L’Ipocrisia universale
C’è un momento, nella storia delle società umane, in cui il tessuto stesso della convivenza inizia a lacerarsi. Non accade con un colpo di tuono, non si manifesta in un singolo evento catastrofico. Accade per accumulo, per erosione progressiva, per l’assuefazione collettiva a ciò che un tempo sarebbe stato impensabile. Stiamo vivendo uno di questi momenti.
Il diritto internazionale non è un’astrazione da giuristi. Non è una sovrastruttura ideologica né un lusso da tempi di pace. È l’equivalente, su scala planetaria, di ciò che il contratto sociale rappresenta all’interno delle nazioni: il fondamento stesso della possibilità di vivere insieme senza che il più forte divori il più debole. Thomas Hobbes descrisse lo stato di natura come “bellum omnium contra omnes” – la guerra di tutti contro tutti, dove la vita umana è “solitaria, povera, sporca, brutale e breve”. Il diritto internazionale nato dalle ceneri di due guerre mondiali rappresentava il tentativo, imperfetto ma reale, di estendere quel contratto sociale oltre i confini nazionali. Di creare uno spazio in cui anche gli Stati, come gli individui prima di loro, accettassero di sottomettersi a regole comuni.
Quel tentativo sta morendo. E con esso muore qualcosa di più profondo di un sistema di trattati.
Per comprendere cosa stiamo perdendo, bisogna capire cosa il diritto internazionale ha rappresentato per ottant’anni. Non si tratta di ingenuità pacifista né di utopismo wilsoniano. Si tratta di una conquista antropologica: l’idea che la forza bruta non sia l’unico arbitro delle relazioni tra popoli. Che esistano principi – la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto di aggressione – che valgono per tutti, grandi e piccoli, potenti e deboli.
Questa idea ha radici antiche. Affonda nel concetto romano di “ius gentium”, nel diritto delle genti che regolava i rapporti tra Roma e i popoli stranieri. Attraversa il pensiero di Grozio e Vattel, che nel Seicento e Settecento tentarono di codificare regole per limitare la brutalità delle guerre europee. Culmina nella Carta delle Nazioni Unite, firmata a San Francisco nel giugno 1945, quando il fumo di Hiroshima non si era ancora alzato e i forni di Auschwitz erano appena stati spenti.
Quella Carta nasceva da un’esperienza concreta: settanta milioni di morti in trent’anni, due guerre mondiali, lo sterminio industriale di interi popoli, città rase al suolo, continenti devastati. I fondatori dell’ONU non erano idealisti sprovveduti. Erano uomini che avevano visto l’abisso e avevano deciso, pragmaticamente, che l’umanità non poteva permettersi un’altra discesa. Il divieto dell’uso della forza sancito dall’Articolo 2(4) non era un pio desiderio: era la lezione scritta col sangue di generazioni.
C’è un aspetto che spesso sfugge nel dibattito sul diritto internazionale: esso serve soprattutto ai deboli. I potenti possono sempre fare a meno delle regole – anzi, le regole sono precisamente ciò che limita il loro potere. Quando un piccolo Stato invoca la Carta ONU contro un grande Stato, sta usando l’unica arma di cui dispone: la legittimità. Quando quella legittimità viene svuotata, quando le regole diventano carta straccia che i forti ignorano a piacimento, i deboli perdono tutto.
Questo spiega perché il Sud Globale guardi con crescente cinismo all’Occidente che predica il rispetto delle regole mentre le viola sistematicamente. Non è anti-americanismo ideologico né nostalgia sovietica. È la constatazione empirica che le regole vengono applicate in modo selettivo: ferree quando i violatori sono avversari, elastiche fino all’invisibilità quando sono alleati. L’Iraq del 2003, la Libia del 2011, la Siria dal 2014, il Venezuela del 2026: un catalogo di eccezioni che ha finito per divorare la regola.
Ma sarebbe un errore pensare che questo giovi ai potenti nel lungo periodo. Il filosofo politico John Rawls elaborò il concetto di “velo di ignoranza”: le regole giuste sono quelle che accetteremmo di vivere senza sapere quale posizione occuperemo nella società. Applicate alle relazioni internazionali, significano che le regole giuste sono quelle che accetteremmo senza sapere se saremo la superpotenza o il piccolo Stato, l’invasore o l’invaso, il forte o il debole. Gli Stati Uniti che oggi invadono il Venezuela potrebbero un giorno trovarsi nella posizione del Venezuela. La storia non garantisce a nessuno la permanenza al vertice.
L’Europa e la memoria del sangue
E qui veniamo al cuore della questione europea. L’Europa non è un continente qualsiasi nel dibattito sul diritto internazionale. È il continente che ha generato le due guerre mondiali. È il luogo dove il nazionalismo sfrenato e la legge del più forte hanno prodotto i loro frutti più velenosi. È la terra di Verdun e di Stalingrado, di Auschwitz e di Dresda, delle fosse comuni e dei campi di sterminio.
L’integrazione europea è nata precisamente come antidoto a quella storia. La CECA, la CEE, l’Unione Europea non sono state progetti economici mascherati da ideali: sono state il tentativo deliberato di rendere la guerra tra europei prima impensabile, poi impossibile. Il metodo era semplice nella sua profondità: intrecciare talmente le economie, le istituzioni, le vite dei popoli europei da rendere il conflitto armato un suicidio collettivo.
