Kaliningrad sotto assedio virtuale: la NATO mette alla prova la propria capacità di neutralizzazione elettronica
Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in una delle più ampie e meno annunciate esercitazioni aeree condotte dalla NATO negli ultimi anni lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Gli osservatori del traffico aereo, abituati a monitorare i movimenti militari nella regione, hanno registrato tra i venticinque e i cinquanta velivoli impegnati contemporaneamente; le autorità alleate non hanno confermato una cifra precisa, invocando ragioni di sicurezza operativa.
L’operazione, guidata dagli Stati Uniti e supervisionata dal comando aereo alleato, ha avuto come teatro l’area compresa tra la Polonia e Kaliningrad, l’exclave russa incuneata tra il territorio polacco e quello lituano: settantacinque chilometri di costa fortemente militarizzata, sede della Flotta del Baltico, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di una fitta rete di difese antiaeree S-400. Per capire perché la NATO abbia scelto di misurarsi proprio con questo lembo di terra, e proprio in queste settimane, occorre allargare lo sguardo oltre la cronaca del 18 agosto: la logica che oggi governa Kaliningrad affonda in una storia molto più lunga di quella della crisi in corso.1
Una città che la storia ha già messo alla prova
Prima di essere un problema militare, Kaliningrad è un problema storico, e vale la pena ricordarlo per misurare la distanza fra ciò che quella terra ha rappresentato e ciò che è diventata. Fondata nel 1255 dai cavalieri dell’Ordine Teutonico con il nome di Königsberg, la città fu per secoli capitale culturale e amministrativa della Prussia orientale. Vi nacque nel 1724 e vi trascorse l’intera esistenza, senza mai allontanarsene in modo significativo, Immanuel Kant: il filosofo che nel 1795 scrisse “Per la pace perpetua”, il progetto filosofico di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza. Che proprio quella città sia oggi teatro di un’esercitazione concepita per dimostrare la capacità di neutralizzarne militarmente il potenziale offensivo è una delle ironie più amare che la geografia politica europea potesse riservare.
A Königsberg è legato anche uno degli episodi fondativi della matematica moderna: il problema dei sette ponti, posto dagli abitanti della città e risolto nel 1736 da Leonhard Euler, che dimostrò l’impossibilità di attraversarli tutti senza mai ripercorrere lo stesso ponte due volte. Da quella dimostrazione nacque la teoria dei grafi, la disciplina matematica che studia le reti di nodi e connessioni e che, quasi tre secoli più tardi, costituisce il fondamento teorico con cui si modellano le reti di comunicazione, le infrastrutture critiche e, non ultimo, lo spettro elettromagnetico che la guerra elettronica moderna è chiamata a saturare. Una coincidenza che la storia sembra aver voluto sottolineare: la città che pose le basi teoriche della scienza delle reti è oggi, ancora una volta, al centro di un confronto che si gioca sulla capacità di controllare o interrompere una rete.
La cesura arriva con la Seconda guerra mondiale. Assediata e conquistata dall’Armata Rossa dopo una resistenza tedesca durissima, capitolata il 9 aprile 1945, Königsberg fu assegnata all’Unione Sovietica dalla Conferenza di Potsdam insieme alla porzione settentrionale della Prussia orientale. La popolazione tedesca superstite venne espulsa e sostituita con coloni provenienti da ogni angolo dell’URSS, in un’operazione di russificazione deliberata pensata per prevenire qualunque rivendicazione futura; nel 1946 la città fu ribattezzata Kaliningrad in onore di Michail Kalinin. Fu proprio Mosca, e non Vilnius, a mantenere il controllo diretto dell’oblast, respingendo negli anni Cinquanta persino una proposta di Chruščëv di cederlo alla Lituania sovietica: una scelta amministrativa che si sarebbe rivelata decisiva nel 1991, quando la disgregazione dell’URSS lasciò Kaliningrad separata dal resto della Federazione Russa, mentre un’analoga exclave prussiana, Klaipėda, seguiva le sorti della Lituania indipendente.2
