Libertà di stampa? L’Italia è dietro l’Ucraina
La guerra iniziata il 24 febbraio 2022 non è stata soltanto combattuta nelle trincee del Donbass, nei cieli ucraini e nel Mar Nero.
Prima di essere cinetica, è stata cognitiva.
Ha colpito la percezione della realtà, la fiducia nelle istituzioni, la credibilità dei media, la coesione delle società occidentali e la capacità dei cittadini di distinguere un fatto verificato da una manipolazione.
In questo conflitto le armi non sono soltanto missili e droni. Sono immagini private del contesto, mezze verità, falsi documenti, reti automatizzate, pressioni economiche, delegittimazione dei giornalisti e sfruttamento di ogni contraddizione interna.
Dopo quattro anni e mezzo, la domanda è dunque inevitabile:
L’Italia ha reso il proprio sistema informativo più libero, credibile e resistente alla manipolazione?
I dati disponibili indicano il contrario.
L’indice che misura il terreno della battaglia
Il World Press Freedom Index di Reporter senza frontiere non è un indice completo della guerra cognitiva e non misura direttamente l’efficacia della propaganda russa, cinese o di altri attori.
Misura però il terreno sul quale la guerra cognitiva viene combattuta: la libertà e l’autonomia del sistema dell’informazione.
La metodologia assegna a ogni Paese un punteggio da 0 a 100, dove 100 rappresenta la situazione migliore, sulla base di cinque indicatori: contesto politico, condizioni economiche, quadro giuridico, contesto socioculturale e sicurezza dei giornalisti. I cinque punteggi hanno lo stesso peso nel risultato complessivo.
Una stampa libera non rende automaticamente immune una società dalla disinformazione. Una stampa debole, precaria, intimidita o percepita come dipendente dal potere rende però assai più semplice il lavoro di chi vuole distruggere la fiducia dei cittadini.
Dal 2022 al 2026 l’Italia è peggiorata
Nel 2022 l’Italia si trovava al 58° posto su 180 Paesi, con un punteggio complessivo di 68,16.
Nel 2026 si trova al 56° posto, con 65,16 punti. La graduatoria relativa sembra quindi “migliorata di due posizioni”, ma il punteggio assoluto è peggiorato di tre punti. Questo significa che l’Italia è salita soltanto perché altri Paesi hanno registrato risultati ancora peggiori.
Il confronto tra i singoli indicatori è ancora più significativo:
- contesto politico: da 65,89 a 58,81;
- condizioni economiche: da 47,52 a 48,72;
- quadro giuridico: da 73,93 a 68,81;
- contesto socioculturale: da 80,00 a 62,51;
- sicurezza: da 73,48 a 86,92.
In quattro anni e mezzo si è registrato un miglioramento rilevante nella sicurezza fisica e un leggerissimo progresso nelle condizioni economiche.
Sono invece peggiorati il contesto politico, quello legislativo e, soprattutto, quello socioculturale, crollato di 17,49 punti.
È proprio quest’ultimo dato a rappresentare il segnale più preoccupante per una società sottoposta a guerra cognitiva. Una crescente polarizzazione, l’ostilità verso chi informa e la delegittimazione preventiva delle fonti giornalistiche non distruggono soltanto la stampa: distruggono la possibilità stessa di costruire una base comune di fatti.
Peggio dell’Ucraina: non è un’esagerazione
Nel World Press Freedom Index 2026 l’Ucraina occupa il 55° posto, con 66,10 punti.
L’Italia è al 56°, con 65,16.
L’Ucraina, Paese sottoposto da oltre quattro anni a invasione, bombardamenti, occupazione territoriale e legge marziale, precede quindi l’Italia nella classifica complessiva.
Il confronto dettagliato mostra che non si tratta di una semplice differenza di una posizione:
L’Ucraina supera l’Italia in quattro indicatori su cinque: politico, economico, giuridico e socioculturale.
L’Italia conserva un ampio vantaggio soltanto nella sicurezza fisica dei giornalisti, un risultato comprensibile considerando che in Ucraina i reporter lavorano sotto i bombardamenti, nelle zone di combattimento e nei territori minacciati dall’occupazione.