Questo progetto ha funzionato. Per ottant’anni, il continente che aveva massacrato se stesso con regolarità quasi rituale ha conosciuto la pace più lunga della sua storia. Non una pace imposta dall’esterno, non una pace di sottomissione, ma una pace costruita sulla rinuncia volontaria all’uso della forza come strumento di politica intra-europea.
Ora questo patrimonio è a rischio. Non per un’aggressione esterna, ma per una scelta interna: la decisione di abbandonare i principi su cui l’Europa stessa è fondata, per seguire una potenza che quei principi li ha sempre considerati optional.
Il tradimento di sé stessi
Quando l’Europa tace di fronte a violazioni del diritto internazionale commesse dagli Stati Uniti, non sta semplicemente facendo una scelta di politica estera. Sta tradendo la propria ragion d’essere. Sta dicendo che i principi valgono solo quando conviene, che la forza prevale sul diritto quando il forte è un alleato, che ottant’anni di costruzione paziente possono essere accantonati per non irritare Washington.
Questo tradimento ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo episodio. Ogni volta che l’Europa giustifica o minimizza una violazione americana, erode la propria credibilità quando condanna violazioni russe o cinesi. Come può Bruxelles pretendere che Mosca rispetti l’integrità territoriale dell’Ucraina, se Washington può violare quella del Venezuela? Come può chiedere a Pechino di rispettare il diritto del mare, se gli Stati Uniti ignorano le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia? La risposta è semplice: non può. O meglio, può farlo solo al prezzo di apparire ipocrita agli occhi del resto del mondo.
E il resto del mondo se ne accorge. Quando i paesi del Sud Globale rifiutano di allinearsi alle sanzioni occidentali contro la Russia, non stanno necessariamente approvando Putin. Stanno rifiutando un sistema di regole che vedono applicato in modo discriminatorio. Stanno dicendo: voi avete invaso l’Iraq senza conseguenze, bombardato la Libia senza conseguenze, occupato la Siria senza conseguenze – perché dovremmo credere che le regole valgano per tutti?
L’Italia e la tentazione del silenzio
L’Italia occupa una posizione peculiare in questo scenario. Ospita alcune delle più importanti basi americane in Europa – Napoli, Sigonella, Aviano – ed è profondamente integrata nella struttura di comando NATO. Al tempo stesso, ha una tradizione di politica estera mediterranea, di dialogo con il mondo arabo, di relazioni privilegiate con paesi che guardano all’Occidente con sospetto.
Questa doppia anima potrebbe essere una risorsa. Potrebbe permettere all’Italia di fare da ponte, di mantenere canali aperti, di proporre mediazioni. Invece, troppo spesso, si traduce in paralisi. Nel timore di scontentare Washington, Roma sceglie il silenzio. Nel timore di apparire anti-americana, rinuncia a qualsiasi posizione autonoma. Il risultato è l’irrilevanza: l’Italia non conta nelle decisioni che la riguardano, non ha voce nei tavoli che contano, non propone alternative.
È una scelta comprensibile dal punto di vista della Realpolitik più miope. Nel breve termine, allinearsi al più forte sembra sempre la strategia vincente. Ma nel medio e lungo termine, è una strategia suicida. Un’Italia che non sa dire no a Washington quando Washington ha torto è un’Italia che non verrà ascoltata quando avrà ragione. Un’Italia che rinuncia ai propri principi per quieto vivere è un’Italia che perde la propria anima – e con essa, paradossalmente, anche la propria utilità come alleato.
Il coraggio della coerenza
C’è chi sostiene che l’Europa non possa permettersi di criticare gli Stati Uniti perché dipende da loro per la sicurezza. È un argomento che merita una risposta franca: se la dipendenza dalla sicurezza americana richiede la rinuncia ai propri principi, allora quella dipendenza è essa stessa il problema. Un alleato che pretende silenzio e complicità come prezzo della protezione non è un alleato: è un padrone. E un continente che accetta questo ruolo non è un partner: è un vassallo.
La vera alleanza si fonda sul rispetto reciproco, sulla capacità di dissentire quando necessario, sulla condivisione di valori che vanno oltre il calcolo di convenienza. Gli Stati Uniti d’America, nella loro storia migliore, hanno incarnato alcuni di quei valori: lo stato di diritto, il governo delle leggi e non degli uomini, l’idea che nessuno sia al di sopra della legge. Quando l’Europa critica le violazioni americane del diritto internazionale, non sta tradendo l’alleanza: sta ricordando all’America i suoi stessi principi fondativi.
Questo richiede coraggio. Richiede la volontà di sopportare pressioni, ritorsioni economiche, minacce più o meno velate. Richiede leadership politiche disposte a pagare un prezzo nel breve termine per preservare qualcosa di più importante nel lungo termine. Ma l’alternativa – il silenzio complice, l’acquiescenza permanente, la rinuncia a qualsiasi autonomia di giudizio – è peggiore. È la strada verso l’irrilevanza strategica e la bancarotta morale.
Il mondo che verrà
Chi pensa che il ritorno alla legge del più forte sia un affare che riguarda solo i deboli si sbaglia. Quando le regole saltano, tutti perdono sicurezza – anche i forti. In un mondo senza diritto internazionale, ogni confine diventa contestabile, ogni trattato è carta straccia, ogni promessa vale finché conviene. È un mondo di guerre permanenti, di riarmo senza fine, di paranoia generalizzata.
L’Europa conosce quel mondo. Lo ha vissuto per secoli, prima che il progetto comunitario tentasse una strada diversa. Tornare a quel mondo significherebbe cancellare la conquista più importante della nostra storia recente: la dimostrazione che i popoli possono scegliere la cooperazione invece del conflitto, il diritto invece della forza, la civiltà invece della barbarie.