La fortificazione dell’area non fu una conseguenza automatica dell’annessione, ma una scelta strategica precisa, maturata con la formazione del Patto di Varsavia nel 1955: Mosca individuò in Kaliningrad, e in particolare nel vicino porto di Baltijsk, l’unico scalo russo sul Baltico libero dai ghiacci per l’intero anno, condizione che nessun altro porto sovietico nella regione poteva garantire. Nel 1952 la città divenne sede del quartier generale della Flotta del Baltico, trasformandosi in una città chiusa, inaccessibile agli stranieri per l’intera durata della Guerra fredda. È la stessa logica idrografica, unita alla posizione proiettata in profondità nello spazio oggi controllato dalla NATO, a spiegare perché Kaliningrad resti tuttora sede dell’undicesimo corpo d’armata, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di batterie costiere Bastion con missili antinave Oniks: la stessa concentrazione di potenza di fuoco che, settant’anni più tardi, l’esercitazione del 18 agosto ha voluto mettere alla prova.3
Il valore della base navale di Baltijsk, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione regionale del Baltico. Va letto in relazione al disegno più ampio della militarizzazione russa dell’Artico, il cui baricentro resta la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord e della componente sottomarina della deterrenza nucleare strategica di Mosca. Se la penisola di Kola custodisce la capacità di secondo colpo, garantendo ai sottomarini lanciamissili un bastione protetto nel mare di Barents, la Flotta del Baltico assolve una funzione complementare: presidiare il fianco occidentale, addestrare unità e testare capacità anfibie e di attacco elettronico, liberando la Flotta del Nord dal doversi occupare anche del teatro baltico. Le due aree condividono la medesima logica dottrinale del bastione fortificato, applicata su scala geografica diversa ma con lo stesso obiettivo: proteggere, attraverso l’accumulo di sistemi d’arma e la saturazione dello spazio circostante, i nodi strategici più sensibili del dispositivo militare russo. È dentro questa cornice, non accanto ad essa, che va collocata l’esercitazione NATO del 18 agosto.4
La logica della deterrenza: perché ora, e perché in questa forma
È la stessa logica geografica che nel Cinquecento fece di Königsberg la capitale di un ducato affacciato sul Baltico, e che nel secondo dopoguerra spinse Mosca a trasformarla in una fortezza off-limits, a spiegare perché sia proprio quel lembo di terra a tornare oggi al centro dell’attenzione strategica occidentale. Cambiano gli strumenti – non più cannoniere e divisioni corazzate, ma pod di disturbo elettronico e piattaforme di sorveglianza radar –, ma la sostanza resta la stessa: chi controlla Kaliningrad controlla un varco che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare. Ed è dentro questa continuità storica che si inserisce, con particolare efficacia, la lettura che Gianluca Di Feo (uno dei migliori analisti e giornalisti italiani che scrivono di guerra) ha proposto su la Repubblica: la deterrenza è una disciplina complessa in cui diplomazia e forza si alternano con la massima attenzione a non superare i limiti, proprio perché il suo scopo non è vincere uno scontro, ma impedire che una crisi degeneri in un conflitto aperto.5
Di Feo colloca l’esercitazione dentro un precedente rimasto scolpito nella memoria degli analisti atlantici: nel novembre 2021, mentre le divisioni corazzate russe si allineavano lungo il confine ucraino, il direttore della Cia William Burns volò a Mosca per un colloquio che non riuscì a scongiurare l’invasione. Quella lezione, secondo questa lettura, non è stata dimenticata, ed è alla luce di essa che va compreso il senso più profondo del 18 agosto: non una provocazione fine a se stessa, ma quella che i manuali dottrinali dell’Alleanza definiscono una dimostrazione di determinazione – un insieme coordinato di segnali militari e diplomatici pensati per comunicare all’avversario, prima che sia troppo tardi, che ogni opzione resta sul tavolo. È una lettura che condivido, e che aiuta a spiegare perché l’esercitazione sia arrivata proprio ora: dopo settimane in cui l’intelligence occidentale, secondo la ricostruzione di Di Feo, avrebbe colto la volontà di Mosca di testare la coesione atlantica con una provocazione armata oltre i propri confini, nella convinzione che Washington non sarebbe intervenuta.