In altre parole, eliminando proprio la componente inevitabilmente condizionata dalla guerra cinetica, il sistema informativo ucraino ottiene risultati migliori di quello italiano in tutti gli altri parametri.
Reporter senza frontiere definisce il panorama mediatico ucraino “diversificato e resiliente” e rileva che le testate indipendenti riescono a fornire informazioni affidabili e a contrastare la disinformazione, nonostante la guerra ne minacci la sopravvivenza economica e materiale.
L’Ucraina non è un modello perfetto. La legge marziale comporta limitazioni, lo Stato ha assunto un ruolo centrale nell’ecosistema mediatico e permangono criticità nell’accesso alle informazioni. Tuttavia, un Paese invaso ha costruito una resilienza informativa valutata complessivamente migliore di quella italiana.
L’Italia contro la “disinformazione”
La guerra cognitiva mira a modificare il modo nel quale individui e comunità percepiscono la realtà e prendono decisioni.
Per contrastarla non basta rimuovere qualche profilo falso, pubblicare una smentita ministeriale o definire “disinformazione” ciò che contraddice la versione istituzionale.
La prima linea difensiva è la fiducia.
Quando le istituzioni comunicano soltanto ciò che conviene, quando le domande scomode vengono considerate ostili, quando i giornalisti dipendono economicamente da pochi editori o dalla pubblicità istituzionale, ogni narrazione avversaria trova un terreno già pronto.
L’avversario non deve convincere tutti della propria versione. Gli basta convincere una parte crescente della popolazione che nessuna fonte sia credibile, che tutti mentano e che ogni fatto sia soltanto un’opinione di parte.
Da quel momento non esiste più una società informata, esistono soltanto comunità reciprocamente ostili, ciascuna chiusa nel proprio sistema di conferme.
Il problema politico e il servizio pubblico
Secondo l’indice RSF, il punteggio italiano relativo al contesto politico è sceso da 65,89 nel 2022 a 58,81 nel 2026.
Reporter senza frontiere segnala fenomeni di autocensura dovuti alla linea editoriale o al timore di azioni legali, crescenti interferenze politiche nei media pubblici e, in particolare, una ripresa delle ingerenze dirette sulla RAI. L’organizzazione critica inoltre la cosiddetta “legge bavaglio”, che limita la pubblicazione del testo delle ordinanze che applicano misure cautelari personali fino alla conclusione delle indagini preliminari o al termine dell’udienza preliminare.
Anche la relazione 2026 della Commissione europea sullo Stato di diritto rileva che la riforma della governance e delle norme di finanziamento della RAI è ancora in esame presso la commissione competente del Senato e non ha concluso il primo passaggio parlamentare. Pur riconoscendo ulteriori progressi, la Commissione segnala che permangono preoccupazioni sui rischi per il funzionamento indipendente e la sostenibilità finanziaria dell’emittente pubblica.
In una guerra cognitiva, un servizio pubblico percepito come bottino della maggioranza di turno diventa una vulnerabilità.
Non importa neppure che ogni accusa di faziosità sia fondata. È sufficiente che la dipendenza politica sia strutturalmente plausibile perché una parte del pubblico smetta di considerare credibile l’informazione pubblica.
Giornalisti economicamente deboli e quindi più vulnerabili
Il punteggio economico italiano rimane il peggiore tra i cinque indicatori: 48,72.
Secondo RSF, il settore dipende sempre più dalla pubblicità e dai sussidi pubblici, mentre il declino delle vendite della stampa alimenta precarietà e riduce autonomia e dinamismo delle redazioni.
La Commissione europea riporta retribuzioni annue lorde medie di circa 17.000 euro per i freelance e 11.000 euro per i giornalisti con contratti a tempo determinato, condizioni che aumentano la vulnerabilità economica di chi lavora nell’informazione.
Un giornalista senza stabilità economica dispone di meno tempo per verificare, indagare e resistere alle pressioni. Una redazione impoverita dipende maggiormente dai comunicati, dalle agenzie, dagli inserzionisti e dalle fonti istituzionali.