Non è una scelta tra idealismo e realismo. È una scelta tra due diversi realismi: quello miope che vede solo il vantaggio immediato, e quello lungimirante che comprende le conseguenze delle proprie azioni. L’Europa che oggi tace di fronte alle violazioni americane sta scegliendo il realismo miope. Sta sacrificando il proprio futuro sull’altare di un presente apparentemente più comodo.
Ma la storia non perdona chi rinuncia ai propri principi per paura. E la storia dell’Europa, più di ogni altra, dovrebbe averci insegnato dove porta la logica della forza quando non incontra il freno del diritto.
Ho voluto ricostruire le principali violazioni al diritto internazionale delle tre grandi potenze USA, Cina , Russia, per consentirvi di farvi un’opinione che non sia frutto di azioni di influenza dell’una o dell’altra parte.
Prima di entrare nel merito, è necessaria una premessa metodologica: tutte e tre le grandi potenze violano sistematicamente il diritto internazionale, pur accusandosi reciprocamente di farlo. Questa ipocrisia strutturale è forse il dato più significativo: ognuna invoca le regole contro gli altri, mentre le ignora quando le fanno comodo.
Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina citando Kosovo, Iraq e Libia. Gli USA condannano l’invasione russa mentre bombardano la Siria senza autorizzazione ONU. La Cina denuncia l’interventismo americano mentre costruisce isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale ignorando sentenze arbitrali.
Come ha osservato la Società Europea di Diritto Internazionale: “Sostenere che altri Stati abbiano un record peggiore nel rispettare il diritto internazionale è una distrazione moralmente corrotta e irrilevante.” Ma è anche una distrazione che tutti praticano.
Gli Stati Uniti : La violazione come politica estera
Gli Stati Uniti rappresentano il caso più sistematico e prolungato di violazione del diritto internazionale tra le grandi potenze. Le caratteristiche distintive sono:
1. Frequenza e globalità Dal 1945, gli USA hanno usato la forza militare in almeno 96 paesi. Interventi che vanno dalle operazioni coperte (Guatemala 1954, Iran 1953, Cile 1973) alle guerre su larga scala (Vietnam, Iraq, Afghanistan) fino ai bombardamenti “mirati” (Libia 1986, Sudan 1998, Siria 2017-oggi).
2. Regime change come strumento Gli USA hanno una lunga storia di rovesciamento di governi stranieri: Mosaddegh in Iran, Árbenz in Guatemala, Allende in Cile, Noriega a Panama, Saddam in Iraq, Gheddafi in Libia, e ora Maduro in Venezuela.
3. Rifiuto sistematico della giurisdizione internazionale
- 1986: Ritiro del riconoscimento della giurisdizione obbligatoria della Corte Internazionale di Giustizia dopo la condanna per il Nicaragua
- 2002: “American Service-Members’ Protection Act” che autorizza il presidente a usare “tutti i mezzi necessari” per liberare militari americani detenuti dalla Corte Penale Internazionale
- Rifiuto di ratificare la Convenzione di Roma sulla CPI
- Ritiro da trattati scomodi (Kyoto, INF, JCPOA con l’Iran)
4. Creazione di dottrine “alternative”
- “Guerra preventiva” (Bush, 2002)
- “Intervento umanitario” senza mandato ONU
- “Responsabilità di Proteggere” interpretata unilateralmente
- “Dottrina Donroe” (Trump, 2026)
Principali violazioni documentate
| Intervento | Anno | Violazione |
|---|---|---|
| Guatemala | 1954 | Rovesciamento governo eletto, nessuna autorizzazione |
| Vietnam/Laos/Cambogia | 1964-73 | Guerra senza dichiarazione, bombardamenti massicci |
| Nicaragua | 1980s | Condanna CIG per minamento porti e sostegno Contras |
| Grenada | 1983 | Condanna ONU 108-9 come “flagrante violazione” |
| Panama | 1989 | Invasione e cattura Noriega senza mandato |
| Jugoslavia | 1999 | 78 giorni di bombardamenti NATO senza autorizzazione UNSC |
| Afghanistan | 2001 | Invasione senza autorizzazione esplicita UNSC |
| Iraq | 2003 | Invasione senza autorizzazione UNSC (definita “illegale” da Kofi Annan) |
| Libia | 2011 | Regime change oltre il mandato della risoluzione ONU |
| Siria | 2014-oggi | Migliaia di attacchi aerei senza autorizzazione |
| Iran/Iraq | 2020 | Assassinio Soleimani (violazione secondo Relatrice Speciale ONU) |
| Venezuela | 2026 | Bombardamenti e cattura Maduro senza autorizzazione |
Bilancio umano
Secondo diverse stime accademiche, le guerre americane dal 1945 hanno causato tra 10 e 20 milioni di morti, di cui:
- 2-3 milioni in Vietnam, Laos e Cambogia
- Oltre 1 milione in Iraq (dal 2003)
- Centinaia di migliaia in Afghanistan
Giustificazioni addotte
- Lotta al comunismo (Guerra Fredda)
- Guerra alla droga (Panama, Colombia, Venezuela)
- Guerra al terrorismo (post-2001)
- Intervento umanitario (Kosovo, Libia)
- Promozione della democrazia
- Difesa degli interessi nazionali
Russia : La violazione come riaffermazione imperiale
La Russia post-sovietica ha sviluppato un pattern di violazioni concentrato geograficamente nel suo “estero vicino” e caratterizzato da:
