La Francia punta sul mare
Lo scorso dicembre la Francia ha ufficializzato la decisione di costruire una portaerei di nuova generazione (PANGi) a propulsione nucleare, destinata a sostituire la portaerei (sempre a propulsione nucleare) attualmente in servizio Charles de Gaulle (CDG), in servizio nel maggio 2001. Certo, si tratta di uno strumento costoso (10,25 miliardi di Euro), ma la Francia sta attraversando – insieme agli alleati europei – un momento in cui le priorità geografiche del proprio modello strategico stanno evolvendo, in modo da cercare di fronteggiare l’attuale situazione di incertezza globale, alimentata anche dal comportamento di taluni Paesi che si discosta (anche sensibilmente) dal diritto internazionale.
Anche se il dibattito tra gli osservatori a volte può essere acceso, la scelta è basata su un dato indiscutibile: la difesa e la sicurezza (e l’economia) del Paese si tutelano con la presenza sui mari del mondo. In tale ambito, la portaerei è un attuatore di primo rango che, prima ancora di essere una piattaforma di proiezione di potenza, è soprattutto uno strumento che può essere dispiegato rapidamente per missioni di deterrenza, coercizione o intervento (leggi articolo “L’importanza delle portaerei in un Marina moderna”).
La portaerei
La nuova portaerei da 78.000 t (la CDG è circa 42.000 t) avrà una larghezza di 85 m e una lunghezza di 310 m, con una superficie del ponte di volo pari a 17.200 m2. La spinta sarà assicurata da due propulsori nucleari K22, che permetteranno una velocità di 27 nodiii.
La costruzione dovrebbe iniziare nel 2032 presso i cantieri navali di Saint Nazaire, sull’Oceano Atlantico, per poi passare a Tolone approssimativamente nella prima metà del 2035, iniziare le prove in mare nel 2036 ed entrare prevedibilmente in servizio nel 2038.
Con un equipaggio di circa 2.000 persone, sotto il profilo operativo avrà la capacità di imbarcare 5-6 elicotteri, tre velivoli E-2D “Hawkeyes” (per la guerra elettronica), un certo numero di droni e 30 caccia Rafale M e/o SCAF (Système de Combat Aérien Futur), sistema di caccia multiruolo di VI generazione, frutto di un progetto franco-tedesco e spagnolo. Va tuttavia detto che tale programma al momento non sta procedendo secondo i tempi auspicati inizialmente, per problemi sia sotto il profilo dei requisiti operativi sia dal punto di vista industriale. A fronte di un certo entusiasmo iniziale, di fatto è un programma che sta subendo rallentamenti significativi, dovuti principalmente a forti contrasti tra Dassault e Airbus per la leadership nell’architettura del velivolo. Ciò nonostante, i francesi sembrano comunque ottimisti circa il raggiungimento della capacità operativa nel 2040.
Completano il quadro generale del sistema nave un impianto di lancio elettromagnetico a tre rotaie (ElectroMagnetic Aircraft Launch System), un sistema di recupero avanzato a tre cavi (Advanced Arresting Gear), due hangar e due ascensori per velivoli (ognuno con una capacità di sollevamento di 40 tonnellate)iii.
L’intenzione di Parigi, espressa dal ministro Catherine Vautrin, è quella di far diventare la nuova costruzione navale la punta di diamante della Difesa francese promuovendo, al contempo, la tecnologia e la cantieristica nazionale.
La politica estera francese
La lingua francese è stata per lungo tempo la lingua della diplomazia, tant’è che nel 1714 il primo Trattato internazionale è stato scritto esclusivamente in francese. Eravamo a Rastatt e il Trattato riguardava la fine della guerra di successione spagnola, scatenatasi dopo la morte di Carlo II d’Asburgo.

Al tempo tutte le corti d’Europa parlavano francese, lingua impiegata anche dai diplomatici russi e ottomani. Tuttavia, nel 1919, in occasione della Conferenza di Parigi, per il Trattato che poneva fine alla Prima Guerra Mondiale, George Clemenceau accettò che la lingua inglese accompagnasse quella francese, nell’intento di favorire il presidente statunitense Woodrow Wilson, che non comprendeva altro che la sua lingua.
Da allora gi Stati Uniti hanno guadagnato potere contrattuale e oggi sono l’unica superpotenza in grado di essere militarmente presente in maniera globale.
La Francia, e l’Europa in generale, oggi appaiono attraversare un periodo di disorientamento e, a causa delle complicate procedure europee, hanno un approccio reattivo nei confronti degli eventi. Ma chi reagisce, per definizione, è sempre in ritardo sugli eventi, mentre una difesa efficace ha la necessità di anticipare l’insorgere di possibili minacce (leggi articolo “Evoluzione della minaccia negli scenari marittimi”).
I nuovi scenari internazionali, caratterizzati da rilevante incertezza per l’instabilità (finanche emotiva) di alcuni attori, necessitano di strumenti diplomatici e militari agili ed estremamente diversificati, che comprendano approfondite specializzazioni regionali, ma anche strumenti efficaci e rapidamente impiegabili. Tra questi è sicuramente annoverabile lo strumento navale che, per sua peculiarità, possiede cultura, capacità e autonomia per la proiezione di potenza a tutela degli interessi nazionali, ovunque essi siano.

