La NATO sopravviverà alla guerra nel Golfo?
Il presidente Trump, dichiarando che sarebbero ora in corso trattative serie con l’Iran per un ipotetico accordo in 15 punti, ha di nuovo scombussolato le carte di chi tentava di capire qualcosa nell’intricato conflitto mediorientale.
Quanto dichiarato da Trump e (comprensibilmente) smentito da Teheran è vero? È solo fumo negli occhi per consentire alle borse internazionali di riprendere fiato? È stato un malinteso? O soltanto un escamotage per non dover prendere atto che l’Iran aveva bellamente ignorato il suo ultimatum di riaprire lo Stretto di Hormuz? O, come ipotizzano alcune malelingue, un modo per facilitare l’insider traiding di qualche prestanome?
In realtà non possiamo saperlo, perché la comunicazione del POTUS1(quasi esclusivamente informale, tramite social e spezzoni di interviste al volo) spesso ci descrive un andamento delle crisi internazionali (che si tratti di dazi o di operazioni militari) che poi non sempre trova conferma nello sviluppo reale della situazione. Intanto, però, per qualche ora i mercati hanno ricominciato a sperare. Vedremo cosa succede, ma per il momento sembrerebbe che gli USA, in seguito alle prevedibili minacce iraniane di interdire il transito dallo Stretto di Hormuz e forse per le pressioni dei loro alleati nel Golfo, stiano cercando una soluzione negoziale con Teheran. Una soluzione negoziale che forse sia Washington sia Teheran potrebbero tentare di vendere come una vittoria, ma che sarebbe in realtà una sconfitta sia per Israele sia per gli stessi USA.
Infatti, quella in corso nel Golfo è una guerra particolare, dove i tre attori principali (Iran, Israele e USA) hanno motivazioni e vincoli tra loro molto diversi.
3 attori, 3 diversi target
Il regime teocratico iraniano combatte nel nome di una ideologia totalizzante, che noi occidentali (USA ed Europei) non comprendiamo. Peraltro, questa nostra incomprensione è il principale punto di forza degli Ayatollah. Il regime appare disposto a sacrificare vite e capitali sull’altare del fanatismo confessionale. Il popolo in gran parte potrà anche non supportare il regime, ma questo non cambierebbe di una virgola l’approccio da “muoia Sansone con tutti i filistei”cui Teheran vuole dare l’impressione di ispirarsi (quanto in profondità questo atteggiamento sia radicato e condiviso da parte di tutti i componenti dell’establishment è però difficile da stabilire dall’esterno).
Teheran è cosciente che l’impegno USA è dipendente da molti fattori che potrebbero fiaccarne l’impeto (supporto elettorale domestico, reazioni politiche dei paesi amici di Washington, andamento delle borse, ecc). A Teheran sanno che l’impegno USA è verosimilmente a tempo determinato e, pertanto, hanno tutto l’interesse a protrarre il più a lungo possibile il confronto ed estenderlo a più attori esterni possibile (alle monarchie sunnite del Golfo, ma potendo anche ai paesi europei). La loro guerra è più ibrida che convenzionale, tendente a destabilizzare il fronte avversario colpendolo nei punti più vulnerabili (gli interessi e la sicurezza delle monarchie sunnite del Golfo, il costo dell’energia per le piagnucolose economie europee, la solidità del petrodollaro come perno degli interscambi commerciali delle materie prime, il terrorismo imprevedibile dei proxi iraniani in giro per il mondo).
Il ricatto che l’Iran ha posto in essere con le minacce al traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz è di grande efficacia sulle pubbliche opinioni occidentali, ma sarà sufficiente a salvare il regime?
Quanto potrà resistere l’attuale regime?