1. Annessioni territoriali La Russia è l’unica grande potenza ad aver annesso formalmente territori di altri Stati sovrani nel XXI secolo:
- Crimea (2014)
- Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson (2022)
2. “Frozen conflicts” come strumento Creazione e mantenimento di conflitti congelati per mantenere influenza:
- Transnistria (Moldova)
- Abkhazia e Ossezia del Sud (Georgia)
- Donbass (Ucraina, prima del 2022)
3. Uso massiccio della forza contro civili Documentato in:
- Cecenia (115 sentenze CEDU per sparizioni forzate, torture, esecuzioni)
- Georgia (condanna CEDU 2021 per omicidi, torture, saccheggi)
- Siria (4.621 incidenti con vittime civili documentati da Airwaves)
- Ucraina (8.006 civili uccisi al febbraio 2023 secondo ONU)
4. Crimini di guerra sistematici La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per:
- Vladimir Putin (deportazione illegale di bambini)
- Altri 5 funzionari russi
Principali violazioni documentate
| Intervento | Anno | Violazione |
|---|---|---|
| Cecenia I | 1994-96 | Crimini di guerra massicci (115 condanne CEDU) |
| Cecenia II | 1999-2009 | Sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali |
| Georgia | 2008 | Invasione, riconoscimento unilaterale Abkhazia/Ossezia Sud |
| Crimea | 2014 | Annessione illegale (violazione Memorandum Budapest) |
| Donbass | 2014-22 | Supporto militare a separatisti, abbattimento MH17 |
| Siria | 2015-oggi | Bombardamenti su civili, ospedali, mercati |
| Ucraina | 2022-oggi | Invasione su larga scala, crimini di guerra, deportazioni |
Bilancio umano
- Cecenia: 25.000-50.000 civili secondo stime
- Siria: Migliaia di civili (come alleato di Assad)
- Ucraina: Decine di migliaia (conflitto in corso)
Giustificazioni addotte
- Protezione di popolazioni russofone
- “Denazificazione” (Ucraina)
- Prevenzione dell’espansione NATO
- Lotta al terrorismo (Cecenia, Siria)
- Richiesta di intervento da parte di governi amici (Siria) o repubbliche separatiste
- Precedenti occidentali (Kosovo, Iraq, Libia)
Differenza chiave con gli USA
La Russia non pretende di agire in nome di valori universali. Rivendica apertamente sfere d’influenza e interessi nazionali. Come ha osservato il ricercatore del PRIO: “La Russia ha sempre fatto riferimento al diritto internazionale. La questione è se i suoi argomenti abbiano fondamento.”
Cina : La violazione come espansione
La Cina presenta un profilo diverso dalle altre due potenze:
1. Assenza di guerre di aggressione classiche La Cina non ha invaso altri paesi dal 1979 (breve conflitto con il Vietnam). Le sue violazioni sono di natura diversa.
2. Espansionismo territoriale “strisciante”
- Costruzione di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale
- Militarizzazione di atolli e scogli
- Pressione costante su Taiwan, Filippine, Vietnam, India
3. Rifiuto delle sentenze internazionali Nel 2016, la Corte Permanente di Arbitraggio ha stabilito che:
- La “linea dei nove tratti” non ha base legale
- Le rivendicazioni cinesi violano l’UNCLOS
- La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine
La Cina ha dichiarato la sentenza “nulla e priva di effetto” e continua a ignorarla.
4. Repressione interna su scala industriale Le violazioni cinesi più gravi riguardano i diritti umani interni:
- Xinjiang: detenzione di massa di 1 milione di uiguri
- Tibet: repressione culturale e religiosa sistematica
- Hong Kong: smantellamento delle libertà garantite
Principali violazioni documentate
A. Diritto del mare e sovranità territoriale
| Azione | Anno | Violazione |
|---|---|---|
| “Linea dei nove tratti” | Rivendicazione | Nessuna base in UNCLOS (sentenza CPA 2016) |
| Isole artificiali Spratly | 2013-oggi | Violazione UNCLOS, militarizzazione |
| Scarborough Shoal | 2012 | Occupazione de facto dopo confronto con Filippine |
| Scontri con Filippine | 2024-oggi | Speronamenti, cannoni ad acqua, manovre pericolose |
| ADIZ Mar Cinese Orientale | 2013 | Rivendicazione unilaterale contestata |
B. Diritti umani (violazioni di trattati ratificati)
| Regione | Violazione | Status ONU |
|---|---|---|
| Xinjiang | Detenzione arbitraria di massa, torture, lavoro forzato, sterilizzazioni | Rapporto OHCHR 2022: “gravi violazioni”, possibili “crimini contro l’umanità” |
| Tibet | Repressione culturale, religiosa, linguistica | Preoccupazioni espresse da esperti ONU |
| Hong Kong | Legge sulla Sicurezza Nazionale, arresti dissidenti | Violazione Dichiarazione Congiunta sino-britannica |
| Cina continentale | Sparizioni forzate, torture, censura | Documentazione Amnesty, HRW |
Bilancio
La Cina non ha causato guerre con vittime su larga scala come USA e Russia, ma:
- Fino a 1 milione di persone detenute arbitrariamente nello Xinjiang
- Repressione sistematica di tibetani, uiguri, mongoli, cristiani, Falun Gong
- Censura e sorveglianza di massa su 1,4 miliardi di persone
Giustificazioni addotte
- Sovranità e integrità territoriale (Taiwan, Tibet, Xinjiang, Mar Cinese)
