La “cintura di fortezze” di Kramatorsk e Sloviansk: l’ultimo baluardo della difesa ucraina?
La tenuta dell’agglomerato urbano e industriale di Kramatorsk e Sloviansk rappresenta il perno fondamentale della difesa ucraina nel Donbass. Stiamo parlando di una cintura fortificata incentrata su battle positions che costituiscono il nucleo principale del sistema di fortificazioni e trincee costruito dall’Ucraina nel Donetsk a partire dal 2014. La loro caduta spezzerebbe questa linea difensiva. Ma non solo, la zona è anche un importante nodo logistico, un centro cruciale per il rifornimento, la riparazione dei mezzi e l’evacuazione dei feriti di tutto il fronte orientale. Perdere questo settore paralizzerebbe la logistica di Kiev nell’area. Kramatorsk e Sloviansk, poi, sono i maggiori poli urbani e industriali del Donetsk ancora sotto il controllo ucraino. Per Mosca il loro controllo equivale a completare l’occupazione dell’intera regione; per Kiev, mantenerli serve a logorare le forze russe costringendole a pagare altissimi costi umani e materiali. La caduta di Kramatorsk, in particolare, aprirebbe alle truppe russe la direttrice verso le regioni di Dnipropetrovsk e Kharkiv.
All’autunno del 2026 la situazione sul terreno si presenta come segue. Le forze armate russe hanno intensificato la pressione per isolare e circondare le due città. A fine agosto 2026, lo Stato Maggiore russo ha annunciato lo sfondamento e il superamento della prima linea difensiva del complesso fortificato di Sloviansk-Kramatorsk in alcuni punti specifici, avanzando su un fronte di circa 160 km nella regione del Donetsk. I combattimenti si sono avvicinati notevolmente alle periferie, con le avanguardie russe arrivate a pochi chilometri dai centri urbani, portando a evacuazioni di massa dei civili.

Dal canto suo, l’esercito ucraino fa affidamento sulla resistenza urbana e sull’uso del tempo come fattore di attrito, sebbene la difesa risulti appesantita dalla pressione costante e dalla rimodulazione dei flussi di supporto militare internazionale. Entriamo un po’ più in dettaglio nell’analisi di questa fase cruciale del conflitto per entrambi gli avversari.
Situazione strategica e sul fronte
Dall’inizio di ottobre è in atto una campagna di attacchi a medio raggio condotta dalle unità del 3° corpo d’armata ucraino che pare stia dando ottimi risultati: lo scopo è allungare il braccio logistico russo dalla linea del fronte, è questo risultato consentirebbe, sostanzialmente, di isolare le unità russe schierate sulla linea di contatto. La concomitante campagna di attacchi in profondità condotta da Kiev sulle infrastrutture in territorio russo sta esercitando una pressione significativa sull’economia russa e anche questo aspetto contribuisce a rendere più difficoltosi i rifornimenti logistici al fronte. Per contro, tuttavia, le forze ucraine si trovano in una situazione molto delicata. Possiamo considerare questa fase come fondamentale nel quadro delle operazioni terrestri dell’intero conflitto: parliamo della battaglia per la “cintura di fortezze”.

Geografia della “cintura di fortezze”
È ormai acclarato che i russi stanno combattendo per quattro oblast’. Quattro oblast’ che devono vedere il completo ritiro degli ucraini per raggiungere quelli che, con l’evoluzione della guerra, sono diventati gli obiettivi conseguibili dell’“operazione militare speciale”. Gran parte del territorio di cui si parla è già stato conquistato, preso in un modo o nell’altro, o annesso. Le città di Kramatorsk e Sloviansk sono due k-terrain situati nell’angolo nord-occidentale dell’ oblast’ di Donetsk. Sono proprio l’una accanto all’altra; praticamente formano un unico agglomerato urbano continuo. Per la loro posizione costituiscono delle “posizioni forti” su cui incentrare una solida linea difensiva e, pertanto, rappresentano una sorta di roccaforte. Teniamo presente che ogni volta che un’unità si avvicina a una città, le operazioni rallentano perché bisogna pianificare le azioni in funzione del combattimento urbano.

