Libia: l’asse USA-Turchia ridisegna il Paese, Europa fuori gioco
Negli ultimi mesi il delicato processo di stabilizzazione della Libia è stato messo a dura prova da sfide complesse sul piano politico, sociale ed economico-finanziario. Sebbene resista il cessate il fuoco ginevrino siglato nell’ottobre del 2020, tra le due fazioni attuali – il Governo di Unità Nazionale (GUN) con sede nella capitale a Tripoli e il Governo di Stabilità Nazionale (GNS) a Tobruk in Cirenaica – emergono costantemente sul terreno pesanti criticità, tensioni, combinate a dinamiche di potere endogene ed esogene capaci di far sprofondare la Libia, e con essa l’intera regione del Mediterraneo centrale, nel caos. Epperò, dentro l’apparente quanto stabile disordine libico alcuni recenti avvenimenti, passati alle nostre latitudini colpevolmente in secondo piano, celano progetti e ambizioni dei principali attori esterni, Stati Uniti e Turchia su tutti, di imprimere una decisa accelerazione degli eventi.
Gli Stati Uniti, in sordina, stanno progressivamente tornando a giocare un ruolo di primissimo piano in Libia per tentare di risolvere l’attuale fase di stallo, ritenuta non più sostenibile. Il cambio di passo è segnato dal dispiegamento articolato di risorse diplomatiche, economiche e militari.
Il rientro degli Stati Uniti nell’arena libica è guidato da un approccio pragmatico, basato sul raggiungimento di interessi contingenti e di medio periodo. Washington non pare più mossa da spinte civilizzatrici volte a seminare principi democratici e libero mercato in ogni angolo del pianeta. Oggi il contenimento di rivali geopolitici (Federazione Russa) e di potenze in eccessiva espansione (Turchia), il controllo di vitali rotte energetiche e commerciali e la ridefinizione a proprio vantaggio di equilibri locali sono tutti imperativi tattici che impongono un netto cambio di postura della superpotenza a stelle e strisce in Libia.
Nel concreto, gli apparati e i funzionari statunitensi hanno cominciato a tessere stretti rapporti istituzionali con i vertici di entrambe le fazioni rivali per sondare le rispettive disponibilità alla costituzione di un nuovo equilibrio di potere volto a garantire maggiore stabilità, sicurezza, sviluppo economico e, soprattutto, a limitare le interferenze esterne, leggi russe.
Sebbene la Casa Bianca supporti formalmente, come riaffermato lo scorso novembre,1 la Missione di Supporto delle Nazioni Unite (UNSMIL) e la roadmap stabilita, l’apertura di canali diplomatici diretti paralleli mina in partenza il processo delle Nazioni Unite e legittima il bilateralismo. Per descrivere in modo eloquente tale sforzo acrobatico nel contesto libico è stata, simpaticamente, scomodata persino una “dottrina”2, la quale prende il nome dall’influente diplomatico e uomo d’affari statunitense Massad Boulos. Oltre a ricoprire la carica di consigliere senior del presidente per gli Affari Arabi e Mediorientali, lo scorso aprile Boulos è stato ingaggiato dal Dipartimento di Stato come consigliere senior per l’Africa3. Dalla presa dell’incarico ha avviato una vera e propria diplomazia della navetta, messa in scena per la prima volta in luglio4, che ha portato il funzionario statunitense a imbastire tavoli di negoziato sia a Tripoli con il primo ministro del Governo di Unità Nazionale (GNU) Abdulhamid Dbeibah sia a Bengasi con il feldmaresciallo Khalifa Haftar e il figlio, Saddam Haftar, capo di stato maggiore del Libyan National Army (LNA), nonché detentori del potere in Cirenaica e in ampie zone meridionali della Libia.

Gli esiti delle trattative hanno permesso agli Stati Uniti di ottenere risultati concreti. Ad agosto ExxonMobil, il secondo ente privato più grande al mondo dopo la Shell, ha firmato (foto) un protocollo d’intesa con la National Oil Corporation (NOC), la principale compagnia petrolifera libica, per condurre studi geologici e geofisici per identificare le risorse idrocarburiche in quattro blocchi offshore situati al largo della costa occidentale e nel Bacino della Sirte5. Lo scorso gennaio, invece, ConocoPhillips, l’azienda statunitense impegnata nell’esplorazione e nella produzione di idrocarburi, insieme alla francese TotalEnergies, hanno siglato un accordo di sviluppo petrolifero insieme alla Waha Oil Company, filiale della NOC, che prevede lo stanziamento di 20 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni. La Waha Oil Company gestisce cinque giacimenti principali e tramite questi investimenti punta ad aumentare la produzione giornaliera dagli attuali 340-400mila barili di petrolio a 850 mila. L’ultima compagnia petrolifera statunitense, in ordine cronologico, a beneficiare della nuova intesa fra Washington-Tripoli-Bengasi è stata la Chevron, anch’essa pronta, a distanza di più di dieci anni dall’ultima volta, a rimettere piede in Libia6.
