Libia, il triplo tavolo: Washington unifica, Mosca si radica, Pechino attende
Mentre gli Stati Uniti spingono un patto tra i clan Haftar e Dbeibah, la Russia consolida le sue basi e la Cina prepara la ricostruzione, Tripoli bussa alla porta della Shanghai Cooperation Organisation. E l’Italia gioca su tutti i tavoli, ma con fiches sempre più leggere.
Nel giro di poche settimane la Libia è tornata al centro di una competizione che non oppone semplicemente tre potenze, ma tre modelli di ordine incompatibili, che convivono perché operano su livelli diversi.
Gli Stati Uniti applicano una logica di consolidamento transazionale. Il piano di Massad Boulos, consigliere di Trump, punta a un governo unificato costruito su un patto tra le due famiglie dominanti: Dbeibah resterebbe premier, Saddam Haftar, ricevuto da Rubio a Washington il 29 giugno, salirebbe al vertice di un nuovo consiglio presidenziale. I risultati intermedi sono tangibili: il bilancio unificato da 30,1 miliardi di dollari siglato in aprile, il primo dal 2014, e l’esercitazione Flintlock 2026 aperta a Sirte con forze di entrambi i campi. L’incentivo è energetico: le maggiori riserve petrolifere d’Africa, con ConocoPhillips, Chevron ed ExxonMobil alla finestra. Il difetto è architetturale: un consociativismo familistico già respinto dal Consiglio presidenziale e dall’Alto Consiglio di Stato.
La Russia applica la logica opposta: la rendita da frammentazione. Il suo asset è una Libia divisa quel tanto che basta a rendere l’LNA dipendente e la Cirenaica disponibile come piattaforma verso Sahel e Sudan. Immagini satellitari documentano lavori in corso ad al-Jufra e Brak al-Shati, mentre l’accordo tripartito con Russia e Bielorussia apre le strutture logistiche di Tobruk. La disponibilità di Lavrov a «non disturbare» il piano americano non è un cedimento: Mosca scommette che un governo unificato con Saddam Haftar al comando militare orientale non toccherà le sue basi.
La Cina applica la pazienza geoeconomica: nessun soldato, nessuna preferenza tra est e ovest, e la costruzione dell’infrastruttura istituzionale per incassare la ricostruzione chiunque prevalga. A maggio Dbeibah ha definito Pechino «partner strategico», invitando le aziende cinesi a completare i progetti bloccati dal 2011 nel quadro della Belt and Road; circolano piani per fare di Tobruk un hub logistico-energetico regionale. E il 10 luglio, al segretariato SCO di Pechino, l’incaricato d’affari libico ha ribadito l’interesse allo status di partner di dialogo: la cornice multilaterale di questa penetrazione.
I tre modelli si sovrappongono in un solo punto, Tobruk: aspirazione navale russa, hub cinese immaginato, sede del parlamento che dovrebbe ratificare il patto americano. E su un solo uomo: Saddam Haftar, il più corteggiato del Mediterraneo.
E l’Italia? La posizione ufficiale è quella del «lavorare con tutti gli attori»: sostegno alla mediazione ONU, unità delle istituzioni, fine della presenza di forze straniere. Il 7 maggio Meloni è volata a Tripoli con Tajani e Piantedosi per firmare accordi su cooperazione, energia e flussi migratori, nel quadro del Piano Mattei; Tajani ammonisce da mesi che la Libia è la destinazione più probabile di una base navale russa sostitutiva di Tartus, avvertimento caduto nel vuoto europeo. Sul piano operativo Roma presidia: il 9 luglio il capo di stato maggiore libico al-Namroush ha incontrato l’ammiraglio Pezzutti, comandante del COFS, per un programma di addestramento delle forze speciali libiche, e a giugno il direttore dell’AISE era a Tripoli in contemporanea con i vertici dell’intelligence turca ed egiziana. Ma qui sta il punto: l’Italia difende tre interessi esistenziali, migrazione, energia e sicurezza del Canale di Sicilia, su binari operativi, mentre l’architettura politica si negozia a Washington e quella economica si costruisce sull’asse Tripoli-Pechino. Addestriamo le forze speciali di un governo che chiede l’ingresso nella SCO e invita le aziende cinesi nello stesso porto dove Haftar ha firmato con Mosca e Minsk.
Il rischio per Roma non è l’espulsione dalla Libia, ma la retrocessione a fornitore di servizi di sicurezza in un ordine deciso da altri. Tre indicatori da monitorare: la lista dei nuovi partner al vertice SCO di Bishkek, i lavori osservabili via satellite a Tobruk, la formazione, o il naufragio, del governo unificato entro l’autunno. Su ciascuno, l’informazione italiana farebbe bene a tenere gli occhi aperti. Finora non l’ha fatto.
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