I due centri abitati in questione, allo stato attuale, rappresentano quindi una fortezza che costituirebbe l’ultimo ostacolo all’avanzata delle forze russe per l’occupazione dell’intero settore e l’occupazione delle oblast’ che sono l’obiettivo stabilito. L’importanza strategica delle due città risiede nel fatto che, se le controllano gli ucraini si aprono numerose opportunità di contrattacco verso l’interno delle oblast’ di Donetsk e Luhansk e, tecnicamente, anche dell’ oblast’ di Kharkiv. Viceversa, se fossero i russi a avere il controllo di quei due k-terrain, disporrebbero di molteplici direttrici di attacco verso il resto dell’Ucraina. In definitiva, chiunque controlli questa cintura di fortificazioni è in grado di dominare con estrema facilità un vasto territorio circostante. Per questo motivo è poco probabile che si verifichi un tentativo da parte russa di conquistare la sponda destra del fiume Dnipro, sotto il controllo degli ucraini: sarebbe un’impresa eccessivamente complessa. È più realistico il tentativo di occupare le due città senza il cui controllo, sarebbe impossibile per loro presidiare la linea del fronte nell’ oblast’ di Donetsk,

Le conseguenze strategiche sul piano morale
La questione è cruciale a livello strategico. Chi opera a questo livello si concentra su attacchi in profondità, pressioni economiche e sanzioni. Per gran parte del conflitto, la guerra di terra è stata in un certo senso trascurata, ma ora siamo giunti a una fase in cui questo aspetto è di fondamentale importanza. Se i russi dovessero conquistare la linea fortificata, potrebbero proclamare un cessate il fuoco vittorioso; nessuno – né nella comunità internazionale, né in Russia, né in Ucraina – metterebbe in dubbio che i russi abbiano sconfitto gli ucraini durante la loro “Operazione Militare Speciale”. È questo il punto cruciale. E l’aspetto forse più drammatico riguarda i veterani ucraini – quel milione di persone che attualmente combatte contro i russi: non potrebbero guardarsi allo specchio e affermare di aver difeso con successo il proprio paese.
I russi definiscono gli ucraini “piccoli russi” e, nel corso dei secoli, li hanno sempre relegati ad un ruolo di subordinazione, sulla base della presunzione della propria superiorità etnica. Se riuscissero a dichiarare la vittoria nella guerra che hanno causato, i russi alimenterebbero questa loro convinzione e tale spirito gioca un ruolo fondamentale nel conflitto. Per costruire una nazione solida al termine del conflitto, gli ucraini devono riuscire a porsi quantomeno sullo stesso piano dei russi – se non addirittura al di sopra, sul piano morale. Di conseguenza, i cardini culturali e spirituali del popolo ucraino sono elementi chiave per impedire ai russi di raggiungere i loro obiettivi; in sostanza, già solo questo rappresenterebbe una vittoria per l’Ucraina.