La sola azione cinetica dei bombardamenti non può portare di per sé alla caduta del regime, ma certo potrebbe incentivare qualche forma di colpo di stato interno all’establishment, nell’ottica del“si salvi chi può”, con la presa del potere da parte di una dirigenza un poco più malleabile. Invece, il totale rovesciamento del regime (vagheggiato da alcuni negli scorsi mesi) non è ipotizzabile senza una rivoluzione popolare e, per il momento, non pare esserci alcuna organizzazione interna che potrebbe prendere la guida di una tale rivoluzione.
Israele, approfittando della finestra di opportunità della presidenza Trump, ha lanciato quella che vorrebbe essere la “battaglia finale” contro quello che da 47 anni è un nemico esistenziale ed è stato il mandante della strage del 7 ottobre. Per Tel Aviv si tratta di una lotta per la propria sopravvivenza come entità statuale. La gente è motivata, ma le risorse umane ed economiche del paese non consentono un impegno troppo prolungato, specie dopo i 2 anni e mezzo di guerra continua seguiti al massacro del 7 ottobre. Israele ha, comunque, anche degli altri limiti nell’uso del suo potenziale militare, perché non può permettersi di alienarsi il supporto dell’opinione pubblica sia interna che statunitense. Né può assumere una prevalenza militare a livello regionale che possa impensierire Arabia Saudita, Egitto o Giordania, alienandosene il supporto. Ove, per motivi domestici, Trump dovesse abbandonare il conflitto, Israele non potrebbe continuare da sola e ne è ben cosciente. Per questo Tel Aviv punta ad ottenere risultati militari importanti nei confronti dell’Iran e degli Hezbollah (per dare sicurezza una volta per tutte al proprio confine settentrionale) in tempi brevi, ovvero sino a che possa contare sul sostegno USA e, magari, a far saltare, ove fossero vere, le trattative USA -Iran cui ha fatto riferimento Trump. Trattative che se andassero in porto ora consentirebbero a Trump di dichiarare vittoria, ma lascerebbero Teheran in condizione di continuare a rappresentare una minaccia esistenziale per Israele (e probabilmente anche per i paesi arabi del Golfo)
GliUSAsono lì per altri motivi. Non combattono per motivi esistenziali (e infatti di volta in volta Trump ha dichiarato obiettivi diversi) e per questo possono risultare l’elemento più volubile del mosaico. Per gli USA l’impegno nel Golfo fa, a mio avviso, parte di una partita a scacchi che Trump vuole giocare contro laCina. Trump si muove in maniera più imprevedibile e sgraziata, da elefante in cristalleria, ma così spiazza gli avversari. Xi guarda con un certo distacco e aplomb. Il tempo dirà chi segue la strategia più lungimirante.
In quest’ottica, le operazioni USA in Venezuela e Iran hanno mirato anche a privare Pechino di alleati chiave sia in America Latina che in Medio Oriente. Alleati cui una Cina energivora si rivolgeva anche per il proprio rifornimento di greggio e gas. Vero, peraltro, riuscire a sottrarre l’Iran all’influenza cinese significherebbe anche creare un grosso problema alla realizzazione della “via della seta terrestre” verso il Mediterraneo. I vincoli di Washington sono, però, rappresentati dall’impatto economico che il conflitto potrà avere sia sugli alleati che sugli USA stessi.
Gli USA, a differenza di Iran e Israele, devono tener conto dell’impatto del conflitto sulla stabilità dei propri partner internazionali e non possono rischiare di alienarsi il sostegno e l’amicizia degli Alleati nel Golfo. Infatti, il prolungarsi del conflitto impatta pesantemente sulla sicurezza e sulle economie in primis delle monarchie del Golfo, mettendo a rischio proprio quella ragnatela di relazioni che gli USA sono stati in grado di costruire nel tempo per contenere l’Iran. Inoltre, la spada di Damocle delle elezioni di midterm2impone a Trump la massima attenzione al montante dissenso domestico.