- Diritti storici (linea dei nove tratti)
- Lotta al terrorismo e all’estremismo (Xinjiang)
- Stabilità sociale
- Non ingerenza negli affari interni
TABELLA COMPARATIVA
| Categoria | USA | Russia | Cina |
|---|---|---|---|
| Tipo prevalente di violazione | Interventi militari globali, regime change | Aggressioni regionali, annessioni | Espansionismo marittimo, repressione interna |
| Ambito geografico | Globale | “Estero vicino” (ex-URSS, Medio Oriente) | Asia-Pacifico, interno |
| Numero di interventi militari post-1945 | 90+ | 10-15 | 2-3 |
| Annessioni territoriali | Nessuna | Crimea, 4 oblast ucraini | Nessuna (rivendicazioni su Taiwan) |
| Vittime civili stimate (post-1945) | 10-20 milioni | 1-2 milioni | Difficile da quantificare |
| Condanne CIG/tribunali internazionali | Nicaragua 1986 (ignorata) | Numerose CEDU, mandato CPI per Putin | Sentenza CPA 2016 (ignorata) |
| Rapporto con CPI | Non membro, ostile | Ritirata firma 2016 | Non membro |
| Uso del veto UNSC (dal 1945) | 82 volte | 120 volte | 16 volte |
| Principale giustificazione | Democrazia, diritti umani, sicurezza | Protezione russofoni, sicurezza | Sovranità, diritti storici |
LE DIFFERENZE QUALITATIVE
USA: Ipocrisia idealista
Gli Stati Uniti violano il diritto internazionale mentre si proclamano suoi difensori. Invocano democrazia e diritti umani per giustificare interventi che spesso li calpestano. Questa ipocrisia è particolarmente corrosiva perché delegittima i valori stessi che pretende di difendere.
Punto critico: Gli USA hanno costruito l’architettura del diritto internazionale post-1945 e ora la stanno smantellando dall’interno.
Russia: Revisionismo esplicito
La Russia non finge più di rispettare l’ordine liberale. Rivendica apertamente sfere d’influenza e l’uso della forza per proteggere i propri interessi. Putin cita le violazioni occidentali non per giustificarsi moralmente, ma per dimostrare che le regole non esistono.
Punto critico: L’invasione dell’Ucraina è la più grave violazione del divieto dell’uso della forza dalla Seconda Guerra Mondiale in Europa.
Cina: Legalismo selettivo
La Cina manipola il diritto internazionale: lo invoca quando le conviene (principio di non ingerenza), lo ignora quando non le conviene (sentenza Mar Cinese Meridionale). A differenza di USA e Russia, evita guerre aperte ma pratica un’erosione costante delle regole.
Punto critico: La repressione nello Xinjiang potrebbe costituire crimini contro l’umanità secondo l’ONU, ma la Cina blocca qualsiasi indagine.
Il circolo vizioso delle giustificazioni
Ogni violazione diventa precedente per la successiva:
- USA invocano Kosovo per Libia
- Russia invoca Kosovo e Iraq per Crimea e Ucraina
- Cina potrebbe invocare Venezuela per Taiwan
- E così via, in una spirale discendente
La morte del multilateralismo
Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dal veto incrociato:
- USA bloccano risoluzioni su Israele
- Russia blocca risoluzioni su Ucraina e Siria
- Cina blocca risoluzioni sullo Xinjiang
Ciò che emerge è un sistema pre-1945:
- USA rivendicano l’emisfero occidentale (“Dottrina Donroe”)
- Russia rivendica l’ex spazio sovietico
- Cina rivendica il Mar Cinese e Taiwan
Tutte e tre le potenze violano sistematicamente il diritto internazionale, in modi diversi ma ugualmente distruttivi per l’ordine mondiale.
In termini quantitativi (numero di interventi, vittime), gli USA hanno il record peggiore.
In termini di gravità singola, l’invasione russa dell’Ucraina rappresenta la violazione più grave del divieto dell’uso della forza dalla Seconda Guerra Mondiale.
In termini di repressione interna, la Cina pratica violazioni dei diritti umani su scala industriale.
Ma il dato più significativo è che nessuna delle tre potenze rispetta le regole che pretende di imporre agli altri. E questa ipocrisia universale sta distruggendo il sistema internazionale costruito nel 1945.
Come ha osservato Noah Barkin: “In Trump, Xi e Putin abbiamo tre uomini forti che credono che la forza faccia il diritto. Tutti sono disposti a usare la forza o la coercizione per ottenere ciò che vogliono. Il rispetto per il diritto internazionale viene gravemente eroso.”
La vera vittima non è nessuna delle tre potenze. È l’idea stessa che esistano regole valide per tutti.
L’Europa : Il Gigante paralizzato
L’Unione Europea è la prima potenza economica mondiale (PIL combinato superiore agli USA), ha 450 milioni di abitanti altamente istruiti, una base industriale sofisticata, due potenze nucleari (Francia e Regno Unito), e una storia millenaria di civiltà giuridica. Eppure, in politica estera e di sicurezza, si comporta come un protettorato americano.
Come ha osservato l’analisi RAND: “L’Europa ha voluto autonomia senza fornire adeguate risorse per la difesa, mentre gli Stati Uniti hanno voluto maggiori contributi europei senza diminuire l’influenza politica della NATO e degli USA.”
Il risultato è un paradosso: un gigante economico che è un nano geopolitico.
