L’accordo con l’Iran: successo o disfatta?
Non per smorzare gli entusiasmi del momento, ma questo memorandum of understanding rappresenta un successo o una disfatta per gli USA?
Ovviamente, per vedere cosa c’è scritto veramente dovremo aspettare il testo ufficiale, che sarà firmato solo venerdì (salvo prevedibili rinvii). Soprattutto, occorrerà attendere i successivi sessanta giorni da dedicare al vero negoziato (sessanta giorni che verosimilmente saranno ulteriormente protratti).
È forse prematuro tentare di valutare l’accordo raggiunto, ma alcuni elementi appaiono già incontrovertibili.
Intanto, si dimostra che gli USA hanno drammaticamente sottovalutato il contesto in cui hanno operato. È evidente che l’amministrazione Trump pensasse che il regime iraniano sarebbe crollato dopo la prima spallata militare. Non so se sperassero in una rivoluzione dal basso (che non c’è stata e, forse, non poteva neanche esserci dato il contesto di estremo e capillare controllo esercitato sulla popolazione da ben 47 anni) o in un colpo di stato interno che portasse al potere leadership laiche disponibili a trattare con gli USA (in realtà, almeno per il momento, parrebbero aver preso ancora più potere le fasce più estremiste all’interno delle strutture di Teheran). Probabilmente coinvolgendo i vertici militari e diplomatici nelle decisioni questi problemi sarebbero emersi in fase di pianificazione, consigliando approcci diversi.
Ma quando al comando c’è un uomo solo, peraltro pieno di sé, circondato da stuoli di yes men e yes women, non c’è né tempo né interesse per queste analisi. Soprattutto, se chi è al comando teme che i tecnici (percepiti come espressione del Deep State) tramino contro di lui.
L’Iran è stato in grado di resistere all’attacco USA e la resilienza del regime è stata il fattore vincente. L’amministrazione USA, dopo aver sottovalutato la resilienza del regime iraniano, non ha avuto neanche il coraggio di persistere nell’azione militare. Azione militare che, forse, qualche risultato in più avrebbe potuto ottenerlo.
Gli occhi sono ora tutti concentrati sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ovvero si spera di poter tornare alla situazione pre-conflitto. Ma non a spese dell’Iran e neanche a costo zero. Il pagamento per la riapertura avrà molteplici costi. Intanto, il riconoscimento di una specie di “diritto” dell’Iran sul traffico marittimo che vi transita. “Diritto” che non viene riconosciuto formalmente, ma che viene dato quasi per scontato e in relazione al quale si è disposti ad attenuare/cancellare le sanzioni commerciali a suo tempo imposte al regime degli Ayatollah. Inoltre, l’apertura non sarà immediata, ci vorrà almeno un mese. Lo sminamento (delle mine messe in loco dall’Iran) avverrà a spese dei paesi occidentali (UE? Accozzaglia di “volenterosi” europei?)
In merito al programma nucleare iraniano, presentato come il motivo alla base dell’attacco1, di fatto non c’è alcun accordo, se non l’accettazione di negoziare l’argomento. Quali sarebbero le armi che Washington potrebbe utilizzare per fare pressioni su Teheran, durante questi ulteriori mesi di negoziato, e che non aveva da marzo a oggi? Certo non il ritorno alla pressione militare, arma ormai spuntata e minaccia poco credibile (anche perché Trump prima o poi dovrà ridurre l’imponente struttura militare che aveva inviato di fronte al Golfo Persico). Anche qui il tempo gioca a favore di Teheran.
Si parla di negoziare sulle riserve di uranio arricchito detenute dall’Iran e di moratorie (non è ben chiaro di quanti anni) per riprendere il processo di arricchimento. Chi scrive teme che i negoziati verranno prolungati di scadenza in scadenza (magari sino a fine mandato di Trump) e che, ove si dovesse veramente giungere ad un accordo al riguardo, i termini di tale accordo potrebbero essere molto più favorevoli all’Iran di quanto non lo fosse il JCPOA2 del 2015 (accordo da cui gli USA uscirono nel 2018, durante la prima presidenza Trump).
Purtroppo, non si parla neanche dei programmi missilistici dell’Iran, che costituiscono una minaccia regionale più immediata di quella nucleare.