Questi fattori possono spingere Trump ad abbandonare il conflitto da un momento all’altro, ove ritenesse che i rischi fossero maggiori dei potenziali vantaggi. In base ai precedenti, sappiamo bene che non esiterebbe a farlo. Questo è ciò che Gerusalemme teme e che Teheran si augura. Da qui la volontà di Netanyahu di accelerare l’operazione e degli Ayatollah di estenderla a tutti i paesi della regione.
Fino ad ora l’approccio trumpiano all’operazione è stato efficace?
Non sembrerebbe così. L’operazione sta durando troppo (soprattutto per i gusti dell’elettorato USA) e per il momento non si vedono risultati concreti. Per contro, gli effetti sulle economie mondiali della guerra non hanno tardato a farsi sentire, eccome. La politica comunicativa erratica fatta in prima persona dal presidente Trump, che ogni giorno dichiara obiettivi diversi per l’azione militare intrapresa e successi che vengono smentiti dai fatti, non fanno altro che aggiungere confusione ad una situazione già di per sé ben poco chiara. Certo, potrebbe essere solo una tattica di disinformazione, ma la disinformazione non la fai per bocca del Commander in Chief. Il tutto stride ancor di più in quanto gli obiettivi sia strategici che tattici degli altri due belligeranti sono stati da essi esplicitamente dichiarati e sono ben chiari a tutti, mentre quelli USA appaiono ogni giorno più impalpabili.
Ovviamente, la Cina, da un lato, e le monarchie sunnite del Golfo, dall’altro, sono anch’esse importanti attori di questo conflitto e utilizzano mezzi diversi per continuare a garantire i propri interessi nazionali nella turbolenta situazione che si è venuta a creare intorno all’Iran.
Meno chiara, purtroppo, pare essere la posizione degli europei
La maggioranza delle leadership europee ha tentato costantemente di mandare il messaggio che“noi non siamo in guerra con nessuno, noi siamo neutrali e nessuno dovrebbe farci alcunché”.Peccato che questo atteggiamento, che mi ricorda molto il III Canto dell’Inferno dantesco3, non possa salvaguardarci in alcun modo dagli effetti negativi del conflitto in atto. Né da quelli economici, più o meno diretti, né da eventuali azioni dirette contro di noi europei condotte da Teheran per il tramite dei suoi proxi. Proxi che, nel caso ad esempio dell’Italia, potrebbero essere cellule islamiste (anche sunnite) che operino in sinergia con i gruppi anarco insurrezionalisti nostrani. Infatti, anche se sostituissimo le nostre bandiere nazionali con dei candidi drappi bianchi, per la narrativa abilmente costruita dalla propaganda iraniana noi europei restiamo sempre dei “servi del grande satana”.
Purtroppo, questo atteggiamento da struzzo, che nasconde la testa nell’illusione che il suo pingue corpo sia tutto al sicuro, continua a caratterizzare l’atteggiamento di molti europei di fronte alle crisi internazionali. In relazione, in particolare, alla conflittualità che dal 7 ottobre 2023 sta attraversando il Medio Oriente (con effetti negativi sin dall’inizio sulla libertà di navigazione attraverso Bab el Mandeb e, solo nelle ultime settimane, attraverso lo Stretto di Hormuz) la maggioranza dei governi europei ha assunto posizione “né con Hamas né con l’IDF”(fanno sicuramente eccezione solo i governi di Spagna e Irlanda, che parrebbero aver scelto invece decisamente di stare direttamente dalla parte di Hamas)
Purtroppo, sembra essere una caratteristica costante della politica europea nel confrontarsi con le crisi internazionali, quella di non volersi sbilanciare, non volersi“sporcare le mani” per avere compagni di strada che possono essere considerati “poco presentabili” (come molti considerano, a torto o a ragione, Trump o Netanyahu) anche se in fondo magari si pensi che quella strada potrebbe essere quella più conveniente anche per noi. Ritengo che il nostro modo di confrontarci con la crisi iraniana sia indicativo in questo senso.
