Lo Stretto di Hormuz e le capacità del sistema difensivo iraniano
Senza entrare in questioni di Dottrina Navale, che risulterebbero dispersive e marginali in questo contesto, è comunque opportuno ricordare che il “Potere marittimo” (“Sea Power”, raramente definito anche come“Maritime Power”) rappresenta il complesso delle capacità di una Nazione di utilizzare il mare (gli spazi marittimi) per fini strategici, militari ed economici, e si attua anche attraverso la capacità di esercitare il controllo di quei tratti di mare, come i canali e gli stretti, dove le coste si avvicinano e dove il libero transito delle navi risulta di importanza strategica. Tali importantissimi “punti geografici” vengono definiti“Choke points”, ovvero“Punti di strangolamento”(detti anche “Punti di restringimento” o “Colli di bottiglia”). In realtà non sono “punti” ma bensì sono dei “tratti di mare” dove passano importanti e/o vitali rotte commerciali, genericamente chiamate“Linee marittime di comunicazione”(“Sea Lines Of Communication”– SLOC). Tra questi punti geografici, compare anche, a pieno titolo per la sua grande importanza commerciale, lo stretto di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz deve il suo nome alla piccola isola iraniana di Hormuz situata a nord della, davanti alla città di Bandar Habbas e rappresenta l’unico passaggio marittimo dal Golfo Persico al Golfo dell’Oman e quindi al Mare Arabico e all’Oceano Indiano. In pratica la Penisola di Musandam (omanita), separa le acque del Golfo persico da quelle del Golfo dell’Oman. A nord dello stretto il territorio è interamente iraniano mentre la zona sud è suddivisa tra le coste degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman, sebbene la penisola di Musandam sia omanita.
Lo stretto è ufficialmente considerato lungo circa 90 miglia nautiche (≈167 Km.) con una larghezza che varia da circa 60 miglia (≈111 Km) a 21 miglia (≈ 39 Km.). Il punto più stretto tra le coste risulta quindi essere di 21 miglia nautiche e le zone navigabili più strette hanno una profondità che varia dai 40 ai 60 metri, mentre verso le coste iraniane i fondali si possono ridurre sino ai 15 – 30 metri. Per tali motivi le regole del transito delle navi sono estremamente rigide: la separazione del traffico prevede due canali (uno per le navi in ingresso le uno per le navi in uscita) larghi 1 miglio ciascuno ed una zona “cuscinetto” di sicurezza larga due miglia. Di fatto, l’Iran e l’Oman estendono le proprie acque territoriali fino a 12 miglia nautiche dalle proprie coste e giusto all’interno del corridoio di transito delle navi le acque sono considerate “acque internazionali”, dove appunto vige il diritto di “passaggio in transito ininterrotto”.
Le correnti, ed in particolar modo le correnti di marea (che possono arrivare ad una velocità di 3 nodi) sono abbastanza complesse ed agiscono in due strati differenti (uno più superficiale ed uno più profondo), variano in base alle fasi lunari e creano dei flussi “in entrata” e “in uscita” che influenzano la manovrabilità delle grandi navi, peraltro tenute a mantenere “una velocità di transito” che non superi i 15/16 nodi.
Gli eventi che stanno accadendo nello Stretto parlano da soli: in buona sostanza il transito per Hormuz è messo in serio pericolo e, di fatto, lo stretto è sostanzialmente chiuso, con le note gravi conseguenze sui traffici marittimi e le evidenti ricadute economiche che ne conseguono. Viene pertanto inficiata la “Libertà dei mari” e, più precisamente, la“salvaguardia della libertà di navigazione, della sicurezza delle navi in transito e delle merci trasportate”. Eventuali attività di difesa dei mercantili e di contrasto alle attività ostili in mare rientra in quelle operazioni militari di sicurezza marittima definite come“Maritime Security Operations”(MSO) che forniscono quella protezione in mare necessaria per garantire una generale condizione di sicurezza alle navi mercantili in navigazione. In questi casi specifici vengono attivate le classiche missioni di “Protezione convoglio”, che tuttavia sono missioni che presentano delle specificità e dei cavilli burocratici che non esistono quando un gruppo navale si muove in tempo di guerra che, pur avendo magari la stessa missione, ma naviga e combatte in modo totalmente indipendente, autonomo e con le proprie regole di ingaggio. Qualora unaOrganizzazione Internazionalevenga chiamata a gestire una situazione del genere, si costituisce generalmente un“gruppo navale multinazionale”, appositamente creato non solo per assolvere lo specifico compito ma anche per determinare il coinvolgimento politico di più Nazioni e per dividere le spese.
