La corsa contro il tempo di Israele in Libano
Come prevedibile il cessate il fuoco in Libano non decolla: colpa di Netanyahu! Ma è davvero solo colpa sua?
Recentemente, il sindaco di Bologna1 si è rivolto ai proprietari di case del capoluogo emiliano-romagnolo quasi attribuendo a loro la responsabilità degli innumerevoli graffiti di dubbio valore artistico che da anni deturpano la città felsinea e le mura delle loro case. Chiede ai proprietari (che, a modesto avviso di chi scrive, sarebbero i danneggiati della gestione lassista della città) di riverniciare i propri muri esterni. Peccato non si rivolga ai writers che infestano le vie bolognesi. Ma si sa…è molto più facile fare così!
No, il titolista non si è sbagliato, parleremo di Medio Oriente. Cosa c’entra tutto ciò con il Medio Oriente?
C’entra, perché quello dell’amministrazione felsinea mi pare lo stesso atteggiamento dei tanti in Europa (esponenti governativi, dei partiti o opinionisti) che sembrano chiedere solo a Israele di cessare le operazioni nel sud del Paese dei Cedri. Voci tonanti, che al contempo non si azzardano mai a rivolgersi né agli Hezbollah2 (che continuano a rifiutare sdegnosamente il cessate il fuoco negoziato tra Israele e il legittimo governo libanese), né a Teheran, di cui il Partito di Dio libanese è una obbediente emanazione.
Il 4 giugno a Washington, grazie alla mediazione USA, Israele e il legittimo governo libanese avevano raggiunto un complesso accordo di cessate il fuoco, ma dopo una settimana, di fatto, le armi in quel travagliato paese non hanno smesso di tuonare. Il punto è che mentre Israele, se lo volesse3, sarebbe in grado di rispettare i termini di tale intesa altrettanto non si può dire per il Governo libanese.
Presupposto affinché l’accordo reggesse era (come recentemente evidenziato dal ministro Tajani alla sua controparte libanese, peraltro assolutamente impotente al riguardo) “Hezbollah deve interrompere assolutamente qualsiasi azione militare contro Israele e accettare le decisioni del governo legittimo”.
Purtroppo, sappiamo tutti fin troppo bene che il legittimo governo di Beirut non può (e, magari, neanche vuole) imporre un tale comportamento alla metastasi Hezbollah che da decenni sta dilaniando dall’interno il tessuto sociale del Libano, utilizzandone di fatto le popolazioni come ostaggi.
UNIFIL (cui l’Italia contribuisce con contingenti militari sin da luglio 1979) non è mai stato posto dall’ONU in condizioni di far rispettare alcuna delle molteplici risoluzioni del Consiglio di Sicurezza relative al Sud Libano che si sono succedute a ritmo quasi frenetico negli ultimi 48 anni (a partire dalla UNSCR 425 del 1978) e tanto meno a far rispettare la mai implementata UNSCR 1701 del 20064.
Hezbollah continua a colpire insediamenti civili nel nord di Israele. La Repubblica Islamica iraniana continua imperterrita a finanziare e mandare a combattere contro Israele i suoi proxy libanesi.
Né il governo di Beirut né UNIFIL sono stati sinora in grado di cambiare questo stato di cose e non si intravedono indicazioni particolarmente promettenti per il prevedibile futuro5.
A questo punto, il governo israeliano (che ne sia a capo Netanyahu o chiunque altro), a parte evacuare e curare i propri feriti e seppellire i propri morti, cosa potrebbe fare di diverso da ciò che sta facendo per garantire una volta per tutte la sicurezza del proprio confine settentrionale?
Soprattutto, però, Israele è consapevole che il problema di Hezbollah in Libano deve essere risolto prima che l’Amministrazione USA e la Repubblica Islamica iraniana raggiungano un accordo definitivo. Una finestra di opportunità a lungo ricercata, che adesso si è aperta, ma che potrebbe chiudersi da un momento all’altro.
Ove la ormai nota frenesia di Trump per ottenere un accordo a qualsiasi costo in Medio Oriente dovesse portare ad una cessazione del conflitto USA-Iran prima che fosse stata eliminata la minaccia di Hezbollah, le possibilità per Israele di risolvere il problema della sicurezza ai suoi confini settentrionali sarebbero gravemente compromesse.