Il mantenimento al potere di un regime teocratico i cui valori sono in contrapposizione con i nostri, che sponsorizza il terrorismo internazionale ed è da mezzo secolo una delle principali cause di instabilità nel Medio Oriente non è neanche nei nostri interessi, ma riteniamo che comunque non dovremmo affiancarci ad un presidente USA che (magari giustamente) non apprezziamo.
Purtroppo, su queste ambiguità sembra voler giocare proprio Trump. Soprattutto un Trump in crescente difficoltà in una campagna che ora presenta problemi che verosimilmente erano stati sottovalutarti in fase di pianificazione.
Infatti, Trump ha recentemente accusato la NATO di essere (se privata degli USA) una “tigre di carta” e ha rinfacciato agli alleati il mancato aiuto in relazione ad una non chiara attività che dovrebbe garantire la libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
In merito al primo punto, purtroppo, il POTUSha perfettamente ragione.
In merito al secondo, ha formalmente torto, ma non ha torto quando dichiara che la chiusura di Hormuz danneggia prioritariamente quei paesi che non vogliono impegnarsi militarmente per garantire la libertà di navigazione attraverso questo strategico choke point marittimo.
Partiamo dall’affermazione di Trump che, per quanto abrasiva, non possiamo non condividere.
La NATO senza gli USA non avrebbe il potere deterrente che ne costituisce il principale motivo di esistere. Lo vediamo anche in relazione alla difficoltà dei paesi europei nel continuare a supportare l’Ucraina dopo che, con il ritorno dell’amministrazione Trump, Washington è diventato molto meno sensibile alle richieste di Kiev.
Non si tratta solo dell’enorme potenziale militare convenzionale USA (di cui l’odierno imponente dispiegamento nel Golfo Persico fornisce solo una parziale idea), né solamente della sua indiscussa supremazia in campo nucleare. Si tratta soprattutto della percezione diffusa tra i potenziali avversari che Washington, in determinate circostanze (che ci sia Trump o chiunque altro nello Studio Ovale), potrebbe avere la volontà politica di utilizzare tale potenziale militare e sarebbe disposta ad accettare le implicazioni umane, economiche e politiche anche negative di una tale decisione. Tutte caratteristiche che i paesi europei, presi singolarmente o anche se riuniti nella traballante, verbosa e autoreferenziale UE non hanno e per molto tempo ancora non saranno, purtroppo, in grado di avere.
Appaiono evidenti la crescente divergenza degli interessi strategici USA da quelli dei paesi europei e la crescente insofferenza di Washington per il desiderio degli “alleati” di avere voce in capitolo in merito all’impiego dei propri assetti militari (come è, invece, chiaramente sancito in ambito Alleanza Atlantica). Si badi bene che il problema non è solo legato alla presidenza Trump e all’isolazionismo vagamente suprematista MAGA. Trump esprime solo con termini più crudi (e più comprensibili alla pancia del suo elettorato) gli stessi concetti che, espressi in maniera più melliflua, erano alla base dei rapporti transatlantici anche con i suoi predecessori.
Sarebbe, pertanto, urgente ed ineludibile per gli europei riuscire a costruire unacapacità politica e militare autonomache possa eventualmente operare a fianco degli USA, in quei casi in cui i reciproci interessi dovessero ancora coincidere, o essere credibile anche operando in autonomia dalloZio Sam. Compito non semplice, che richiede scelte impegnative, volontà politica, risorse (da sottrarre ad altri settori) e tempo.
Più volte su questa testata ho criticato il presidente Trump e il suo atteggiamento padronale nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Peraltro, fino a ché gli europei non riusciranno a dare forma ad un’alternativa credibile alla NATO, che Trump ci piaccia o meno, forse dovremmo tentare di far funzionare ciò che abbiamo (ovvero la NATO) con i membri che ci ritroviamo (soprattutto se quelli che ci sono magari “antipatici” sono i principali contributori dell’organizzazione e i soli che ne garantiscono la reale credibilità politica e militare).