PARTE I: LA MAPPA DELL’INFLUENZA AMERICANA IN EUROPA
A) I paesi “ultra-atlantisti” (blocco incondizionatamente filo-USA)
Questi paesi si oppongono sistematicamente a qualsiasi forma di autonomia strategica europea e considerano Washington il loro unico garante di sicurezza:
1. POLONIA
- Posizione: Oppositore più vigoroso dell’autonomia strategica europea
- Motivazione: Vicinanza geografica a Russia e Bielorussia, trauma storico
- Dipendenza militare: Acquisti massicci di armamenti USA ($55 miliardi 2022-2024, 30% della domanda europea), pari al 106% della propria spesa di procurement
- Basi USA: NSF Redzikowo (sistema antimissile Aegis), hub logistico Powidz in espansione (diventerà la più grande base NATO in Europa entro il 2030, 10.000 soldati)
- Strategia: “Trimarium” – alleanza di 12 paesi dell’Europa centrale per separare Germania e Russia
- Citazione chiave: La Polonia “vede il suo interesse nel mantenere il più forte impegno di sicurezza USA possibile in Europa e nel bloccare qualsiasi mossa verso l’autonomia strategica europea”
2. STATI BALTICI (Estonia, Lettonia, Lituania)
- Posizione: Frontiera NATO, dipendenza totale dalla garanzia americana
- Motivazione: Minoranze russofone, confine diretto con Russia/Bielorussia, memorie sovietiche
- Dipendenza militare: Battlegroup NATO multinazionali, basi USA in Lituania
- Strategia: Massimizzare la presenza militare americana sul proprio territorio
- Leader simbolico: Kaja Kallas (ora Alto Rappresentante UE), considerata “falco” anti-russo e filo-americana
3. ROMANIA
- Posizione: Hub strategico USA nel Mar Nero
- Basi USA: NSF Deveselu (sistema antimissile Aegis dal 2016), base aerea Mihail Kogălniceanu in espansione
- Truppe USA: ~1.134 permanenti + rotazionali
- Dipendenza: Accordo bilaterale di difesa missilistica
4. BULGARIA
- Posizione: Fianco sud-orientale NATO
- Basi USA: Presenza rotazionale, parte di Operation Atlantic Resolve
- Nota: Più ambivalente della Romania, con correnti filo-russe interne
5. PAESI NORDICI (post-2022)
- Finlandia: Accordo luglio 2024 per dare agli USA controllo su almeno 15 basi militari
- Svezia: Accordo dicembre 2023 per accesso USA a basi, acquisto sistemi IRIS-T tedeschi ma integrati in architettura NATO/USA
- Norvegia: Tradizionalmente atlantista, basi USA nell’Artico
- Danimarca: Intelligence integration con USA (caso NSA), preoccupazione per Groenlandia
6. REPUBBLICA CECA
- Posizione: Atlantista convinta
- Nota: Presidente Pavel (ex generale NATO) fortemente filo-americano
7. PAESI BASSI
- Posizione: Tradizionalmente atlantista
- Ruolo: Hub logistico NATO, industria della difesa integrata con USA
8. REGNO UNITO (fuori UE ma rilevante)
- Posizione: “Special relationship” con USA
- Basi USA: RAF Mildenhall, RAF Lakenheath (maggiore presenza USAF in UK)
- Nucleare: Dipendenza da sistema Trident USA
- Ruolo: Ponte tra USA e Europa, spesso allineato con Washington contro Bruxelles
B) I paesi “atlantisti moderati” (filo-USA ma con riserve)
9. GERMANIA
- Posizione: Ufficialmente favorevole all’autonomia strategica, ma nei fatti atlantista
- Contraddizione: Zeitenwende (2022) prometteva svolta verso responsabilità europea, poi ritorno a dipendenza USA osservando l’importanza di armi americane in Ucraina
- Basi USA: 5 guarnigioni dell’esercito, ~35.000 truppe (secondo contingente USA nel mondo dopo Giappone)
- Sede: EUCOM e AFRICOM a Stoccarda
- Nucleare: Bombe B-61 a Büchel
- Critica: “La Germania preferisce potenziare la collaborazione europea mantenendo la sovranità nazionale sulla difesa” – gap tra dichiarazioni e azioni
10. ITALIA
- Posizione: “Equilibrismo pragmatico” tra Europa e USA
- Basi USA: NSA Napoli (quartier generale Sesta Flotta e NAVEUR-NAVAF), NAS Sigonella (“Hub del Mediterraneo”), Aviano, Camp Darby, ~8.500 personale USA
- Nota: Governo Meloni cerca di bilanciare atlantismo con interessi mediterranei
- Critica: Nessuna opposizione sostanziale alle politiche USA
C) I paesi “europeisti” (favorevoli all’autonomia strategica)
11. FRANCIA
- Posizione: Leader storico della spinta per l’autonomia strategica europea
- Tradizione: Eredità gollista di indipendenza da influenze straniere