Il circolo vizioso di collegare il problema libanese all’accordo per la tregua
A Teheran sono ben consapevoli che Trump è disperato per ottenere (con le buone o con le cattive) un accordo prima che l’economia mondiale crolli e che gli americani vedano aumentare eccessivamente il costo della vita (in particolare per quanto attiene al costo dei carburanti e degli alimentari). Nel contempo, si sono resi conto che ormai il POTUS6 ha molti vincoli domestici all’avvio di una nuova tornata di operazioni militari che possa continuare con la necessaria intensità sino al perseguimento dei suoi obiettivi.
Il continuo intercalare di minacce belliciste e proposte di accordo ha tolto credibilità all’amministrazione USA in una regione dove gli accordi si fanno in silenzio (assicurando sempre che la controparte salvi la faccia), mentre gli attacchi militari non vengono minacciati, ma quando ritenuti utili vengono condotti con determinazione ed in silenzio.
Anche per questo, la Repubblica Islamica continua a porre una precondizione alle intese (fine dei combattimenti in Libano) che Teheran sa di poter far saltare a suo piacimento.
L’insistenza iraniana che il cessate il fuoco in Libano sia parte integrante dell’accordo più generale tra Teheran e Washington, patto che abbraccia argomenti che per l’Iran, in teoria, dovrebbero essere prioritari (quali la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, il programma nucleare, la rimozione delle sanzioni economiche, ecc.) è, infatti, evidentemente motivata dal desiderio dell’ala oltranzista dell’IRGC7 di mantenere saldamente in mano una leva per far saltare il processo negoziale in qualsiasi momento lo desideri.
Infatti, mentre si dice pronta al negoziato, l’Iran (novella Penelope che inganna i Proci a stelle e strisce), tramite i suoi proxy in Libano (Hezbollah, ma anche altre componenti sciite nel paese) si assicura che gli attacchi contro Israele continuino e utilizza l’inevitabile e prevedibile reazione dell’IDF come giustificazione per interrompere i negoziati.
Il ricorso alle azioni temerarie dei suoi proxy in Libano e nello Yemen consente a Teheran di avvantaggiarsi nei negoziati con gli USA, in modo da imporre un momento di arresto ai negoziati tutte le volte che ciò sia utile all’Iran, attribuendo nel contempo le colpe di tali “intoppi” alle prevedibili reazioni militari di Israele.
Un gioco che agli occhi degli osservatori mediorientali appare scontato, ma che incredibilmente continua ad avere molto effetto sulle opinioni pubbliche europee e nordamericane. Tanto che stanno emergendo chiari segnali di frizioni interne alla stessa amministrazione USA, in particolare, tra Trump e Vance (con il secondo che vorrebbe chiudere questo impegno statunitense al più presto, ignorando i problemi della sicurezza dello Stato ebraico, mentre il POTUS sembra più cauto al riguardo).
Quali i rischi per Israele
Il grosso rischio, per Israele è che gli USA cadano nel tranello iraniano. Collegare gli accordi USA-Iran con quelli Israele-Libano significa non solo procrastinare sine die la soluzione del problema della navigazione attraverso Hormuz e della questione del nucleare iraniano, ma anche condannare alla guerra civile il Paese dei Cedri.
Non sorprende, pertanto, che il tentativo di collegare la situazione in Libano con quella iraniana sia stato recentemente duramente criticato sia dal presidente libanese Joseph Aoun (cristiano)8 sia da parte del capo del governo Nawaf Salam (sunnita).
D’altronde, Netanyahu è sicuramente cosciente del fatto che la Casa Bianca e la Repubblica Islamica stiano entrambe puntando ad ottenere (sia pure con vincoli temporali tra loro diversi) un patto che possa essere presentato al proprio pubblico come un successo.
I fattori che saranno più rilevanti in questo contesto saranno il mantenimento o meno del controllo iraniano sul traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz e il futuro del nucleare iraniano.
Il futuro del Libano e della sicurezza in Galilea agli Usa interessa probabilmente poco e anche l’interesse iraniano al riguardo è oggi soprattutto strumentale ad ottenere condizioni migliori nel negoziato con gli USA
L’accordo Israele-Libano avrebbe potuto funzionare se non ci fossero stati i recenti attacchi israeliani?
È di per sé già un grande risultato che, per la prima volta, grazie anche alla mediazione USA, Israele e Libano abbiano iniziato a condurre negoziati formali per giungere a regolarizzare i rapporti tra i due paesi. Rapporti che nell’ultimo mezzo secolo sono stati molto critici anche a causa dell’incapacità di Beirut di impedire ai palestinesi insediatisi nel paese (prima) e alle milizie filoiraniane del Partito di Dio (poi) di usare il Sud del Libano come base per i loro incessanti attacchi contro Israele. Attacchi cui Israele ha poi risposto con azioni militari massicce, sia di bombardamento sia di occupazione di aree nel sud del paese. Azioni militari regolarmente condannate da gran parte della Comunità Internazionale e da un ONU che molti in Israele da decenni non considerano più super partes.