Venendo ora alla seconda affermazione di Trump, ovvero che gli “alleati NATO” non hanno voluto assisterlo nel garantire il libero transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, traffico di fatto bloccato in conseguenza delle minacce iraniane. Parlo di minacce perché, di fatto, ad oggi non risulta essere stato messo in atto un reale blocco, ma sono le minacce (peraltro credibili degli Ayatollah) che inducono gli armatori a non tentare neanche il transito.
Formalmente l’accusa agli alleati appare infondata. Gli USA non si sono coordinati in ambito NATO con gli alleati prima di lanciare l’attacco all’Iran e questa non è una operazione NATO. Infatti, per essere tale avrebbe dovuto ottenere l’approvazione preventiva di tutti i 32 paesi membri. Procedura questa che fece venire l’orticaria a George W Bush quando decise l’attacco all’Afghanistan (2001) e poi all’Iraq (2003), operazioni per le quali, infatti, si avvalse di 2 coalizioni di volenterosi4a guida USA
Fin qui le regole e la forma
Peraltro, a livello puramente militare, non ritengo che a Trump servano davvero gli assetti navali degli alleati NATO per garantire le scorte convogli attraverso Hormuz ove si trattasse una operazione (non scevra di rischi) che lui volesse veramente mettere in piedi. Volendo potrebbe farlo con i soli assetti Usa, ma perché dovrebbe farlo e a beneficio di chi?
A livello politico, per contro, farebbe sicuramente comodo anche a Trump che un eventuale intervento per garantire il libero transito attraverso Hormuz coinvolgesse gli alleati e non venisse presentato come una iniziativa esclusivamente USA-Israele (ciò gioverebbe anche alle monarchie sunnite del Golfo, perché sarebbe dato meno risalto al ruolo dello Stato Ebraico, che non è particolarmente caro alle proprie masse).
Personalmente tenderei a ritenere che Trump, in fondo, si augurasse che gli europei gli voltassero le spalle e, forse anche per questo motivo, il contributo degli alleati è stato chiesto in maniera così sprezzante da spingere ad un prevedibile diniego (se non altro per motivi di dignità).
In realtà, temo che abbia cercato questo scontro con gli alleati europei con un occhio al prossimo Summit di capi di Stato e di Governo della NATO5, durante il quale molti si aspettano che Trump possa minacciare nuovamente di abbandonare Europa e Ucraina a sé stesse (magari anche rinfacciandoci il mancato aiuto per Hormuz).
Peraltro, non si può negare che il POTUS abbia ragione nel dire che saremmo noi europei ad avere bisogno della NATO più di quanto non ne abbia Washington e che saremmo sempre noi europei (che notoriamente non siamo seduti su una distesa di pozzi petroliferi) ad avere bisogno ben più degli USA della riapertura di Hormuz.
In un’ottica geopolitica più ampia, appare abbastanza chiaro che Trump punti prioritariamente a normalizzare i rapporti con la Russia. Ciò non perché sia amico di Putin, come alcuni lo accusano di essere (dubito che Trump, come qualsiasi capo di Stato di una superpotenza, vincoli la propria politica a eventuali rapporti di amicizia con chicchessia) ma al comprensibile fine allontanare Mosca dalla Cina. Cina che gli USA dalla fine del secolo scorso guardano come il loro principale e più pericoloso competitore, sia economico sia strategico e militare. Ai fini del suo riavvicinamento con Mosca, l’Ucraina e le posizioni fortemente antirusse assunte dagli europei vengono percepite da Trump come un inutile intralcio. Può essere, pertanto, strumentale creare anche ad hoc punti di attrito con gli europei per giustificare il suo disimpegno dalla questione ucraina.
