L’eredità di Prigozhin è diventata un’arma di Stato
Tre anni dopo la morte di Evgenij Prigozhin, il sistema che aveva costruito non è scomparso. È stato assorbito. Il Cremlino ha eliminato l’uomo che, con la marcia su Mosca del giugno 2023, aveva sfidato apertamente il vertice militare russo, ma ha conservato ciò che di quella macchina poteva ancora servire: combattenti, contatti politici, reti economiche, propagandisti, specialisti dell’influenza e uomini abituati a muoversi nella zona grigia tra attività militare, intelligence e operazioni clandestine. L’impero personale di Prigozhin è stato smembrato, ma molte delle sue funzioni sono state redistribuite tra ministero della Difesa, servizi di intelligence e altre strutture dello Stato russo. Wagner, in altre parole, è diventata meno visibile ma, sotto molti aspetti, più statale.
Il passaggio è particolarmente evidente in Africa. Nel Sahel, l’Africa Corps controllato dal ministero della Difesa russo ha progressivamente sostituito Wagner, ereditandone uomini, relazioni e parte dei contratti. La differenza è sostanziale: Wagner conservava margini di autonomia e dipendeva in larga misura dalla capacità personale di Prigozhin di negoziare con governi, signori della guerra e apparati locali; l’Africa Corps risponde invece in modo molto più diretto allo Stato russo. Il prodotto offerto, tuttavia, è rimasto simile: protezione militare al regime, addestramento, armamenti, supporto politico e informativo, in cambio di accesso, influenza e opportunità economiche.
Il Mali rappresenta uno dei casi più significativi. Dopo il progressivo ritiro francese, Mosca ha occupato lo spazio lasciato libero proponendosi come partner disposto a sostenere la giunta senza subordinare l’assistenza a condizioni riguardanti democrazia, diritti umani o controllo civile delle forze armate. È una formula politicamente attraente per governi nati da colpi di Stato. Ma il limite del modello è diventato evidente. Nel 2026 l’Africa Corps è stato costretto a concentrare una parte crescente delle proprie risorse sulla protezione della capitale, delle basi e delle linee logistiche. Più che esportare sicurezza, Mosca finisce così per esportare capacità di sopravvivenza del regime.
È una distinzione importante. La Russia non ha necessariamente bisogno di pacificare un Paese per ottenere un risultato strategico: può bastarle rendere il governo locale dipendente dal proprio sostegno. In questo modo conquista accesso politico, presenza militare, appoggi nelle sedi internazionali e possibilità di inserirsi nei settori minerario ed energetico. In Mali gli interessi russi si estendono all’oro e al litio; in altri Paesi si intrecciano con concessioni, forniture militari e infrastrutture. Gli avvenimenti più recenti in Niger sembrano confermare ulteriormente questa funzione. Le forze dell’Africa Corps sono intervenute al fianco delle autorità di Niamey durante una grave crisi interna alle forze armate, mostrando ancora una volta come il valore del dispositivo russo si misuri quasi esclusivamente nella capacità di garantire la permanenza al potere di governi amici.
La Repubblica Centrafricana costituisce invece un’eccezione interessante. Qui le strutture riconducibili all’esperienza Wagner non sono state completamente assorbite dall’Africa Corps. Le autorità di Bangui hanno preferito mantenere un sistema che conoscono da anni e che considerano efficace, anche perché il vecchio modello consentiva di compensare la protezione militare attraverso l’accesso alle risorse naturali anziché con pagamenti esclusivamente finanziari. È proprio nella Repubblica Centrafricana che il modello “sicurezza in cambio di risorse” ha raggiunto la sua forma più compiuta: protezione del presidente, addestramento delle forze locali, influenza sui media e, parallelamente, interessi nell’oro, nei diamanti e nel legname. Dopo la morte di Prigozhin questa architettura non è stata smantellata. Al contrario, le strutture statali russe hanno cercato progressivamente di inserirvisi, sovrapponendo il controllo degli apparati di Mosca alle reti costruite negli anni precedenti.
L’aspetto più inquietante dell’eredità di Prigozhin, tuttavia, emerge quando si esce dall’Africa. Il valore della sua organizzazione non consisteva soltanto nella disponibilità di alcune migliaia di mercenari, ma nella presenza di personale addestrato a operare senza uniforme, a costruire reti, reclutare fonti, organizzare campagne informative e preparare azioni clandestine. Queste competenze sono trasferibili. Ed è proprio ciò che sembra essere accaduto anche in Moldova e nei Balcani.
Nell’estate del 2024 un gruppo di giovani moldavi fu addestrato in un campo nei pressi di Banja Luka, in Bosnia ed Erzegovina, da istruttori russi, alcuni dei quali collegati in precedenza alle strutture di Wagner. Il programma comprendeva l’impiego di droni, tecniche per superare cordoni di polizia e modalità di organizzazione di disordini. Successivamente il campo fu trasferito in Serbia. Le autorità moldave hanno poi indicato diversi cittadini russi come partecipanti all’operazione, mentre ulteriori ricostruzioni hanno evidenziato i legami di alcuni istruttori con precedenti attività condotte in Africa. Il punto non è soltanto la singola operazione. È la continuità degli uomini e dei metodi: specialisti che ieri operavano nella Repubblica Centrafricana possono essere impiegati domani nei Balcani, cambiando teatro ma non necessariamente funzione.
La stessa logica compare nelle operazioni di sabotaggio attribuite dagli apparati europei alla Russia. Canali Telegram, intermediari anonimi e piccoli compensi permettono di reclutare esecutori locali per incendi, vandalismi, ricognizioni o altre azioni destabilizzanti. Non servono necessariamente ufficiali dell’intelligence con copertura diplomatica né squadre clandestine composte interamente da professionisti. Basta una struttura capace di individuare persone vulnerabili o motivate, assegnare un compito, pagare in criptovalute e mantenere sufficiente distanza tra il mandante e l’esecutore. È la versione europea di una lezione già sperimentata altrove: ottenere un effetto politico o operativo riducendo al minimo l’impronta direttamente riconducibile allo Stato.
Per questo sarebbe un errore considerare la morte di Prigozhin come la fine di Wagner. È finito un centro di potere personale che il Cremlino non poteva più tollerare, non il metodo che quel centro aveva costruito. Mosca ha fatto ciò che spesso fanno gli apparati autoritari con le organizzazioni divenute troppo autonome: ha eliminato il vertice e nazionalizzato le capacità utili. Il risultato è una rete meno dipendente da un singolo protagonista e più facilmente integrabile nelle esigenze della politica estera e dell’intelligence russa.
L’eredità di Prigozhin, dunque, non è una compagnia militare privata sopravvissuta al proprio fondatore. È un modello operativo: forza militare, influenza politica, propaganda, accesso alle risorse, reclutamento di intermediari e negabilità. Dall’Africa ai Balcani, fino alle operazioni clandestine in Europa, ciò che resta di Wagner mostra come il Cremlino abbia trasformato un’anomalia del sistema russo in uno strumento del sistema stesso. Ed è probabilmente questa la parte più pericolosa della sua eredità.
L’articolo L’eredità di Prigozhin è diventata un’arma di Stato proviene da Difesa Online.
Tre anni dopo la morte di Evgenij Prigozhin, il sistema che aveva costruito non è scomparso. È stato assorbito. Il…
L’articolo L’eredità di Prigozhin è diventata un’arma di Stato proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