- Deterrente nucleare: 100% francese, non dipende da NATO/USA
- Industria difesa: Sviluppata, meno dipendente da equipaggiamenti americani
- Limiti: Troppo debole per agire da sola, ha bisogno della Germania che non la segue
- Citazione: Macron si definisce “potenza di equilibrio” e spinge per ESA dal 2017, ma senza successo
12. SPAGNA
- Posizione: Tendenzialmente europeista, ma non in prima linea
- Interessi: Focus su Mediterraneo e Africa, meno preoccupata dalla Russia
13. IRLANDA
- Posizione: Neutrale, ma “nascosta” nei dibattiti senza prendere posizione
- Citazione: “L’Irlanda ha tenuto un piede nell’acqua di questi dibattiti a livello ufficiale ma non ha mai fatto contributi significativi”
D) I paesi “nazionalisti/ambigui”
14. UNGHERIA
- Posizione: Isolazionista, critica verso NATO e UE, ma relazioni strette con repubblicani USA
- Contraddizione: Orbán vicino a Trump ma anche a Putin
- Ruolo: Blocca spesso iniziative comuni (ritardo su Finlandia/Svezia in NATO)
- Non credibile come mediatore: Troppo vicino a Russia secondo analisti
15. SLOVACCHIA
- Posizione: Governo Fico critico verso sostegno a Ucraina
- Nota: Fico ha parlato di “crollo dell’ordine mondiale post-1945”
PARTE II: L’ARCHITETTURA DELLA DIPENDENZA
A) Presenza militare USA in Europa
Dati chiave (2024-2025):
- Truppe USA in Europa: ~84.000 (aumentate da ~60.000 pre-2022)
- Basi permanenti: 31 + 19 siti con accesso DOD
- Concentrazione: Germania, Italia, Polonia, Regno Unito
Principali installazioni:
| Paese | Base | Funzione | Personale |
|---|---|---|---|
| Germania | Ramstein | Hub aereo USAF in Europa | migliaia |
| Germania | Stoccarda | HQ EUCOM e AFRICOM | 25.000+ (comunità) |
| Germania | Büchel | Bombe nucleari B-61 | classificato |
| Italia | NSA Napoli | HQ Sesta Flotta, NAVEUR-NAVAF | 8.500 |
| Italia | Sigonella | Hub logistico Mediterraneo | migliaia |
| Italia | Aviano | Unico fighter wing USA sud Alpi | migliaia |
| Polonia | Redzikowo | Sistema Aegis antimissile | 355 |
| Polonia | Powidz | Hub logistico (in espansione massiccia) | in crescita |
| Romania | Deveselu | Sistema Aegis antimissile | 200 |
| Turchia | Incirlik | Hub operazioni Medio Oriente | 1.830 |
| UK | Lakenheath | Maggiore presenza USAF in UK | migliaia |
| UK | Mildenhall | Rifornimento aereo | 3.000 |
B) Dipendenza industriale-militare
Acquisti di armi USA (Foreign Military Sales):
- 2022-2024: gli FMS verso Europa NATO rappresentano il 50,7% della spesa europea in equipaggiamenti (era 27,8% nel 2019-2021)
- Polonia da sola: $55 miliardi in FMS, 30% della domanda europea
- Sistemi critici (Patriot, F-35, munizioni avanzate) disponibili solo da USA
- 80% del procurement militare europeo verso fornitori stranieri (principalmente USA)
C) Dipendenza nucleare
- Ombrello nucleare USA: Fondamento della deterrenza europea
- Bombe B-61 in 5 paesi europei (Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Turchia)
- Francia: Unico paese UE con deterrente autonomo, ma non copre altri paesi
- UK: Sistema Trident dipende da tecnologia USA
D) Dipendenza intelligence
- Five Eyes: UK integrato, altri europei esclusi
- NSA: Monitoraggio su leader europei (caso Merkel 2013)
- Tecnologia: Cloud, semiconduttori, AI dominati da USA
PARTE III: COSA POTREBBE FARE L’EUROPA SE FOSSE AUTONOMA
A) Politica estera indipendente
1. Mediazione nei conflitti
Un’Europa autonoma potrebbe essere il mediatore naturale nelle crisi globali:
- Ucraina-Russia: Attualmente la mediazione è tentata da Turchia, Cina, India – mentre l’Europa è parte in causa come alleata USA. Un’Europa neutrale ma forte potrebbe offrire garanzie di sicurezza credibili a entrambe le parti
- Medio Oriente: Storicamente l’Europa aveva posizioni più equilibrate su Palestina. L’allineamento con USA/Israele ha distrutto questa credibilità
- Asia-Pacifico: Potrebbe mantenere relazioni commerciali con Cina senza seguire la strategia di contenimento USA
2. Difesa del diritto internazionale
L’Europa potrebbe essere il campione globale del multilateralismo e della Carta ONU:
- Coerenza: Condannare le violazioni russe E quelle americane (Venezuela, Iraq, ecc.)