Accettando di estendere la validità dell’accordo al Libano, si riconosce di fatto l’autorità di Teheran sul Paese dei Cedri (quasi fosse una sua colonia o protettorato).
Non si fa esplicito riferimento alle azioni destabilizzanti che Teheran conduce per mezzo dei suoi proxy (Hamas, Hezbollah, Houthi) di fatto riconoscendo alla Repubblica Islamica il diritto di continuare a destabilizzare a suo piacimento sia i paesi della regione sia la libertà di traffico marittimo (non solo attraverso Hormuz, ma anche attraverso Bab el Mandeb)
In sostanza il regime iraniano ne esce più forte3
La credibilità USA nella regione appare sicuramente danneggiata. Gli USA hanno lanciato una massiccia operazione militare contro un paese che, tra l’altro, non disponeva di forze militari convenzionali comparabili, ma non hanno saputo valutare né la capacità di resilienza dell’avversario né i risultati realisticamente conseguibili con un’azione soltanto di bombardamento, vincolata dall’esigenza politica di non correre rischi di perdite umane.
Nel frattempo, gli USA non si sono dimostrati in grado di proteggere i paesi arabi che fornivano loro basi e assistenza.
Dopo una campagna militare che non ha saputo né voluto conseguire risultati significativi, l’attività negoziale è stata affidata non a diplomatici professionisti con conoscenza della regione ma all’accoppiata Witkoff e Kushner, che si era già dimostrata non all’altezza in relazione alle crisi irrisolte russo-ucraina e di Gaza.
Infine, l’idea stessa di “regime change” è stata messa in naftalina e quei civili iraniani che si erano fidati delle promesse di Trump a gennaio e a febbraio, ove fossero ancora vivi, manterranno un ricordo certo non positivo della superpotenza USA.
Israele (che non è stato coinvolto nel negoziato ma a cui dovrebbero applicarsi gli esiti dello stesso) non può non rendersi conto che non può continuare a far affidamento sul supporto incondizionato degli USA. Come abbiamo già scritto4, la sicurezza del suo confine settentrionale è un problema che Israele dovrà risolvere con o senza il sostegno di Washington
Il Libano (incluso nell’accordo USA-Iran) si vede formalmente considerato come un protettorato di Teheran. Cosa che farà forse piacere alla componente sciita della popolazione, ma certo non ai cristiani e ai sunniti. Questa situazione, ovviamente, non sarà gradita neanche dall’Arabia Saudita, che aveva mire di maggior collaborazione con Beirut.
Le Monarchie del Golfo, preso atto della incapacità degli USA di garantirne la protezione dagli attacchi iraniani, probabilmente si stanno già muovendo per ristabilire rapporti di collaborazione almeno commerciale con l’Iran
La Turchia, che in ambito sunnita si è posta come guida del movimento ostile allo Stato di Israele, vista la ritirata USA, verosimilmente consoliderà le proprie relazioni con l’Iran, non solo in funzione antisraeliana, ma anche ai danni dei curdi e con mire di ripristinare le reciproche influenze in Iraq e Siria.
La Cina, che avrebbe potuto essere la grande svantaggiata in caso di una operazione USA che avesse avuto successo, guarda soddisfatta, non ha speso un singolo yuan per questa crisi, Hormuz riapre a spese americane e i paesi del Golfo, che magari si sentono orfani del supporto americano, incominciano a guardare Pechino con occhi diversi
Trump festeggia…
Ma se alla fine di un conflitto (che peraltro hai iniziato tu) la tua situazione è peggiore o uguale a come era prima, allora è semplice: quel conflitto lo hai perso!
1 Chi scrive ha sempre ritenuto che la reale motivazione per gli Usa fosse tentare di sottrarre l’Iran alla sfera di influenza cinese (USA-Iran: un accordo che soddisfa solo Teheran? – Difesa Online)
2 Joint Comprehensive Plan of Action
3 Esito che purtroppo era prevedibile già da qualche tempo (USA-Iran: un accordo che soddisfa solo Teheran? – Difesa Online)
4 La corsa contro il tempo di Israele in Libano – Difesa Online
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Non per smorzare gli entusiasmi del momento, ma questo memorandum of understanding rappresenta un successo o una disfatta per gli…
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