Quella nel Golfo Persico non sarà forse la “nostra” guerra (ma l’Afghanistan e la Libia lo erano?), ma se l’Europa domani volesse chiedere l’aiuto degli USA per una “nostra” esigenza sarebbe pronta a farsi rispondere che dobbiamo cavarcela da soli?
No? E allora è il caso che o continuiamo a supportare Washington anche nelle “sue” guerre o ci attrezziamo urgentemente per non avere più bisogno dello Zio Sam per le “nostre” possibili future guerre.
In relazione alla questione iraniana, in ambito NATO, finora, ci si è limitati a consultarsi e a ribadire la validità della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 2817 del 20266(risoluzione che condanna gli attacchi dell’Iran contro Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania). Risoluzione ONU di denuncia degli attacchi iraniani che comunque è stata abbastanza blanda, tanto che Russia e Cina non hanno sentito il bisogno di porre il veto e si sono limitate ad astenersi in merito.
Peraltro, sarebbe utile ricordare che alcuni dei paesi che hanno subito attacchi dall’Iran sono da una ventina di anni formalmente e a tutti gli effetti partner della NATO ( Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti nel contesto della Istanbul Cooperation Initiative7e Giordania ed Israele nel contesto del Mediterranean Dialogue8), che alcuni di questi paesi partecipano regolarmente alle attività NATO e in passato hanno fornito propri contingenti, sia pure di limitata entità a operazioni sotto comando NATO, tra cui la missione ISAF in Afghanistan.
Forse, nel contesto attuale molti di loro (certamente non Israele) si sarebbero aspettati dall’Alleanza qualcosa di più di una simpatetica pacca sulla spalla.
È vero che i principali paesi europei (Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi ) insieme al Giappone hanno espresso la loro disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il “passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz e di essere disposti a contribuire a garantire il flusso del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Ma hanno anche dichiarato che ciò potrà avvenire solo nel quadro di una operazione ONU e solo dopo che siano cessate le ostilità. Inevitabile che la generosa offerta possa essere percepita come una garbata presa in giro da USA e paesi del Golfo.
È evidente che, nel contesto attuale, Cina e Russia, entrambe membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU ed entrambe legate all’Iran, non acconsentirebbero ad un mandato che potesse essere veramente efficace nel contrasto di azioni di Teheran. Inoltre, decenni di esperienza di operazioni ONU indicano l’incapacità di tale Organizzazione di gestire operazioni militari complesse. Infine, a Hormuz non si tratta di azioni condotte da gruppi paramilitari irregolari. Le minacce alla navigazione provengono da una entità statuale organizzata e gerarchicamente strutturata, la Repubblica Islamica Iraniana. Una volta che questa accettasse una tregua, non vi sarebbero più rischi per la navigazione commerciale e di converso nessun bisogno di scorte.
E se la NATO europea…
In questa fase complessa, però,i principali paesi europei della NATO dovrebbero, invece, spingere l’Alleanza ad avere un ruolo proprio nel Golfo.
Un ruolo politico-militare, si badi bene,sotto comando NATOe non USA, sia pure necessariamente in coordinamento con gli USA. Un intervento, quindi, gestito da una catena di comando e controllo che risalga come livello politico-militare al NATO HQ di Bruxelles e non alCentral CommandUSA.
Si tratterebbe di un intervento per dimostrare l’interesse euroatlantico alla sicurezza dei paesi arabi amici della NATO, che subiscono ora le peraltro prevedibili ritorsioni iraniane.
Non si dovrebbe trattare necessariamente di scorta convogli, potrebbero essere ad esempio un’attività di integrazione delle difese antimissile e antidrone dei paesi partner (attività già fatta da alcuni paesi europei a livello puramente nazionale) ma sarebbe importante, oggi, farlo come Alleanza Atlantica, per dimostrare che l’Alleanza esiste e che resta un partner affidabile, chiunque occupi lo Studio Ovale.
Si tratterebbe di una ipotesi politicamente e militarmente rischiosa? Certo.