Peraltro, è innegabile che l’accordo recentemente raggiunto tra Israele e il legittimo governo del Libano sia fragile e apparentemente disconnesso dalla complessa realtà mediorientale. Infatti, la sua attuazione presupporrebbe la capacità del governo libanese di esercitare in maniera effettiva il controllo sul proprio territorio e sulle milizie etero-dirette che vi scorrazzano liberamente.
Il fragile governo libanese non ha la capacità e, forse, neanche la reale volontà di disarmare Hezbollah. Qualsiasi piano che presupponga che siano le LAF9in piena autonomia a disarmare Hezbollah è destinato a infrangersi contro il muro della realtà.
Libano, sovranità condizionata
Dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, dopo la guerra civile che ha sconvolto il paese, il governo di Beirut è stato sempre pesantemente condizionato da potenze esterne (la Siria degli Assad prima, l’Iran degli Ayatollah poi). Circa un terzo della popolazione è di religione sciita (con presenza più numerose nel sud del paese e nella valle della Bekaa). Sciita (per dettato costituzionale) è anche il potentissimo presidente del parlamento Nabih Berri (appartenente al movimento a predominanza sciita Amal, movimento in un passato neanche troppo remoto legato al terrorismo). Lo stesso Berri (che ricopre la carica di presidente del parlamento senza soluzione di continuità dal 1992) è considerato molto vicino all’Iran. Hezbollah, che è attivo in Libano sin dal 1982, non è soltanto una milizia paramilitare, è anche un potente partito politico presente nel parlamento libanese (sia pure oggi con solo 13 parlamentari su 128).
Le LAF sono, purtroppo, meno organizzate, peggio equipaggiate e meno motivate delle milizie Hezbollah. Soprattutto, sono una struttura interconfessionale e a tutti i livelli nel loro ambito possono esserci simpatie per il Partito di Dio. Inoltre, i militari delle LAF sono individualmente vulnerabili, in quanto ad azioni serie condotte contro le milizie Hezbollah possono seguire ritorsioni nei confronti dei familiari dei militari che vi hanno preso parte.
Non stupisce, pertanto, che tutti gli impegni assunti in precedenza da Beirut di liberare i territori a sud del fiume Litani dalle formazioni terroristiche che vi si erano insediate siano invariabilmente falliti.
I miliziani del Partito di Dio ne sono usciti ogni volta ancora più radicati sul territorio e la situazione di sicurezza per il nord di Israele è presto tornata ad essere persino peggiore di prima. Peraltro, le roccaforti del partito di Dio non sono solo nel sud del paese, ma sono anche nella Valle della Bekaa (nelle montagne dell’Antilibano) e a Dahieh (quartiere sciita della capitale) dove c’è il vero centro di comando degli Hezbollah.
Prima di disporre il ritiro dell’IDF dal sud del paese, Gerusalemme dovrebbe pretendere che le LAF dimostrino di essere in grado di disarmare Hezbollah anche nella Bekaa e a Dahieh. Ove le LAF non fossero in grado di dimostrare tale capacità, disporre per l’ennesima volta il ritiro dell’IDF dal Sud del Libano comprometterebbe solo le capacità di Israele di difendere i propri confini settentrionali e attribuirebbe ancora più forza all’influenza iraniana in Libano. Infatti, finché la struttura di comando e le infrastrutture di Hezbollah rimangono intatte a Dahieh, qualsiasi risultato ottenuto nel sud non potrà che essere temporaneo. Il Partito di Dio si limiterà semplicemente a riorganizzarsi, riarmarsi e tornare a impossessarsi delle zone a nord del confine.
Inevitabilmente, nel contesto attuale, ove Israele non provvedesse prima allo smantellamento delle strutture di comando del Partito di Dio a Dahieh e nella Valle della Bekaa, il ritiro di IDF riconsegnerebbe ad Hezbollah (e ad Amal) il controllo del Sud del Libano.
È vero che, idealmente, l’IDF dovrebbe operare in pieno coordinamento con le LAF, peraltro ciò al momento non appare ancora ipotizzabile anche per la reciproca sfiducia tra le due organizzazioni militari.
Una guerra a singhiozzo
Gli USA minacciano di abbandonare la carota per il bastone? Forse, ma ormai non sono così credibili.
