Le vere paure di Putin
Da oltre ventisei anni Vladimir Putin governa la Russia costruendo attorno a sé un sistema fondato sul controllo, sulla paura e sull’idea della forza. In Occidente, però, si continua spesso ad analizzare il Cremlino partendo da una domanda sbagliata: come fermare Putin dall’esterno. Forse sarebbe più utile chiedersi un’altra cosa: di cosa ha realmente paura Putin? Per rispondere, conviene partire dal metodo inverso. Capire, innanzitutto, chi e cosa, con ogni probabilità, non teme più.
Non sembra temere gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump. Il Cremlino è convinto che Donald Trump consideri la politica internazionale soprattutto come una gigantesca trattativa commerciale. Nella visione di Mosca, tutto diventa negoziabile: sanzioni, alleanze, territori, sicurezza europea. Putin conosce bene la psicologia del presidente americano e sa quanto l’adulazione personale possa trasformarsi in uno strumento diplomatico più efficace di qualsiasi pressione politica.
Non teme neppure l’Europa. O meglio: non teme un’Europa realmente unita perché ritiene che, nei fatti, non esista. Per anni Mosca ha lavorato per alimentare divisioni interne tra governi, partiti, movimenti populisti e interessi economici. E continua a considerare molte società europee troppo spaventate dall’idea di uno scontro diretto con una potenza nucleare per accettare sacrifici prolungati.
Nemmeno l’Ucraina rappresenta, probabilmente, una minaccia esistenziale agli occhi del Cremlino. Putin ha ormai compreso che una vittoria totale contro Kyiv è irraggiungibile. Tuttavia, ritiene allo stesso tempo che l’Ucraina, da sola, non abbia la capacità di infliggere una sconfitta strategica alla Russia. La profondità territoriale, la superiorità numerica e soprattutto il più grande arsenale nucleare del mondo restano, nella logica del Cremlino, la garanzia ultima della sopravvivenza del regime.
Non teme l’opposizione russa, praticamente distrutta. Gli oppositori indipendenti sono stati incarcerati, assassinati, ridotti all’esilio o al silenzio. La cosiddetta opposizione sistemica è ormai parte integrante del meccanismo di potere. Non esiste più una reale alternativa politica organizzata capace di mobilitare milioni di cittadini.
Non teme gli oligarchi. Negli anni tutti hanno imparato la stessa lezione: si può essere immensamente ricchi solo finché non si entra in collisione con il Cremlino. La sorte di Mikhail Khodorkovsky è diventata un messaggio permanente per l’intera élite economica russa.
Non teme la burocrazia statale, che sopravvive grazie al sistema attuale. Né le forze di sicurezza, divenute una delle componenti più privilegiate e potenti della Russia contemporanea. FSB, Guardia Nazionale, apparati militari e intelligence sanno perfettamente che un eventuale crollo del regime potrebbe travolgere anche loro.
E soprattutto Putin non sembra avere paura del popolo russo. Per decenni la società è stata educata alla passività politica, alla convinzione che il singolo individuo non possa cambiare nulla. Repressione, propaganda e assenza di strumenti democratici reali hanno ridotto enormemente il rischio di proteste di massa.
Di cosa ha paura, allora, Vladimir Putin?
Probabilmente di due sole cose.
La prima è un attentato.
Più il potere si concentra nelle mani di un uomo, più quell’uomo finisce per diffidare di tutto e di tutti. Il livello di sicurezza personale di Putin ha raggiunto da tempo dimensioni quasi ossessive. Tavoli interminabili, isolamento fisico, cerchie ristrettissime, controlli continui, percorsi segreti, protezione multilivello: ogni dettaglio racconta la paura costante di un attacco proveniente non soltanto dall’esterno ma anche dall’interno.
La storia russa, del resto, pesa come un’ombra permanente sul Cremlino. Zar, segretari generali e leader sovietici hanno sempre saputo che il vero pericolo spesso non arriva dal nemico straniero, ma dagli uomini che siedono nello stesso palazzo.
La seconda paura, ancora più paradossale, è la fine della guerra.
Per anni il conflitto ha consentito al Cremlino di militarizzare la società, soffocare il dissenso, giustificare la repressione e alimentare una mobilitazione patriottica permanente. Ma prima o poi centinaia di migliaia di uomini torneranno dal fronte.
Molti provengono dalle regioni più povere della Russia, dove gli stipendi medi restano drammaticamente bassi e le prospettive sociali quasi inesistenti. Per una parte significativa della popolazione il servizio militare è diventato l’unico ascensore sociale disponibile.
Quando quei soldati torneranno a casa, troveranno però la stessa miseria che avevano lasciato. Le stesse città depresse. Le stesse periferie abbandonate. Le stesse promesse mai mantenute.
Soprattutto torneranno uomini abituati alla violenza, alle armi e alla brutalità quotidiana della guerra.
Molti inizieranno inevitabilmente a porsi domande pericolose. Per cosa abbiamo combattuto? Perché sono morti i nostri compagni? Perché ci era stata promessa grandezza e troviamo soltanto povertà?
Per qualsiasi regime autoritario, il ritorno simultaneo di centinaia di migliaia di veterani armati di rabbia, esperienza militare e senso di tradimento rappresenta un rischio enorme.
Non è un caso che la Russia post-sovietica abbia sempre avuto enormi difficoltà nel gestire i reduci dell’Afghanistan e della Cecenia. La guerra crea strumenti utili al potere durante il conflitto, ma può trasformarsi in un detonatore sociale quando il conflitto termina.
Forse è proprio questo il paradosso più inquietante del sistema costruito da Putin: la guerra è diventata indispensabile per la sopravvivenza politica del regime, ma la sua conclusione potrebbe aprire fratture interne che il Cremlino teme molto più delle pressioni occidentali.
Ed è probabilmente lì, più che a Washington, Bruxelles o Kyiv, che si nasconde oggi la vera fragilità del potere russo.
L’articolo Le vere paure di Putin proviene da Difesa Online.
Da oltre ventisei anni Vladimir Putin governa la Russia costruendo attorno a sé un sistema fondato sul controllo, sulla paura…
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