Il perché della forma scelta – la guerra elettronica anziché una dimostrazione di potenza cinetica – discende direttamente dalla natura del bersaglio. Kaliningrad, come si è visto, è dagli anni Cinquanta un bastione costruito attorno alla capacità di vedere e colpire per primi: un sistema di tipo A2/AD, Anti-Access/Area Denial, che si regge su una rete di sensori, radar e comunicazioni prima ancora che sui lanciatori missilistici veri e propri. Mostrare a Mosca di poter penetrare e accecare quella rete, anche solo per la durata di un’esercitazione, equivale a dimostrarne la vulnerabilità senza sparare un colpo: è la deterrenza per negazione applicata al teatro più esposto del fianco orientale, ed è precisamente il primo dei motivi che Di Feo individua nell’operazione del 18 agosto.
Sul piano tecnico, il centro di quella dimostrazione è stato l’EA-37B Compass Call (foto apertura), il più recente velivolo da attacco elettronico dell’aeronautica statunitense: un Gulfstream G550 pesantemente modificato, capace non solo di disturbare le frequenze radar e di comunicazione avversarie ma di mandare in tilt le strumentazioni con un bombardamento mirato di impulsi elettromagnetici. Schierato per la prima volta in questa configurazione a ridosso dell’exclave, ha operato insieme a un aereo da sorveglianza radar E-3A AWACS e a una piattaforma di ricognizione ARTEMIS II decollata da un aeroporto rumeno dopo aver sorvolato Ungheria e Slovacchia, costruendo un quadro elettromagnetico completo dell’area.6
Un pacchetto di questo tipo, sostenuto da un numero significativo di aerocisterne – tra cui un KC-767A dell’Aeronautica militare italiana, un KC-135R statunitense e due A330 MRTT dell’Alleanza – non è concepito per un singolo passaggio dimostrativo, ma per sostenere una permanenza prolungata sul teatro operativo. Ed è qui che il racconto di Di Feo aggiunge un dettaglio che merita di essere sottolineato: l’operazione ha reso deliberatamente visibile solo una parte del proprio dispositivo. I trasponditori delle aerocisterne e dei radar volanti sono rimasti accesi, quasi a voler essere osservati; quelli di decine di caccia, affiancati da manovre navali e corazzate, sarebbero invece rimasti spenti – il tutto senza violare in alcun momento i confini aerei, terrestri o marittimi altrui. Sul terreno, la simulazione dell’assedio si è tradotta anche in un gesto fisico e volutamente visibile: reparti polacchi hanno sbarrato le strade di accesso con cavalli di frisia, gli sbarramenti anticarro a incrocio che richiamano, non senza un certo valore simbolico, le fortificazioni di un’epoca che si credeva superata. Un’esercitazione pensata, insomma, per essere in parte vista e in parte intuita: la manifestazione più pura della logica dimostrativa di cui si è detto.
Quella lettura trova conferma anche nelle parole con cui, poche settimane prima, il generale Christopher Donahue, comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa, aveva descritto le nuove capacità alleate: la NATO sarebbe oggi in grado di occupare Kaliningrad “in tempi mai visti prima”, aveva dichiarato, collocando l’affermazione nel quadro della nuova strategia nota come Eastern Flank Deterrence Line. L’esercitazione del 18 agosto, protrattasi secondo la ricostruzione di Di Feo fino alla notte di venerdì 21, appare come la traduzione operativa di quella dichiarazione: non un’occupazione simulata nel senso tradizionale, ma la dimostrazione che l’exclave può essere isolata dal punto di vista elettromagnetico e logistico in tempi rapidissimi, privando le forze russe ivi schierate della capacità di coordinarsi, ricevere dati bersaglio e comunicare con il resto del teatro.7
Resta il secondo motivo individuato da Di Feo, che riguarda la tutela del corridoio di Suwałki: la striscia di poco più di cento chilometri che collega la Polonia alla Lituania e che costituisce l’unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell’Alleanza. Un’eventuale chiusura di quel corridoio, coordinata con un’azione offensiva dall’exclave, isolerebbe Estonia, Lettonia e Lituania nel giro di ore: l’esercitazione ha inviato in questo senso un avvertimento politico-militare esplicito, pensato per scoraggiare qualunque tentativo di blitz russo proprio nel punto più esposto dell’intera architettura di sicurezza del fianco orientale. E resta, infine, il terzo motivo, più immediato e meno simbolico degli altri due: testare in condizioni reali, a ridosso dei confini russi, piattaforme di guerra elettronica di ultima generazione ha permesso all’Alleanza di verificare la propria prontezza operativa e di azzerare il fattore sorpresa che il Cremlino potrebbe altrimenti sfruttare in una crisi improvvisa – un guadagno che si materializza già nell’immediato, indipendentemente da qualunque sviluppo futuro, perché i tempi di reazione delle difese russe e il coordinamento tra assetti aerei di più nazioni sono stati osservati e messi agli atti.
