra abbia fatto salire i prezzi del greggio, Riyadh ha registrato un deficit
3 Attraverso il Makran e il confine con Oman e lo Yemen, la Forza Quds gestisce reti clandestine di stoccaggio e trasporto di motori per droni, carburante solido e sistemi di guida poi destinati verso l’Africa orientale e la penisola arabica.
4 l’International North-South Transport Corridor
5 Condivisione di intelligence e dati satellitari (Russia): supporto ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), utile per l’acquisizione di bersagli navali oltre l’orizzonte radar costiero.
6 Da Chabahar e da Jask l’Iran avrebbe accesso oceanico facilitato
7 Dopo l’avanzata gli Houthi sono a meno di 80 miglia da Camp Lemonnier a Gibuti, che ospita la Combined Joint Task Force – Corno d’Africa
8 Forze navali iraniane: IRGC Navy (Marina dei Pasdaran): responsabile della guerra asimmetrica selettiva, con sciami di barchini veloci (vd. jeune école francese) e saturazione missilistica; IRIN (Marina regolare Repubblica Islamica): deputata alla della proiezione d’altura a est di Hormuz. I Pasdaran hanno affiancato IRIN nell’oceano convertendo mercantili e portacontainer in navi da supporto logistico ed elicotteristico/porta-droni. La vera leva iraniana nell’Oceano Indiano è la tecnologia asimmetrica a lungo raggio con loitering munitions (UAV Shahed e Arash) dotati di raggi d’azione teorici tra i 1.500 e i 2.500 km, missili balistici antinave (ASBM) e missili da crociera (ASCM) in grado di colpire bersagli navali in movimento a distanze che superano i 1.000 km, espandendo la “bolla” di interdizione (A2/AD). I Pasdaran hanno sviluppato missili balistici dotati di testate con seeker ottici e radar per colpire navi in movimento.
9 Supportati dalle ISR platforms Behshad o la Saviz. Sommergibili convenzionali (Kilo e i battelli classe Fateh) e UAV consentono all’Iran di minacciare le dorsali di telecomunicazione sottomarine che attraversano il fondale tra l’India, il Golfo di Oman e il Mar Rosso.
10 L’Iran potrebbe essere costretto a chiudere i pozzi petroliferi e a ridurre la produzione di circa 300.000-500.000 barili a causa del fenomeno del water coning (infiltrazione conica d’acqua)
11 La dottrina si articola su 5 anelli concentrici principali: Struttura di comando, strutture critiche, infrastrutture, popolazione, FA, da cui: Decapitazione della catena di comando, costi di mantenimento insostenibili, esposizione del territorio metropolitano, frattura sociale interna e delegittimazione politica, erosione del consenso della classe media e lavoratrice, spaccature nell’élite dirigente
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Il regime iraniano è tornato ad esprimere chiari intenti geostrategici; peccato non siano stati valorizzati, quanto meno in termini predittivi…
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