I paesi partecipanti sarebbero esposti al rischio di essere considerati in guerra? Certo, ma non lo siamo già? I prezzi degli idrocarburi impazziti, le borse sulle montagne russe, andando su e giù con l’inflazione, il trasporto marittimo e l’operatività dei nostri porti a rischio, la possibilità di nuovi flussi migratori, dall’Iran stesso e anche dal Libano sono solo alcune forme di guerra ibrida cui siamo già soggetti.
Inoltre, non sarebbero già obiettivi della guerra ibrida iraniana le tante infrastrutture USA dislocate in Italia (Sigonella, Camp Darby, Aviano, Ghedi, Vicenza ecc.). Tutto ciò anche senza improbabili missili diretti alle nostre città.
Quindi, certamente ci sarebbero dei rischi, ma non maggiori di quelli cui il conflitto in corso già ci sottopone.
Peraltro, a livello difesa la NATO è ancora l’unica organizzazione di cui disponiamo. Sarebbe ottimo essere in grado di farne a meno e accucciarsi tranquilli sotto lo scudo protettivo della “difesa europea”. Ma ancora non ce lo possiamo permettere perché quello scudo purtroppo ancora non c’è. Per il momento, allora, magari potrebbe convenire affiancare gli USA quando conducono una operazione che, in fondo, è anche nei nostri interessi, anche se la conducono in una maniera che non ci piace.
Certamente Trump per primo vorrebbe mandare in soffitta l’Alleanza Atlantica, con i suoi riti e la sua burocrazia, e la nostra politica del “non è mai la nostra guerra” gli faciliterebbe enormemente il compito. Ma sarebbe , oggi, nei nostri interessi uno sganciamento USA dall’Alleanza?
In conclusione
Non sappiamo se gli USA riusciranno a portare l’Iran ad un vero accordo di pace nel Golfo che possa neutralizzare il regime teocratico fanatico di Teheran, regime che fa del terrorismo la propria arma principale e a ristabilire la sicurezza sia per Israele che per i paesi arabi del Medio Oriente. Temo che sarà molto difficile e poco probabile.
L’alternativa, però, è un Medio Oriente ancora più turbolento di quello attuale, con un rafforzamento della teocrazia criminale iraniana e l’estensione della protezione cinese alle ricche monarchie sunnite che né Washington né l’Europa sembrano essere state in grado di proteggere.
Sarebbe questo uno scenario più auspicabile per noi europei?
Non c’è dubbio alcuno che Trump potrebbe essere quanto di peggio si possa immaginare come alleato. Ma occorre ricordare che negli USA (a differenza, ad esempio, di Cina e Russia) esiste un bilanciamento di pesi e contrappesi costituzionali per limitare il potere delcommander in chiefchiunque egli sia (e poi ogni due anni il popolo si esprime).
Non sarebbe così se il vuoto di potere lasciato dagli USA nel Golfo Persico e in Medio Oriente venisse riempito da altri (es Cina).
1POTUS: President Of The United States
2Elezioni previste per novembre 2026, ma le campagne elettorali dei due schieramenti sono già in movimento
3Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.
4Operation Enduring Freedom (per l’Afghanistan) e Operation Iraqi Freedom (per l’Iraq)
5Previsto ad Ankara il 7 e 8 luglio 2026
6La UNSCR 2817 (2026) condanna gli attacchi dell’Iran contro Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania, ribadendo il sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e all’indipendenza politica di tali paesi
7Istanbul Cooperation Initiative (ICI), partenariato NATO per la collaborazione dell’Alleanza con alcuni paesi del Golfo Persico (Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti ) avviato nel 2004
8Mediterranean Dialogue (MD), partenariato NATO per la collaborazione dell’Alleanza con alcuni paesi della regione Mediterranea ( Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia) avviato nel 1994
L’articoloLa NATO sopravviverà alla guerra nel Golfo?proviene daDifesa Online.
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