Oltre a un accesso privilegiato alle materie prime libiche, il nuovo approccio degli Stati Uniti è riuscito dove gli altri avevano fallito o nemmeno tentato. In un doppio incontro, a settembre a Roma7 e gennaio a Parigi8, grazie alla mediazione di Washington, i delfini degli attuali vertici delle fazioni rivali, Ibrahim Dbeibah e Saddam Haftar, avrebbero toccato diversi temi delicati, dalla possibile formazione di un governo unificato, allo scioglimento delle varie milizie armate da inquadrare in un nuovo esercito nazionale. Sebbene sia doveroso non nutrire eccessive speranze in merito ai colloqui portati avanti, il successo diplomatico americano è rilevante.
Il ritorno delle grandi compagnie petrolifere statunitensi rappresenta un cambiamento significativo. Tuttavia, affinché gli investimenti nel settore energetico del paese nordafricano possano essere mantenuti nel tempo e raggiungere gli obiettivi prefissati – quota 2 milioni di barili di petrolio al giorno, oggi la produzione oscilla fra 1,3-1,4 milioni – è necessario che siano accompagnati da una maggiore stabilità e prevedibilità del contesto libico. L’interesse va oltre il mero sfruttamento delle risorse, si tratta di consolidare un’influenza politico-economica che possa tradursi in un maggiore controllo sulle rotte energetiche e sui mercati globali. Detto altrimenti, combinando un maggior impegno securitario con investimenti di medio-lungo periodo in settori critici, Washington può cogliere l’opportunità di consolidare la propria influenza sul futuro della Libia e del Mediterraneo centrale.
È sotto quest’ottica che va letto il rinnovato interesse dell’AFRICOM (uno dei sette comandi combattenti geografici del Dipartimento della Guerra) verso la Libia. A ottobre il vice comandante, John Brennan (foto) – dopo la consueta spola fra Tripoli e Bengasi – ha annunciato la partecipazione delle Forze libiche occidentali e orientali all’esercitazione Flintlock 2026. L’annuale esercitazione delle forze speciali dell’AFRICOM condotta insieme a soci per migliorare l’interoperabilità e rafforzare le capacità degli eserciti si svolgerà nella prossima primavera nei pressi della città di Sirte. Emblematiche le parole con cui il vice comandante ha descritto la portata dell’iniziativa: “Non riguarda solo l’addestramento militare; si tratta di superare divisioni, costruire capacità e sostenere il diritto della Libia a determinare il proprio futuro… Stiamo contribuendo direttamente agli sforzi libici per unificare le loro istituzioni militari”9. Infine, a dicembre, a conferma del prossimo radicamento della presenza statunitense nell’area, è stata la volta del comandante dell’AFRICOM, generale Dagvin Andersen, a recarsi in colloquio per la prima volta a Tripoli e Bengasi10. Insomma, gli Stati Uniti sono tornati a tutti gli effetti in Libia.

L’altra potenza esterna che gioca un ruolo determinante nell’arena libica è la Turchia. Ankara, dopo essere gradualmente emersa quale garante alla sopravvivenza del regime tripolino, da circa un anno ha posto le basi per espandere la propria influenza verso la Cirenaica e adesso comincia a riscuotere i primi successi. Come noto: il salvataggio turco dell’allora Governo di Accordo Nazionale nel 2019 dall’offensiva delle truppe del feldmaresciallo Haftar ha fruttato alla Sublime Porta un clamoroso successo diplomatico, la stipula dell’intesa sulle rispettive zone economiche esclusive e la cooperazione militare. Di fatto, Ankara ha completato assoggettato alle proprie volontà Tripoli. Tuttavia, tale disegno trova l’opposizione della Camera dei Rappresentanti e in particolare del suo presidente, Aguila Saleh11. Qualora la mossa diplomatica ancirana avesse successo, ottenendo quindi la ratifica dal Parlamento della Cirenaica sulla controversa intesa marittima tra Ankara e Tripoli, la Turchia si garantirebbe una copertura legale per l’esplorazione di risorse energetiche su vaste aree delle zone economiche esclusive di Grecia, Cipro ed Egitto.
Una prima concreta applicazione del trattato si è manifestata lo scorso giugno quando la National Oil Corporation ha siglato un Memorandum con la compagnia petrolifera statale turca, la TPAO, per l’esplorazione di idrocarburi in quattro aree offshore a Sud di Creta12. L’iniziativa, oltre a suscitare le ire di Grecia e Cipro, ha innalzato le tensioni fra le parti e dato ufficialmente il via a una serrata competizione tra le acque del Mediterraneo che si trascinerà nei prossimi anni.