In tali circostanze, risultano fondamentali cinque aspetti: la costituzione della forza navale, chi comanda, per quanto tempo è richiesto l’impegno operativo, l’aspetto logistico e l’aspetto giuridico. Deve essere chiarita in sede comune la consistenza e la struttura della forza navale che si vuole costituire e contestualmente il “contributo navale” richiesto ad ogni Nazione nonché il numero di navi mercantili che si devono/si possono proteggere in ogni singola missione.
Dall’analisi delle caratteristiche morfologiche, orografiche ed idrografiche dello Stretto di Hormuz è evidente che le minacce più dirette siano rappresentate dall’eventuale posizionamento di“mine marine”(dette anche “mine navali” o “mine anti-nave”),droni marini(di superficie e subacquei) e/o dall’eventuale attacco da parte dei tradizionali“barchini dei Pasdaran”(leggeri, veloci, molto manovrabili e bene armati con diverse tipologie di razzi e/o lanciagranate), possibili minacce a cui vanno a sommarsi quelle che possono provenire da più lontano, come deicolpi di artiglieriao da ancora molto più lontano, soprattutto in considerazione delle considerevoli gittate che atualmente possono avere razzi, missili, droni e munizioni circuitanti (impropriamente chiamate“droni kamikaze”). La minaccia, in estrema sintesi, può provenire anche da zone ben più interne del territorio iraniano enon necessariamente solo da zone costiere prospicienti lo Stretto.
Per quanto riguarda le mine marine, occorre ricordare che esse vengono identificate non in base all’obiettivo da distruggere ma in base alla quota alla quale vengono posizionate in mare: insuperficie(in galleggiamento senza alcun vincolo, ovvero alla deriva / in superficie ma ormeggiate sul fondo del mare), in quota (posizionate ad una certa quota ma ormeggiate sul fondo) o direttamente adagiate sul fondo del mare. Il loro posizionamento può essere effettuato non solamente da unità navali specializzate (es. “Posamine”) o da velivoli o da sottomarini ma anche da insospettabili navi commerciali, imbarcazioni o pescherecci opportunamente modificati per far scivolare le mine a mare. In relazione al posizionamento, esistono ovviamente diverse tipologie di mine con diversa quantità e tipo di esplosivo, di differenti dimensioni e con differenti sistemi di attivazione (a contatto, a influenza acustica o magnetica, a pressione…). Discorso più complesso se si considera anche il fatto che eventuali zone disseminate di mine dovranno, prima o poi, essere bonificate e che non tutte le Marine sono dotate di unità navali di “contromisure mine” (“Cacciamine” e “Dragamine”) in grado di effettuare le delicate operazioni di sminamento.
Dichiarando “la chiusura dello Stretto” di Hormuz, gli Iraniani intendono “interdire” il traffico marittimo nello Stretto, mettendo in essere, di fatto, una “azione di esclusione”, dottrinalmente definita come“Zona di Esclusione Marittima”(“Maritime Exclusion Zone”– MEZ)che è una attività militare impiegata per delimitare una zona di mare in cui “è vietata qualsiasi attività di transito di qualsiasi tipo di naviglio” e qualsiasi nave che non rispetti tale divieto può essere attaccata.
In termini NATO, tale interdizione si può configurare come una azione strategica definita “A2/AD” (Anti-Access / Area Denial): ovvero effettuare azioni di“Impedimento di Accesso”(Anti Access – A2) ad una determinata area considerata “operativa” mentre le attività conseguenti ad una violazione già avvenuta rientrano nelle azioni di “Negazione di Area” (Area Denial – AD). Ma queste considerazioni in aderenza alla “nostra” dottrina operativa!