Se questi tre motivi spiegano il perché militare dell’operazione, è nei giorni immediatamente successivi che si è misurata la componente diplomatica della stessa logica di deterrenza – quella che, secondo Di Feo, non può mai essere disgiunta dalla forza. Il Cremlino non ha dato segni di essersi lasciato intimidire: sabato 22 agosto Vladimir Putin ha usato un’immagine volutamente inquietante, dichiarando che gli attacchi ucraini sul territorio russo avrebbero scoperchiato un “vaso di Pandora”, scelta lessicale che, in un leader abitualmente misurato nei toni pubblici, è stata letta da più osservatori come la conferma dei timori peggiori. Due giorni dopo, lunedì 24 agosto, il direttore della Cia John Ratcliffe ha attraversato l’Atlantico per atterrare a Mosca il giorno seguente e incontrare Sergej Naryškin, dal 2016 a capo del servizio segreto per l’estero Svr e figura di lunghissima fiducia di Putin.
Il contenuto del colloquio è rimasto riservato: secondo il Wall Street Journal vi sarebbe stato un avvertimento esplicito sulla protezione statunitense degli alleati da ogni aggressione, mentre altre fonti riferite da Di Feo parlano anche di un’apertura a un possibile canale di de-escalation, con l’offerta di una mediazione americana per fermare i raid ucraini contro le raffinerie in cambio della cessazione degli attacchi russi contro porti, navi e centrali elettriche ucraine – una proposta già avanzata da Zelensky in precedenza e finora respinta da Mosca con un’intensificazione, e non un’attenuazione, dei bombardamenti. È il volto diplomatico della stessa dimostrazione di determinazione che nei cieli del Baltico ha assunto la forma della guerra elettronica: due canali paralleli, militare e negoziale, tenuti aperti nello stesso momento.8
Su questo equilibrio pesa anche un calendario politico che la lettura di Di Feo non manca di sottolineare: mancano poco più di tre settimane alle elezioni per la Duma, e benché il partito di Putin non abbia rivali strutturati, il presidente sarebbe consapevole di un consenso in calo e, secondo questa ricostruzione, poco incline ad apparire debole proprio in questa fase. Nei giorni della crisi lo scambio di colpi tra le parti non si è fermato: missili balistici russi su Kiev in parte intercettati dai sistemi Patriot appena consegnati dagli Stati Uniti, droni ucraini contro depositi e stabilimenti in territorio russo, un missile britannico Storm Shadow contro un comando nel Donbass che ha innescato minacce di Mosca contro Londra, e una visita non programmata di Lukashenko al Cremlino che ha riacceso, nei comandi alleati, il timore di un’offensiva dal territorio bielorusso verso i Paesi baltici. I timori raccolti dall’intelligence occidentale, secondo questa ricostruzione, non riguarderebbero comunque l’impiego di testate nucleari tattiche: lo snodo resta, ancora una volta, il Baltico.9
Un fianco orientale sotto pressione crescente
L’esercitazione del 18 agosto e il canale diplomatico apertosi nei giorni successivi non vanno letti come un episodio a sé stante, ma come un tassello – probabilmente il più visibile, ma non l’unico – di una sequenza di attriti che negli ultimi mesi ha progressivamente eroso il margine di ambiguità lungo l’intero confine orientale dell’Alleanza. Solo due giorni dopo l’inizio del wargame, il 20 agosto, il ministero della Difesa finlandese ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo sovrano da parte di un velivolo da ricognizione elettronica russo Ilyushin Il-20M nel golfo di Finlandia, in un corridoio aereo internazionale largo appena quindici-venti chilometri che le autorità di Helsinki ed Estonia mantengono aperto proprio per garantire i collegamenti russi verso Kaliningrad e San Pietroburgo – la stessa exclave, ancora una volta, al centro della scena.10
A ciò si sommano gli episodi, ormai ricorrenti nelle ultime settimane, di droni non identificati rilevati sopra la Polonia, la Romania e diversi scali scandinavi, che hanno costretto diverse capitali europee a rivedere le proprie regole d’ingaggio e ad alzare il livello di allerta nei cieli. Il Cremlino ha respinto ogni responsabilità diretta in questi episodi, ma il clima diplomatico tra Mosca e l’Alleanza si è comunque irrigidito su più fronti contemporaneamente: l’ambasciatore russo a Parigi ha avvertito che l’abbattimento di un velivolo russo da parte della NATO sarebbe considerato un atto di guerra, il segretario generale Mark Rutte ha ribadito che ogni centimetro del territorio alleato, spazio aereo compreso, sarà difeso, e proprio in questi stessi giorni Ratcliffe cercava a Mosca un canale che tenesse insieme fermezza e apertura al dialogo. Sono, in fondo, le due facce della stessa medaglia che dà il titolo a questa analisi: la deterrenza come equilibrio permanente, mai acquisito una volta per tutte, tra la dimostrazione di forza e la ricerca di un canale che eviti l’errore di calcolo.