Gli USA al momento (con la scusa10 dell’abbattimento dell’Apache di qualche giorno fa) sembrano aver messo da parte le proposte negoziali per tornare all’uso di strumenti pudicamente detti “cinetici”. Ritorno per un periodo comunque limitato, stanti le perplessità che Trump incontra in patria al riguardo.
Peraltro, questa alternanza un po’ disordinata del bastone e della carota difficilmente potrà conseguire risultati significativi nei confronti delle pur frammentate leadership della Repubblica Islamica. Leadership sicuramente frammentate, ma tutte mosse più da motivazioni ideologiche (che in alcuni casi rasentano il fanatismo) che non da valutazioni di ritorno economico e/o di interesse nazionale.
Difficile, oggi, predire quanto questa guerra a singhiozzo11, che alterna fasi di combattimento e di negoziato, possa andare avanti, ma fino a ché continua Israele avrà un suo spazio di manovra sia in Libano (per tentare di rendere inoffensivo Hezbollah) che, eventualmente, a Gaza (dove il problema del disarmo di Hamas non è mai stato di fatto affrontato dal Board of Peace)
Verosimilmente, Israele tenterà di approfittare di questa fase di ritorno al combattimento tra USA e Iran per conseguire risultati significativi nei confronti di Hezbollah, consapevole che dopo questa fase “calda” si faranno ancora più pressanti le richieste di Trump di cessare qualsiasi ostilità anche in Libano.
Purtroppo, pare che in questo confronto, che alterna fasi di dialogo a fasi di pressione militare, l’Iran abbia una strategia chiara e costante nel tempo, mentre quella degli USA sembrerebbe troppo vulnerabile a pressioni politiche domestiche.
Verosimilmente, Israele ne è consapevole, sa di dover convivere con l’indeterminatezza del sostegno USA e sa, pertanto, di dover tentare di assestare un colpo definitivo a Hezbollah prima che il sostegno USA svanisca.
Per lo Stato con la Stella di Davide si tratta di una corsa contro il tempo nella quale difficilmente riuscirà a conseguire risultati definitivi.
Mancare questo obiettivo, sicuramente ambizioso ma vitale, sarebbe un danno non solo per Israele (che continuerebbe ad essere esposta agli attacchi dei proxy iraniani) ma anche per il Libano, che resterebbe ancora di fatto “colonia” della Repubblica Islamica.
1 Graffiti e muri imbrattati, Lepore: «I proprietari puliscano gli edifici privati» – Gazzetta di Bologna
2 Hezbollah : letteralmente “Partito di Dio” . Organizzazione paramilitare (in seguito divenuta anche partito politico) fondamentalista sciita, legato e finanziato da Teheran, attivo in Libano a partire dal 1982.
3 Certamente, non è detto che lo voglia. Il governo di Netanyahu potrebbe aver sottoscritto l’accordo sapendo che tanto altri lo avrebbero violato, verosimile, ma non dimostrabile. Intanto di fatto Netanyahu si era detto disponibile ad implementarlo, la leadership del Partito di Dio lo ha rigettato.
4 Risoluzione, che tra le altre cose prevederebbe “l’adozione di misure di sicurezza atte a prevenire la ripresa delle ostilità, che preveda l’istituzione, nella zona compresa tra la Linea Blu e il fiume Litani, di un’area priva di personale armato, di posizioni e armi che non siano quelle dell’esercito libanese e delle forze UNIFIL” condizione che in questi vent’anni né l’ONU né il governo libanese sono mai stati in grado dui realizzare.
5 Tra l’altro il mandato di UNIFIL terminerà a fine 2026, con il ritiro della Forza nel 2027. La fine del mandato di UNIFIL era stata chiesta da USA e Israele già per la fine del 2025 ed è stata prorogata di un anno per le pressioni di Francia e Italia, ma un ulteriore proroga, visti i fatti recenti, è decisamente improbale.
6 President Of The United States
7 IRGC: Corpo dei Guardiani della Rivoluzione
8 Aoun ha dichiarato alla CNN “Il Libano non è dell’Iran, è il nostro paese” e ha detto che l’Iran non può utilizzare il Libano come “merce di scambio con gli USA”.
9 LAF: Lebaneese Armed Forces (Forze Armate Libanesi)
10 Probabilmente l’abbattimento dell’Apache è stato una scusa utilizzata (soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica americana) per riprendere le azioni di bombardamento dato che i negoziati non parevano procedere nel senso desiderato da Washington
11 Definizione ad effetto data da Il Foglio dell’ 11 giugno 2026
L’articolo La corsa contro il tempo di Israele in Libano proviene da Difesa Online.
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