Esistono diverse prospettive per poter affermare che Kiev abbia prevalso nel conflitto, nonostante la perdita di una parte del territorio, ma una condizione irrinunciabile è quella per cui gli ucraini devono dire a sé stessi: “Abbiamo fatto la cosa giusta. Abbiamo assolto il compito”. Mantenere il controllo di quelle due città è uno dei pochi obiettivi rimasti che possano garantire per i combattenti ucraini la tenuta non solo territoriale, ma anche psicologica. C’è un altro aspetto da considerare in relazione alla situazione della “cintura di fortezze”: la presenza di una vasta popolazione civile che vive a Kramatorsk e Sloviansk. È un motivo in più per cui la linea difensiva deve essere mantenuta, al di là dell’importanza puramente strategica del conflitto. Gli ucraini vorrebbero evitare che si inneschi l’ennesima crisi di profughi. Sarebbe auspicabile garantire condizioni di sicurezza tali da permettere a queste persone di restare nelle proprie case.
Strategia militare ucraina
Prima dell’istituzione e dello shieramento del 3º corpo d’armata, l’unità cardine impegnata nella difesa e nella successiva espansione del settore di Kramatorsk, Sloviansk e Lyman era la 3ª brigata d’assalto Azov. La brigata, guidata da Andrij Bilec’kyj, operava autonomamente su quella linea del fronte; a partire dal 14 marzo 2025, l’unità è stata riorganizzata per costituire il nucleo fondante del 3º corpo d’armata, che ha poi integrato altre brigate meccanizzate per difendere la “cintura delle fortezze” del Donbass1.
Nella transizione a livello di corpo d’armata, gli ucraini sono passati da una forza potenziale massima di 12.000 soldati a una di 40.000. Si tratta solo di un potenziale, ovviamente: è ancora in atto il reclutamento e l’addestramento delle truppe necessarie. Il personale effettivo già impiegabile è stato tratto dalla 60ª brigata, dalla 63ª, dalla 53ª, dalla 125ª e dalla 66ª. Nel novembre 2025 risultava completato circa l’80-90% dell’organico. Hanno proceduto partendo dalle strutture di comando e controllo (C2) per proseguire poi all’istituzione delle brigate e dei battaglioni. Poi hanno guardato ad alcune componenti specifiche, relative alla ricognizione aerea, alla sigint e alla guerra elettronica (EW).

Abbiamo detto come la tenuta della battle position in questione garantisca il controllo della direttrice che adduce prima a Izium e, successivamente a Kharkiv. Stiamo parlando di k-terrain che, rispettivamente, secondo il modello della progressione tattica russa nelle operazioni offensive, possono rappresentare gli obiettivi di 2° tempo e finale, dopo il conseguimento di quello di 1° tempo costituito dal conglomerato Kramatorsk/Sloviansk. La difesa attuata dal 3° corpo d’armata, dunque, ha lo scopo di evitare la caduta di Karkhiv.
I 40.000 ucraini operano in un settore profondo 200 chilometri e si trovano ad affrontare tre comandi di livello d’armata: la 2ª armata combinata delle Guardie e la 41ª armata combinata delle Guardie inquadrate nel raggruppamento di Forze “Centro” (Tsentr), oltre alla 3ª armata combinata (3 CAA). Stiamo parlando di una forza che, considerando anche le altre unità impegnate nel settore, può contare più di 80.000 soldati.
In considerazione delle forze nemiche preponderanti – come vuole la logica di chi attacca rispetto a chi si difende – il parametro di riferimento degli ucraini per misurare se stanno avendo successo o meno è quello della kill ratio, cioè il rapporto tra le proprie perdite e quelle del nemico. Spesso, quando si cerca di valutare il successo o il fallimento dell’Ucraina, si osserva semplicemente la carta geografica prendendo in considerazione l’estensione territoriale conquistata da una parte o mantenuta dall’altra. Per gli ucraini questa è una delle metriche meno significative – non la meno importante in assoluto, ma quasi – in ragione della netta inferiorità numerica rispetto ai russi. Non disponendo di un numero illimitato di uomini e non avendo la capacità di alimentazione delle unità che hanno le forze del Cremlino, per loro è fondamentale ragionare sul numero delle perdite inflitte in rapporto a quelle subite. A titolo esemplificativo: se i russi dovessero ipoteticamente conquistare 100 chilometri quadrati in una certa zona, a prezzo di un rapporto di caduti stimato di 20 a 1, il combattimento sostenuto dagli ucraini può essere considerato un successo, a prescindere dalla perdita territoriale. È quanto è successo con le lunghe battaglie di Bakhmut e Avdiivka, nonostante l’abbandono delle città da parte delle unità ucraine. Nel caso di Kramatorsk e Sloviansk appare necessario che, al di là dell’elevato numero di perdite inflitte all’avversario, le due città non vengano abbandonate.