Non stupisce quindi che, in un momento come quello che stiamo attraversando, la Francia abbia fatto la scelta di puntare sul mare per la tutela dei propri interessi commerciali e di sicurezza.
La Marina al servizio della politica estera è un elemento ben chiaro a chi conosce un po’ le cose del mondo e – soprattutto – a chi le ha capite (leggi articolo “La necessità di una intelligente strategia marittima nazionale”).
Ciò è tanto più vero per la Francia, che ha ben compreso il concetto, anche per via del fatto che ha territori oltremare ovunque nel globo. I territori francesi del Pacifico, in particolare, hanno acquisito una particolare importanza geopolitica e, quindi, oggi giocano un ruolo significativo nella politica estera della Repubblica transalpina.
Tuttavia, va sottolineato che pur in mancanza di territori dipendenti, molti Paesi – Italia compresa – hanno interessi nazionali che vanno ben al di là dei propri confini. L’Italia, in qualità di media potenza regionale con interessi globali, è profondamente coinvolta nelle vicende extra-mediterranee, che si tratti di Artico, di Indo-Pacifico o di sud-America. Se non altro perché siamo profondamente dipendenti dalle importazioni di materie prime e dalle esportazioni di prodotti finiti (che avvengono, vale il caso di ricordarlo, via mare) ma anche perché abbiamo italiani che sono ovunque nel mondo e devono essere adeguatamente tutelati, attraverso una presenza autorevole ed efficace.
La Francia ha chiari tutti questi concetti e missioni, e si sta attrezzando di conseguenza per affrontare un periodo in cui geopoliticamente regna l’incertezza e l’unica possibilità di avere potere contrattuale nelle relazioni internazionali sembra che sia la capacità di deterrenza.
La deterrenza
La manifestazione di una credibile volontà di usare la forza, se indispensabile, è oggi più di ieri un’importante componente delle relazioni internazionali. Un elemento che, quando impiegato con equilibrio, assieme alla diplomazia permette di raggiungere gli obiettivi strategici prefissati. In tale ambito, uno strumento militare addestrato, efficiente, operativo e dotato di moderni mezzi/armi è indispensabile affinché la voce della diplomazia sia ascoltata con più attenzione dall’eventuale interlocutore aggressivo.

Un tale strumento militare, però, presuppone anche adeguate capacità strike ed expeditionary, le sole in grado di permettere di dare maggiore “peso” alle istanze della diplomazia. Mancando queste lo strumento militare, nelle sue varie e importanti componenti, rimane certamente adeguato alla difesa ma non a sostenere in maniera efficace la politica estera nazionale. Ed ecco entrare in scena le portaerei.
La deterrenza, infatti, si avvale di un complesso di alternative, che offrono al decisore politico (supportato dal militare) un ventaglio di iniziative tese a scoraggiare l’aggressività degli eventuali avversari, a tutela dei legittimi interessi e del prestigio nazionali. Una chiara intenzione politica di avvalersi, se necessario, della forza per il conseguimento degli obiettivi strategici nazionali e l’acquisizione di un’adeguata e credibile capacità militare, rappresentano un forte deterrente alle aggressioni e incentivano l’eventuale avversario alla negoziazione nel caso di disparità di vedute/obiettivi.
In tale ambito, va detto che l’attuale modello di deterrenza francese prevede la cosiddetta “diade nucleare”, composta da sottomarini e da bombe aerotrasportate. Un tempo disponeva anche di missili balistici terrestri, oggi dismessi. È una deterrenza più autonoma di quella britannica, che si affida esclusivamente a sottomarini strategici, armati con testate nucleari, basata su missili Polaris in leasing dalla Lockheed Martin. Ma ciò ne evidenzia una profonda dipendenza dagli Stati Uniti, limitando di fatto la propria autonomia strategica.
Ma la deterrenza, nel nuovo contesto internazionale, si fa anche attraverso la promozione della cultura della sicurezza e della Difesa. In tale ambito, in Francia si parla di sicurezza e Difesa già negli istituti scolastici, nelle scuole medie e superiori, informando le nuove generazioni circa l’orientamento nazionale nel settore, in modo che non siano preda di informazioni fuorvianti o errate (fake news). In Italia l’argomento è ancora ostico, sia per questioni storiche, sia per cultura politica e sia per una certa fragilità della coesione nazionale, favorita certamente da una poco lungimirante politica divisoria.

