L’Europa nella nuova Guerra Fredda: Alleato, teatro o attore?
Se in Spazio, potenza e deterrenza nel XXI secolo: una nuova guerra fredda? è stata delineata la cornice della competizione strategica contemporanea, e in Dalla deterrenza alla “zona grigia”: come combattono oggi le grandi potenze ne sono state analizzate le modalità operative, la domanda che ora si impone è anche la più scomoda: quale ruolo occupa l’Europa in questo nuovo confronto tra grandi potenze?
Alleato? Teatro? Attore autonomo?
Non siamo di fronte a una replica simmetrica del confronto bipolare novecentesco, ma di una competizione sistemica multilivello, nella quale dimensioni militari, economiche, tecnologiche e normative si sovrappongono in modo permanente, confermando la natura multidominio del confronto contemporaneo.
L’Europa è tutte e tre le cose, ma non pienamente nessuna, e la risposta non è teorica, bensì strutturale. Non è una periferia della competizione, ma il principale punto di contatto tra potenze nucleari. Il protrarsi del conflitto in Ucraina lo dimostra: la linea di frizione tra l’Alleanza Atlantica e la Federazione Russa attraversa la parte orientale del continente, trasformando lo spazio europeo in un’area di deterrenza avanzata permanente.
Per gli Stati Uniti, l’Europa rappresenta un asset che garantisce profondità strategica, piattaforma logistica, base industriale e nodo politico essenziale. Per la Federazione Russa, costituisce il fronte attraverso cui indebolire l’architettura occidentale. Per la Cina, l’Europa è al tempo stesso mercato di sbocco, partner tecnologico e spazio di influenza normativa, attraverso cui incidere sugli standard globali e sulle regole del commercio internazionale. L’Europa è dunque simultaneamente alleanza sul piano politico-militare, territorio sul piano operativo e obiettivo sul piano economico-tecnologico. Questa ambiguità ne definisce la condizione attuale.
L’Alleanza Atlantica resta il principale strumento di deterrenza sul continente. Interoperabilità, standard comuni, comando integrato, presenza avanzata: nessuna struttura europea autonoma offre oggi equivalenti funzionali. Tuttavia, la forza militare dell’Alleanza convive con una fragilità politica crescente. Le percezioni della minaccia divergono; le priorità strategiche non coincidono; la dipendenza da capacità statunitensi – intelligence, difesa aerea, trasporto strategico, comando – rimane strutturale.
Le recenti dinamiche politiche statunitensi, incluse iniziative come il cosiddetto “Board of Peace”, non rappresentano una rottura, ma la formalizzazione di una tendenza già in atto: l’impegno americano in Europa è sempre più selettivo e condizionato. È un cambiamento che non riduce la centralità della NATO, ma ne modifica profondamente la natura politica. La garanzia di deterrenza resta operativa, ma non è più automatica. Questo non significa un disimpegno statunitense dall’Europa, ma una trasformazione del rapporto: da garanzia implicita a impegno condizionato, fondato su reciprocità e contributo proporzionale. In questo contesto, l’Europa si trova in una posizione paradossale: indispensabile all’Alleanza, ma non autonoma al suo interno.
La competizione contemporanea non si gioca soltanto sul piano militare. Le recenti politiche tariffarie statunitensi verso partner europei mostrano come la leva economica sia ormai parte integrante della pressione strategica. L’introduzione di dazi può essere interpretata, in chiave di teoria dei giochi, come una mossa che altera l’equilibrio negoziale in un gioco a somma non nulla. Se l’Europa reagisce in modo frammentato, il vantaggio strategico e politico ricade su Washington. Se reagisce in modo unitario, è costretta ad accelerare la propria integrazione economica e industriale. In entrambi i casi, chi prende l’iniziativa definisce il ritmo e le condizioni del confronto.
La risposta europea, al contrario, appare disomogenea: sensibilità economiche divergenti, priorità nazionali non allineate, assenza di un centro decisionale unico. La frammentazione riduce il potere contrattuale e rafforza l’immagine di un attore più normativo che strategico. La pressione economica, come la deterrenza militare, diventa così parte della medesima architettura competitiva.
Da anni il dibattito europeo evoca l’autonomia strategica. Ma autonomia rispetto a chi? E in quale ambito?
L’autonomia strategica non implica necessariamente separazione dall’Alleanza Atlantica, ma una maggiore capacità di contribuire ad essa in modo equilibrato. Tuttavia, senza una convergenza politica tra gli Stati membri, ogni avanzamento tecnico rischia di restare incompiuto.
Sul piano delle capacità militari, i progressi sono reali ma insufficienti. Gli investimenti crescono, ma restano lacune significative nei settori ad alta intensità tecnologica e nel comando integrato.
Sul piano politico, manca ancora una volontà condivisa di accettare costi, rischi e responsabilità.
Il vero nodo non è tecnico, ma politico-decisionale: Chi comanda? Con quale legittimità? In quali tempi? Senza una risposta condivisa a queste domande, l’autonomia strategica non può tradursi in sovranità operativa, ogni avanzamento tecnico resta privo di un centro di gravità, e resta un progetto incompiuto, sospeso tra dichiarazione d’intenti e realtà operativa.
Tre scenari appaiono plausibili nel medio periodo:
- un’Europa più integrata, capace di rafforzare la propria base industriale della difesa, coordinare le politiche estere e contribuire all’Alleanza come partner più equilibrato;
- un’Europa marginalizzata, progressivamente dipendente dalle scelte altrui, reattiva più che proattiva, terreno di competizione economica e tecnologica;
- un’Europa come spazio di confronto permanente: non necessariamente teatro di guerra aperta, ma piattaforma avanzata di deterrenza, pressione ibrida e competizione tecnologica tra potenze esterne.
La nuova Guerra Fredda non chiede all’Europa di scegliere tra guerra e pace. Chiede di scegliere tra irrilevanza e responsabilità strategica. Senza una decisione politica chiara, l’Europa resterà oggetto della competizione, non soggetto. Continuerà a essere spazio conteso, piattaforma operativa e mercato strategico, ma non centro di gravità decisionale. Nel XXI secolo lo spazio strategico non è neutrale: o è organizzato politicamente, oppure viene organizzato da altri. E l’Europa, oggi, non può più permettersi di delegare questa scelta.
La trilogia si chiude così dove tutto converge: la competizione globale è anche una prova di maturità strategica per il continente che ne costituisce il principale punto di equilibrio – o di frizione. L’Europa deve decidere se restare oggetto della competizione o assumerne finalmente il peso politico.
(* l’autore è ufficiale e docente di storia militare)
Bibliografia
- Aron, R. (2003), Peace and War: A theory of International Relations, Routledge.
- Bull, H. (2012), The Anarchical Society: A Study of Order in World Politics, Palgrave Macmillan.
- Ikenbarry, J. (2001), After Victory: Institutions, Strategic Restraint, and the Rebuilding of Order After Major Wars, Princeton University Press.
- Mazarr, M. J. (2015), Mastering the Grey Zone: Understanding a Changing Era of Conflict, US Army University Press. Disponibile su: https://press.armywarcollege.edu.
- Colby, E. A. (2021), The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press.
- Rynning S. (2024), NATO: From Cold War to Ukraine, a History of the World’s Most Powerful Alliance, Yale University Press.
- Biscop S. (2024), This is Not a New World Order: Europe Rediscovers Geopolitics from Ukraine to Taiwan, OWL Press.
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