Le fragilità del Governo di Unità Nazionale a Tripoli, stretto tra le violenze delle milizie armate e un diffuso malcontento popolare, hanno spinto negli ultimi mesi gli apparati anatolici ad accelerare la diversificazione delle relazioni libiche e a stringere rapporti sempre più solidi con il Governo di Accordo Nazionale, quindi con il Libyan National Army guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar. Quest’ultimo ha progressivamente aperto agli accordi di cooperazione nel settore economico e militare con la Turchia per bilanciare l’influenza della Federazione Russa e accrescere l’ascendente nei confronti di Tripoli. Da gennaio 2025, quindi, la Turkish Airlines ha riaperto la tratta per i voli verso Bengasi13; il fondo per la ricostruzione della Libia orientale, guidato da Belqassem Haftar, ha siglato diversi accordi con importanti aziende turche impegnate nell’edilizia e nella costruzione di infrastrutture di trasporto per progetti a Tobruk, Bengasi, Shahat e al-Bayda14; si susseguono contatti diretti tra figure militari di alto profilo, funzionari diplomatici e servizi segreti, che svelano l’avvio di una cooperazione tecnica più strutturata non più basata sul mero scambio di armamenti15. In sostanza, la Turchia sta sensibilmente accrescendo la propria influenza in Cirenaica per poi, un domani, posizionarsi quale attore centrale nelle trattative del processo di unificazione nazionale. Gli europei, ormai, sono in fuorigioco.
Passando dal contesto internazionale a quello locale, la recente uccisione di Saif al-Islam Gheddafi16 marca una cesura significativa nella storia politica della Libia, segnando la fine di un’era e aprendo un nuovo capitolo nel suo complesso panorama nazionale. Il secondogenito del Colonello Muammar Gheddafi, infatti, era l’ultimo degno erede in grado di spendere il proprio “marchio” politico per tentare di coagulare attorno a sé un ampio consenso. Sebbene sia difficile quantificare l’effettivo sostegno di cui godeva, alcune considerazioni meritano di essere sollevate: innanzitutto, nessuno dei principali rivali di Saif ha rivendicato apertamente la sua uccisione, anzi, la milizia tripolina 444, inizialmente accusata di aver compiuto l’atto, ha prontamente smentito il suo coinvolgimento, sottolineando come la responsabilità non sia ancora chiara e lasciando spazio a molte interpretazioni; inoltre, la mobilitazione di vaste fasce della popolazione17 durante la consegna della salma a Bani Walid testimonia un sostegno ampio e diffuso nei confronti di Saif, che, nonostante le controversie, rappresentava ancora un’icona per molti libici desiderosi di stabilità e di un futuro che potesse riunire le diverse anime del paese.
Difficile che in tali condizioni si possa arrivare a una riunificazione delle principali istituzioni libiche. Gli Stati Uniti, più che intenzionati a una reale transizione dalle attuali istituzioni a un rinnovato quadro politico univoco, paiono interessati a consolidare la loro rilevanza nel settore energetico mondiale, spuntando così ulteriormente un’arma dell’influenza russa. Ciò chiederà inevitabilmente un maggior impegno e coinvolgimento securitario da parte di Washington per tutelare gli investimenti previsti. La Turchia, dal suo punto di vista, è mossa dal desiderio di ottenere l’anelato riconoscimento da parte delle autorità libiche orientali dell’accordo sulle zone economiche esclusive e sulla cooperazione militare stipulato con Tripoli. Ankara sfrutterà quindi la volontà statunitense di ridimensionare la presenza russa in Libia per presentarsi quale attore in grado di apportare quella stabilità oggi necessaria. La nuova intesa turco-statunitense per la Libia è servita.
1 Joint Statement on the Situation in Libya – United States Department of State
2 The Blogs: The Boulos Doctrine: A Risky Realist Turn in Libya | Amine Ayoub | The Times of Israel
3 Announcement of Massad Boulos as Senior Advisor for Africa - United States Department of State
4 What Massad Boulos’ trip means for a divided Libya | Yassin K. Fawaz | AW
5 Libya’s NOC signs memorandum of understanding with ExxonMobil after decade of inactivity | Reuters
6 Chevron Returns to Libya With New MoU
7 Dbeibah nephew and Haftar son met in Rome Tuesday – World – Ansa.it
8 France and US push new talks on Libya’s political future
9 United States Africa Command
10 United States Africa Command
11 Libyan parliament speaker claims maritime deal with Turkey invalid but open to renegotiation – FDD’s Long War Journal
12 Libya Signs Agreement with Turkey for Seismic Surveys in Four Maritime Areas
13 Turkish Airlines riapre i voli sulla Libia: da oggi rotta su Bengasi
14 Türkiye’s more even-handed Libya strategy | Menas Associates
15 Turkish intel chief meets Libya’s Khalifa Haftar in Benghazi amid maritime deal talks – Türkiye Today
16 Libia senza eredi: la morte di Saif Gheddafi riapre il rischio caos – Difesa Online
17Thousands attend burial of slain son of Libya’s Gaddafi.
Foto: OpenAI / NOC / AFRICOM
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