La guerra invisibile: come lo spionaggio umano attraversa l’Europa
Nel cuore dell’Europa contemporanea, mentre l’attenzione pubblica si concentra su guerre ibride, cyberattacchi e campagne di disinformazione, una pratica antica continua a operare silenziosamente tra istituzioni, aziende e infrastrutture strategiche: lo spionaggio umano. L’idea che l’intelligence fatta di incontri clandestini, scambi di documenti e relazioni segrete appartenga al passato è smentita dai fatti. Negli ultimi quindici anni, in numerosi Paesi europei, cittadini comunitari sono stati arrestati e condannati per aver fornito informazioni sensibili a potenze straniere. Non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale che accompagna il riemergere di una competizione geopolitica sempre più aspra.
La distribuzione geografica dei casi è significativa. I Paesi dell’Europa centro-orientale e baltica risultano particolarmente esposti, con un numero di condanne superiore rispetto a molte nazioni dell’Europa occidentale. Questo squilibrio non va interpretato necessariamente come una diversa intensità delle attività ostili, quanto piuttosto come il riflesso di differenti priorità investigative, capacità di controspionaggio e contesti politici. Dove la percezione della minaccia è più acuta, l’attenzione è più alta e le indagini sono più frequenti. Altrove, il fenomeno può rimanere più sommerso.
Quanto agli attori stranieri coinvolti, la Russia emerge come il principale protagonista delle attività di reclutamento in Europa, in linea con il deterioramento delle relazioni tra Mosca e l’Occidente dopo il 2014 e, ancor più, dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. Ma non è l’unica. Anche la Cina ha intensificato negli ultimi anni la propria presenza informativa nel continente, con un interesse particolare per i settori tecnologici, industriali e accademici. L’Iran e, in misura diversa, altri attori statali hanno mostrato una crescente propensione a utilizzare strumenti di intelligence sul suolo europeo, sia per acquisire informazioni strategiche sia per monitorare oppositori e comunità della diaspora.
L’immagine della “talpa” inserita in un ministero o in un servizio di sicurezza resta valida, ma non esaurisce più la varietà delle figure coinvolte. Accanto agli insider tradizionali – funzionari con accesso diretto a informazioni classificate – si affermano nuovi profili. Vi sono tecnici, ricercatori, consulenti, impiegati pubblici, ma anche cittadini privi di incarichi sensibili, incaricati di osservare, fotografare o raccogliere dati apparentemente ordinari. In un’Europa caratterizzata dalla libera circolazione, dalla digitalizzazione e dall’interconnessione, anche informazioni logistiche o dettagli infrastrutturali possono assumere valore strategico se inseriti in un quadro più ampio.
Emergono inoltre figure “usa e getta”, reclutate per un singolo compito, spesso senza un vero addestramento e talvolta con una consapevolezza parziale del contesto in cui operano. Questo modello, ispirato in parte alla logica della gig economy, consente ai servizi stranieri di ridurre l’esposizione dei propri agenti professionisti e di mantenere una maggiore plausibile negazione. In alcuni casi si tratta di persone motivate esclusivamente da un compenso economico; in altri, di individui spinti da convinzioni ideologiche, da risentimenti personali o da legami culturali e familiari con il Paese per conto del quale agiscono.
Le motivazioni, in effetti, restano sorprendentemente tradizionali. Il denaro continua a essere un fattore determinante, soprattutto in presenza di difficoltà finanziarie o ambizioni frustrate. L’ideologia gioca un ruolo non secondario, specie in contesti polarizzati, dove la propaganda trova terreno fertile. Non mancano situazioni di coercizione o ricatto, inclusi casi in cui relazioni personali vengono strumentalizzate per ottenere collaborazione. Accanto a questi elementi si affaccia una dimensione più sottile, legata all’ego, al desiderio di riconoscimento, alla frustrazione professionale o alla ricerca di emozioni forti.
Anche i metodi di reclutamento riflettono una combinazione di continuità e innovazione. La relazione classica tra “handler” e fonte, costruita nel tempo attraverso incontri riservati e progressivi test di affidabilità, non è scomparsa. Tuttavia, i social network e le piattaforme professionali hanno aperto nuove possibilità di individuazione e contatto. Profili con accesso a informazioni sensibili possono essere selezionati a distanza, avvicinati con identità fittizie e gradualmente coinvolti in scambi che iniziano in modo apparentemente innocuo. La dimensione digitale non sostituisce l’intelligence umana, ma la amplifica, consentendo di ampliare il bacino di potenziali reclute e di abbattere le barriere geografiche.
Gli obiettivi dello spionaggio contemporaneo sono molteplici. Le informazioni militari restano centrali, soprattutto in un contesto di guerra ai confini dell’Unione Europea. Ma l’interesse si estende alle infrastrutture critiche, ai sistemi energetici, alla ricerca scientifica, alle tecnologie dual use e ai processi decisionali politici. Spesso non si tratta di documenti classificati in senso stretto: fotografie di installazioni, mappe logistiche, elenchi di personale, dettagli tecnici possono risultare preziosi se aggregati e analizzati.
Colpisce, inoltre, la dimensione relazionale di molti casi. Una parte significativa degli episodi vede la collaborazione di più persone: coniugi, parenti, colleghi. Lo spionaggio non è sempre l’atto solitario di un individuo isolato, ma può svilupparsi all’interno di reti di fiducia preesistenti. Questo rende il fenomeno ancora più difficile da individuare, perché si annida nelle relazioni quotidiane e sfrutta legami consolidati.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una minaccia umana – HUMINT – che non solo persiste, ma si evolve. La combinazione di metodi tradizionali e strumenti digitali, di insider e cittadini comuni, di motivazioni economiche e ideologiche, compone un mosaico complesso.
Comprendere questa trasformazione è essenziale per rafforzare le difese europee. Perché, al di là dei riflettori puntati sul cyberspazio, gli “spioni tra noi” restano una realtà concreta del XXI secolo, capace di incidere profondamente sulla sicurezza e sulla sovranità degli Stati.
L’articolo La guerra invisibile: come lo spionaggio umano attraversa l’Europa proviene da Difesa Online.
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