Letta in questa luce, l’esercitazione del 18 agosto smette di essere un episodio isolato per diventare la chiave di lettura di un momento preciso nella relazione tra NATO e Russia: un confronto che si gioca sempre meno sul terreno degli scontri aperti e sempre più su quello della sorveglianza elettronica, della saturazione informativa e della dimostrazione di capacità – accompagnato, quando necessario, da un canale diplomatico che nessuna delle due parti ha interesse a chiudere del tutto. È il segno di una competizione che si è spostata, in larga misura, nello spettro elettromagnetico e in quello, altrettanto delicato, dei segnali politici: chi controlla la capacità di vedere, comunicare, colpire per primo e negoziare al momento giusto, in un teatro compresso come quello baltico, detiene un vantaggio che nessuna esibizione isolata di potenza convenzionale potrebbe replicare con altrettanta efficacia.
Resta da capire se Mosca interpreterà questo insieme di segnali – militari, tecnologici e diplomatici insieme – come un deterrente credibile o, al contrario, come un ulteriore pretesto per intensificare la propria pressione ibrida sul fianco orientale europeo, magari attendendo l’esito delle elezioni per la Duma prima di scoprire le proprie carte. La storia recente delle relazioni russo-atlantiche nel Baltico, e la stessa storia più lontana di Kaliningrad, suggeriscono che la seconda ipotesi non sia meno probabile della prima.
1Fonti: militarnyi.com, “NATO Aircraft Conduct Large-Scale Unannounced Exercises Near Kaliningrad”, 18 agosto 2026; ilmessaggero.it, “Nato, la maxi operazione sul Baltico”, 18 agosto 2026.
2Fonti: Treccani, voce “Kaliningrad”; Aspenia Online, “Il nodo di Kaliningrad e il Baltico tra NATO e Russia”; Britannica, “Kaliningrad”.
3Fonti: Tiscali Notizie, “Kaliningrad, un porto russo al centro dell’Europa del Baltico”; Aliseo Editoriale, “Kaliningrad, il bastione russo sul Mar Baltico”; Wikipedia, voce “Flotta del Baltico”.
4Fonte: IARI, “L’Artico come bastione”, 21 luglio 2026.
5Fonte: Gianluca Di Feo, “Russia, l’assedio virtuale a Kaliningrad: così la Nato ferma Putin”, la Repubblica, 28 agosto 2026, https://www.repubblica.it/esteri/2026/08/28/news/russia_assedio_virtuale_kaliningrad_nato_ferma_putin-425550845/
6Fonti: migflug.com, “NATO Massed Its Jets Right Next to Kaliningrad”, 18 agosto 2026; associazioneeuropalibera.wordpress.com, 22 agosto 2026.
7Fonte: Kyiv Independent / Defense News, “US general says NATO could seize Russia’s Kaliningrad with ‘unheard of’ speed”, 17 luglio 2026.
8Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
9Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
10Fonte: peacelink.it, “La Finlandia sospetta che un velivolo russo abbia violato il suo spazio aereo”, 20 agosto 2026.
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Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in…
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