Dal termine del secondo conflitto mondiale l’Europa non ha mai vissuto un periodo di smarrimento come quello che sta attraversando oggi, con una reale minaccia rappresentata dall’aggressività (anche verbale) di Mosca, cui si aggiunge la percepita incertezza circa la tenuta del legame transatlantico. In tale quadro non sono da sottovalutare le difficoltà politiche derivanti dalla ruvidità con cui taluni partners europei si pongono in merito alle questioni di cessione di sovranità. É per questo che la Francia, molto attiva nel cercare di reagire a questo momento, sta cercando di creare un nocciolo “duro” di Paesi che abbiano la volontà politica e le capacità militari e tecnologiche di assumersi impegni più rilevanti in merito alle questioni di Difesa e sicurezza. Francia, Germania, Spagna e Polonia hanno già manifestato la loro volontà di far parte di questo gruppo, cui anche la Gran Bretagna sembrerebbe guardare con molta simpatia. Sarebbe auspicabile che anche l’Italia ne facesse convintamente parte, assumendo un ruolo consono al livello di primo piano che abbiamo avuto e che dichiariamo di voler continuare ad avere.
Tuttavia, per sviluppare una politica estera di deterrenza e che tuteli gli interessi nazionali bisogna avere chiari prima di tutto quali siano gli obiettivi da perseguire e quale posizione assumere in ambito internazionale. Atteggiamenti ondivaghi o, peggio, eccessivamente accomodanti, non fanno altro che agevolare gli atteggiamenti assertivi e talvolta volgari di chi ritiene (a torto) di essere superiore agli altri. Gli eventi internazionali che hanno preceduto la Seconda Guerra Mondiale ne sono la plastica dimostrazione.
Per avere adeguate capacità di deterrenza, oltre al coordinamento politico e militare, sarebbe poi auspicabile procedere più speditamente verso il potenziamento e l’integrazione delle capacità industriali per la difesa nei settori dove maggiore è la minaccia. Passi che il livello tecnologico e la potenza economica dell’Europa, finora utilizzati troppo timidamente, potrebbero permettere quel salto di qualità che consentirebbe all’Europa di recitare una parte da protagonista sul palcoscenico internazionale.
In un mondo come quello attuale, estremamente fluido e dagli scenari mutevoli, flessibili e imprevedibili, appare quindi necessario manifestare una decisa volontà politica di tutelare la nostra sicurezza e le nostre legittime esigenze contro ogni tipo di minaccia. Fare finta di nulla non risolve i problemi e permette alla minaccia di crescere e prosperare. Come dice il detto popolare: il lupo mangia chi pecora si fa.
Conclusioni
La Francia ha deciso di reagire all’attuale situazione internazionale assumendo un ruolo proattivo, con lo scopo di proteggere al meglio possibile i propri interessi nazionali ma anche proponendosi per una leadership europea, nel tentativo di far fronte comune contro la prepotenza russa (e di altri attori) e di scuotere l’Europa dall’attuale disorientamento di fronte a un atteggiamento statunitense che viene visto come eccessivamente assertivo e di allontanamento dai comuni principi che hanno finora ispirato la leale e costruttiva collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico. Un disorientamento derivante non tanto (o meglio, non solo) dalla sostanza ma anche, se non soprattutto, dai modi e dal disprezzo con i quali l’attuale amministrazione USA tratta gli alleati europei, dimenticando che la grandezza americana è stata costruita anche con un rilevante contributo politico del Vecchio Continente.