L’evoluzione delle tattiche e la rivoluzione dei droni
Le unità responsabili della cintura fortificata, prima che venisse assegnato il 3° corpo d’armata erano di fatto concepite con i criteri d’impiego di ispirazione sovietica. La tattica russa – che fa capo a una dottrina militare completamente diversa da quella occidentale – è basata, di fatto, su una forma di combattimento che potemmo definire per “linee di difesa successive”. Se si analizza a fondo un attacco russo, si scopre che non è altro che una difesa che avanza gradualmente, un po’ come un bruco che si sposta in avanti, centimetro dopo centimetro. Non c’è manovra ed è anche per questo motivo che si è arrivati ad una guerra di logoramento. Anche gli ucraini schierati in quel settore, dunque, si limitavano a considerare la conformazione del terreno e i relativi settori di tiro. Soprattutto nelle fasi iniziali della guerra non esisteva un uso adeguato di droni o di sistemi ISTAR (intelligence, sorveglianza, acquisizione obiettivi e ricognizione). Non c’era coordinamento tra droni, artiglieria, fanteria e le altre componenti; operavano come forze indipendenti: l’artiglieria combatteva la sua battaglia, la fanteria la sua, e così via.
In seguito all’addestramento ricevuto presso gli eserciti occidentali l’esercito ucraino, tra cui le unità del 3° corpo d’armata, stanno gradualmente adottando il criterio del mission command, che conferisce un certo margine di autonomia nell’esecuzione degli ordini ai comandanti subordinati.

L’esercito russo, invece, mantiene una struttura verticistica per cui chi riceve degli ordini se non li esegue secondo precise indicazioni ricevute dall’alto corre enormi rischi sotto il profilo disciplinare. Gli ucraini, pertanto, hanno sviluppato una sorta di nuova dottrina a livello tattico, che si colloca a metà strada tra i due approcci.
Nondimeno assistiamo alla rivoluzione portata nelle procedure tecnico tattiche – in questo caso su entrambi i fronti – dall’evoluzione nella produzione e nell’uso dei droni, diventati l’arma principale sul campo. Molti immaginano che i droni vengano impiegati in un modo specifico, a una certa distanza o con modalità limitate; a livello tattico, il drone è ormai onnipresente tanto quanto un fucile. Compiti come neutralizzare le postazioni di mitragliatrici o altri obiettivi simili sono ora affidati, di fatto, ai droni.
Considerazioni conclusive
Se gli ucraini interrompessero i combattimenti oggi, in questo frangente, magari a causa delle scelte politiche di Trump, si ritroverebbero a dover affrontare di nuovo i russi molto presto – magari tra 5 o 10 anni, o forse anche prima. È ipotizzabile che a Mosca si riorganizzino, forti del senso di una vittoria percepita e imbrigliati in un’economia di guerra che difficilmente sarà riconvertibile nel breve periodo, anche perché i siloviki e gli oligarchi che con la guerra hanno acquisito potere e ricchezza non è pensabile che rinuncino alle fonti dei loro privilegi. Aumenteranno la produzione industriale di armamenti, addestreranno più uomini e torneranno all’attacco. Putin, dopotutto, non ha altre prospettive per il mantenimento della sua immagine di “uomo forte” e “salvatore delle patria”.

Eppure, sembra esserci la possibilità di una vita pacifica dopo il conflitto, a patto di riuscire a mantenere il controllo delle città e a portare avanti operazioni come quelle in atto. Se i russi tornassero a casa sconfitti e iniziassero a concentrarsi sui propri problemi interni, si creerebbero le condizioni ideali affinché il processo di cambiamento faccia il suo corso.
1 https://ab3.army/en/about/.
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