La precarietà non è soltanto un problema sindacale. È un moltiplicatore della guerra cognitiva.
Querele, cause temerarie e riforme che non arrivano
Nel 2025 sono stati documentati 93 casi di azioni legali tese a bloccare la partecipazione pubblica, le cosiddette cause temerarie, contro giornalisti italiani. La base giuridica per recepire la direttiva europea anti-SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation) è stata approvata nell’aprile 2026, ma il percorso applicativo non risultava ancora completato al momento della relazione europea.
Sulla riforma della diffamazione non si è registrato alcun ulteriore progresso. Il progetto continua a prevedere misure che, secondo gli operatori del settore, potrebbero produrre un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa, comprese sanzioni pecuniarie elevate.
La censura più efficace non è sempre quella imposta formalmente dallo Stato. Può essere la decisione preventiva di non pubblicare un’inchiesta perché il giornalista o la testata non hanno le risorse necessarie per affrontare anni di contenzioso.
Intimidazioni in aumento
Nei primi sei mesi del 2025 gli atti intimidatori contro i giornalisti sono aumentati del 76% rispetto allo stesso periodo del 2024.
La piattaforma del Consiglio d’Europa aveva registrato venti segnalazioni riguardanti l’Italia, mentre Mapping Media Freedom aveva censito 104 episodi, comprendenti aggressioni, minacce, interferenze e azioni legali. Nel giugno 2026 risultavano 29 giornalisti sottoposti a misure di protezione.
La sicurezza fisica complessiva è migliorata nel punteggio RSF, ma intimidazioni, campagne online, pressioni politiche e minacce della criminalità organizzata continuano a condizionare l’attività giornalistica.
La guerra cognitiva sfrutta precisamente questo ambiente, amplifica le minacce, esaspera la polarizzazione e trasforma il giornalista da osservatore dei fatti in bersaglio personale di una delle fazioni.
Informazione istituzionale non significa resilienza cognitiva
L’Italia sembra spesso confondere la comunicazione con il controllo del messaggio. Ma una società non diventa più resistente alla propaganda perché le istituzioni parlano con una sola voce. Diventa più resistente quando quella voce può essere controllata, contestata e corretta attraverso fonti indipendenti.
Una comunicazione ufficiale efficace dovrebbe fornire rapidamente dati, documenti, accesso agli esperti e spiegazioni verificabili. Dovrebbe ammettere gli errori prima che siano scoperti da altri e distinguere nettamente la tutela del segreto dalla protezione politica dell’immagine.
Quando prevalgono il comunicato celebrativo, l’accesso selettivo e la risposta tardiva, si produce un vuoto informativo. Ed è proprio nei vuoti che operano meglio propaganda, complottismo e manipolazione.
La libertà di stampa non è un ostacolo alla sicurezza nazionale. È una sua infrastruttura.
Stiamo perdendo?
L’indice RSF non permette di misurare da solo l’esito complessivo della guerra cognitiva. Sarebbe metodologicamente scorretto affermare che una singola graduatoria dimostri la vittoria della propaganda avversaria.
Permette però di affermare qualcosa di molto preciso: dal 2022 al 2026 il terreno italiano sul quale viene combattuta la guerra cognitiva è peggiorato.
La libertà di stampa ha perso tre punti. Il contesto politico, quello giuridico e quello socioculturale sono arretrati. Le intimidazioni sono aumentate, le cause temerarie rimangono numerose, la riforma della diffamazione è ferma e l’indipendenza del servizio pubblico continua a essere considerata ad alto rischio.
Nel frattempo l’Ucraina, pur combattendo una guerra esistenziale sul proprio territorio, supera l’Italia nel punteggio complessivo e in quattro dei cinque indicatori della libertà di stampa.
Il fatto che un Paese sotto invasione riesca a fare meglio di noi non è soltanto un paradosso statistico. È un allarme.
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La guerra iniziata il 24 febbraio 2022 non è stata soltanto combattuta nelle trincee del Donbass, nei cieli ucraini e…
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