L’atteggiamento dell’Eliseo, al momento, non appare di chiusura ma di reale apertura ai partners che desiderano condividere un approccio che rifiuti il vassallaggio, l’adulazione e l’accettazione del fatto compiuto, che sostenga il multilateralismo e la cooperazione internazionale, al fine di arginare le spinte aggressive e le minacce che si profilano all’orizzonte, da qualunque parte esse provengano.
Non vanno certamente sottaciute le minacce più immediate, che suggeriscono di prevedere adeguati stanziamenti per il miglioramento della capacità anti-drone e di difesa aerea. Tuttavia, guardando oltre lo steccato del nostro giardino, la reale ed esistenziale minaccia viene dal mare e lì va sostenuta l’azione di difesa e contrasto, programmando tempestivi interventi al fine di fornire i mezzi per fronteggiare la sfida sul mare, sopra e sotto il mare, anche lontano dalle proprie coste.
L’equilibrio mondiale, infatti, oggi si gioca anche attraverso l’armonica attiva partecipazione delle potenze regionali che hanno una vocazione internazionale. Un nuovo equilibrio che necessita di una più ampia collaborazione diplomatica e militare tra detti attori anche, o soprattutto, lontano dai confini nazionali.
La Francia lo ha compreso e ha scelto di agire promuovendo e rinnovando il proprio strumento aeronavale con il mezzo che più di ogni altro permette la proiezione di potenza. Una spinta alla produzione di mezzi, guidata da ambizione, coraggio e da una visione lungimirante che alcuni partners europei sembrano aver perduto, troppo presi da questioni di piccolo cabotaggio, o per una sorta di propensione alla servitù volontaria.
In tale ambito, la PANG appare strumento in grado di rappresentare efficacemente la volontà di Parigi di influire sulla difesa dei propri interessi e sugli equilibri globali. Hanno compreso che senza sicurezza marittima non esiste la sicurezza mondiale.
Tenuto conto che anche i nostri interessi nazionali riguardano alcune aree marittime di coinvolgimento francese come l’Indo-Pacifico, l’Artico, il Golfo Persico (lo Stretto di Hormuz è una via d’acqua cruciale per le forniture energetiche globali) Roma ha in corso una collaborazione con Parigi, la joint venture denominata “Naviris”, che vede attori Fincantieri e Naval Group. Per quanto riguarda gli assetti spaziali, fondamentali per l’efficacia dell’azione sui mari, è stata accolta positivamente l’annunciata intesa industriale italofrancese tra Leonardo, Thales e Airbus.

Tuttavia, sarebbe auspicabile una più stretta collaborazione nel settore navale anche nel settore operativo, proprio a comune protezione delle linee di comunicazione marittima, in modo da diluire l’impegno di ciascuno mantenendo, al contempo, una elevata efficacia e prontezza operativa. Italia e Francia sono le due uniche Marine mediterranee in grado di poter schierare delle portaerei, bisognerebbe approfittare di questo vantaggio strategico per essere presenti laddove è necessario.
In tale ambito, la nostra presenza fuori dal Mediterraneo, per esempio nell’Indo-Pacifico, appare come opportuna al fine di garantire la difesa dei (nostri) traffici commerciali, quali elementi di stabilità e di garanzia di un sistema internazionale che oggi è gravemente minacciato da atteggiamenti aggressivi e destabilizzanti non conformi al diritto internazionale e orientati a distruggere il sistema multilaterale. Un sistema che non deve essere inteso (come auspicherebbero taluni) come spartizione del potere tra pochi compagni di merende, bensì come gestione collettiva delle questioni mondiali tramite negoziazione e accordi internazionali, tenendo conto dell’esistenza e della dignità degli altri, non considerandoli alla stregua di vassalli ma partners.
Oggi è più che mai indispensabile puntare a obiettivi di medio-lungo periodo, soprattutto per quanto attiene alla cooperazione politica, operativa e industriale, cercando di anticipare le esigenze del futuro (sicurezza dei traffici marittimi, difesa delle infrastrutture sottomarine, spazio). Settori nei quali sia Francia che Italia possono vantare considerevoli eccellenze.
In un momento storico nel quale alcuni Paesi spingono con forza per l’affermazione di un approccio assertivo unilaterale, la più potente forma di rifiuto di questo criterio è, quindi, rappresentato da una equilibrata aggregazione di forze che diano nuovo vigore alle alleanze e al multilateralismo. Lavorare insieme a livello internazionale perché, at the end of the day, siamo tutti interconnessi, collaborando, nonostante le difficoltà che esistono, trovando il modo per andare avanti, perché è l’unica possibilità che abbiamo per poter essere davvero efficaci.

Una soluzione che dovrebbe permettere di raccogliere consenso in una comunità internazionale che si sta pericolosamente dividendo su questioni fondamentali e di superare questo periodo di navigazione in acque alquanto turbolente.
La Francia, puntando al mare e impegnandosi nel multilateralismo, sta facendo le sue scelte, e noi?
(fonte: https//:www.defence.gouv.fr/porte-avions-nouvelle-generation-pa-ng)
i Porte Avion Nouvelle Generation
ii Ministero della Difesa francese https//:www.defence.gouv.fr/porte-avions-nouvelle-generation-pa-ng
iii Xavier Vavasseur, Naval news, 21 dicembre 2025
Immagini: ministère des armées / web / Marina Militare / presidenza del consiglio dei ministri / Élysée
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