- CPI: Sostenere la Corte Penale Internazionale anche quando indaga su alleati
- ONU: Lavorare per riformare il Consiglio di Sicurezza invece di bypassarlo
3. Relazioni con il Sud Globale
Un’Europa non identificata con l’egemonia americana potrebbe ricostruire rapporti con:
- Africa (ex colonie, ma anche nuovi partner)
- America Latina (relazioni compromesse dal sostegno a politiche USA)
- Asia (evitando di essere trascinata in “nuova Guerra Fredda” contro Cina)
B) Difesa autonoma
Risorse potenziali:
- Spesa difesa UE 2024: €343 miliardi (in crescita)
- Proiezione 2025: €381 miliardi (supera 2% PIL)
- Popolazione mobilitabile: centinaia di milioni
- Industria della difesa: €183 miliardi fatturato, 600.000 posti lavoro
Cosa manca:
- Comando unificato: 27 eserciti separati, 27 sistemi logistici
- Capacità critiche: Trasporto strategico, rifornimento aereo, ISR, munizioni avanzate
- Nucleare condiviso: Solo Francia ha deterrente autonomo
- Volontà politica: Paesi dell’Est preferiscono garanzia USA
Modelli possibili:
- Joint Expeditionary Force (JEF): 10 paesi guidati da UK, potrebbe essere base per struttura non-NATO
- European Sky Shield Initiative (ESSI): Difesa aerea integrata, già operativa
- “NEATO”: North East Atlantic Treaty Organization, proposta per alleanza europea autonoma
C) Autonomia economica e tecnologica
1. De-dollarizzazione parziale
- Euro come valuta di riserva alternativa
- Sistemi di pagamento alternativi a SWIFT
- Protezione da sanzioni extraterritoriali USA
2. Sovranità tecnologica
- Cloud europeo (non dipendente da Amazon/Microsoft/Google)
- Semiconduttori: programma europeo invece di dipendenza Taiwan/USA
- AI: sviluppo autonomo con valori europei
3. Politica commerciale indipendente
- Accordi con Cina non subordinati a veto USA
- Relazioni con Russia post-conflitto basate su interessi europei
- Corridoi economici eurasiatici (alternativa a dipendenza atlantica)
PARTE IV: PERCHÉ L’EUROPA NON LO FA
A) Il circolo vizioso della dipendenza
- L’Europa dipende dagli USA per la sicurezza
- Quindi non sviluppa capacità autonome
- Quindi rimane dipendente
- Quindi non può avere politica estera indipendente
- Quindi segue Washington
- Ritorno al punto 1
B) Il blocco dei paesi atlantisti
Come documentato dal Quincy Institute:
“L’Unione Europea nel suo complesso è in ogni caso esclusa da qualsiasi ricerca di autonomia strategica dall’opposizione implacabile di Polonia e Stati baltici. Sono ben consapevoli che le loro speranze di una Russia indebolita o distrutta possono essere realizzate solo con il pieno sostegno USA.”
Il veto di fatto:
- Decisioni UE su difesa richiedono unanimità
- Polonia, Baltici, Romania bloccano qualsiasi iniziativa che riduca ruolo USA
- Germania, nonostante retorica, segue linea atlantista nei fatti
- Francia isolata nel suo europeismo
C) La debolezza strutturale
Frammentazione:
- 27 eserciti, 27 industrie della difesa, 27 politiche estere
- Nessun “telefono europeo” da chiamare (citazione Kissinger)
- Processo decisionale lentissimo
Trauma storico:
- Germania: inibizioni post-WWII contro azione militare indipendente
- Est Europa: memorie sovietiche, Russia vista come minaccia esistenziale
- Nord Europa: neutralità storica appena abbandonata (Finlandia, Svezia)
Interessi divergenti:
- Est: priorità Russia
- Sud: priorità Mediterraneo, migrazioni, Africa
- Ovest: priorità commercio globale
- Nord: priorità Artico, Mar Baltico
PARTE V: LO SCENARIO ATTUALE (2025-2026)
La crisi Venezuela come test
L’operazione USA in Venezuela ha mostrato plasticamente la paralisi europea:
- Francia (Barrot): “Viola il principio di non ricorso alla forza, nessuna soluzione imposta dall’esterno” – unica critica sostanziale
- Germania (Merz): “Valutazione legale complessa” – ambiguità calcolata
- UK (Starmer): “Voglio parlare con Trump prima” – deferenza
- Italia (Meloni): “Monitoriamo” – silenzio
- Spagna (Sánchez): “Non riconosceremo intervento che viola diritto internazionale” – rara presa di posizione
- UE (Kallas, Von der Leyen): “Moderazione, rispetto diritto internazionale” – nessuna condanna
L’alternativa Trump
La NSS di Trump 2025 ha esplicitato ciò che era implicito:
- Gli USA non condividono più la percezione delle minacce con gli alleati
- L’Europa è vista come problema (regolamentazione, “censura”, “cancellazione civilizzazionale”)
- La Russia è menzionata meno delle minacce “interne” europee
- Il messaggio è chiaro: arrangiatevi
Reazione europea: Invece di cogliere l’opportunità per l’autonomia, la maggioranza dei paesi si aggrappa ancora di più alla garanzia americana, anche se sempre più vuota.
Il prezzo
L’Europa paga un prezzo altissimo per la sua mancanza di autonomia:
1. Irrilevanza geopolitica
- Non conta nelle negoziazioni su Ucraina (decise da USA-Russia)
- Non ha voce in Medio Oriente
- Non può mediare alcun conflitto perché non è neutrale
2. Complicità in violazioni
- Sostiene (o tace su) violazioni USA del diritto internazionale
- Perde credibilità come difensore delle regole
- Ipocrita nel condannare Russia/Cina mentre giustifica USA
3. Vulnerabilità economica
- Dazi USA senza possibilità di rappresaglia credibile
- Sanzioni extraterritoriali che colpiscono aziende europee
- Dipendenza tecnologica crescente
4. Costo opportunità
- Relazioni con Cina compromesse per seguire Washington
- Risorse sprecate in acquisti militari USA invece di sviluppare industria europea
- Incapacità di proporre alternative al disordine globale
La domanda finale: L’Europa vuole essere un attore o uno spettatore della storia del XXI secolo? Finché Polonia, Baltici e altri paesi atlantisti manterranno il veto su qualsiasi forma di autonomia, la risposta è già scritta.
Come osservato da diversi analisti:
“L’Europa è troppo grande per essere irrilevante, ma troppo divisa per essere influente.”
L’articolo L’Ipocrisia universale proviene da Difesa Online.
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