In tale contesto è pertanto necessario cercare di capire su come siano articolate e quali capacità possano esprimere le componenti militari e paramilitari dello Stato Iraniano, premettendo il fatto che studi ed analisi, di pubblica consultazione, sono pressoché inesistenti e le considerazioni che vengono ora fatte si devono necessariamente basare sulle risultanze non solo sull’attuale situazione ma anche sulle risultanze di quanto avvenne nella cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno e nella “Prima Guerra del Golfo” (così storicamente definita la Guerra tra Iran e Iraq del 1980-88). Tali considerazioni hanno la finalità di comprendere o di intuire, per quanto possibile, le capacità iraniane di esprimere azioni offensive che possano avere effetti concreti e durevoli nel tempo e con quali assetti poterle condurre. Inoltre, è opportuno sottolineare il fatto che nulla si sa del cosiddetto “corpo dottrinale iraniano”.
Va precisato chele Forze Armate dell’Iran presentano un doppio sistema militare:
- uno principalmente dedicato alla difesa del potere teocratico ed indirizzato anche al controllo interno della popolazione, denominato“Guardiani della Rivoluzione Islamica”e più noto come“Pasdaran”(con maggiore influenza strategica, con maggiori fondi, migliore armamento e con componenti terrestri, aeree, navali e di forze speciali);
- l’altro, di natura più convenzionale, è sostanzialmente formato daForze Armate tradizionali.
L’organizzazione dei Pasdaran inoltre possiede anche una capacità autonoma di intelligence e la possibilità di condurre attività di “consulenza, supporto ed indirizzo” al di fuori dei confini nazionali a favore di gruppi ed organizzazioni operanti nell’area medio-orientale (come ad esempio a favore dell’ala paramilitare del partito libanese degli “Hezbollah”) e può essere considerato come l’apparato fedelissimo del potere politico-religioso, una sorta della stato nello stato. I Pasdaran detengono anche il controllo delle Forze missilistiche con una organizzazione separata ed effettivi stimati in quindicimila unità, mentre le Forze terrestri canoniche oscillano, a seconda delle valutazioni, in circa trecentocinquantamila effettivi. I Pasdaran assommano a circa duecentomila effettivi, mentre la Marina tradizionale dovrebbe attestarsi sulle ventimila unità. Anche l’Aeronautica non pare arrivi alle quarantamila unità.
Questi dati sono fortemente indicativi e non vanno considerati tanto nello specifico quanto nelle proporzioni: la forte sproporzione tra le Forze Armate dimostra chela priorità dei vertici iraniani è il controllo del proprio territorio ed il controllo interno delle Forze Armate tradizionali.
La componente della Difesa aerea, autonoma rispetto alle altre Forze armate, garantisce un livello di efficienza certo e prolungato nel tempo, considerando anche il fatto che l’Iran è tra i maggiori produttori di droni aerei militaria livello mondiale.
Con uno sistema di difesa strutturato in tale maniera è possibile constatare che:
- l’Iran non possiede “Forze di Proiezione” di alcun tipo, e non è quindi in grado di condurre operazioni militari permanenti al di fuori dei propri confini con assetti terrestri aerei o navali;
- le mire egemoniche regionali si sono manifestate principalmente attraverso l’impiego della componente missilistica, ora integrata dalla produzione massiccia di droni aerei e da assetti navali che possono in tempi brevissimi interdire lo stretto di Hormuz;
- la minaccia espressa dalla componente missilistica deve essere sempre rapportata al numero dei lanciatori e non è dato di sapere se tale bilanciamento, generalmente dato per scontato, corrisponda alle reali esigenze.
- il modello di difesa è basato sulla Leva obbligatoria, peraltro di limitata durata, e tale modello non consente di organizzare e mantenere reparti organici, in particolare terrestri, pronti al combattimento.
Al momento attuale non è ancora possibile esprimere valutazioni di maggiore consistenza in quanto in questo caso esiste, più che una “disinformazione”, una “carenza di informazione”. A parte gli avvenimenti particolarmente evidenti, occorrerà vedere ora le capacità di reazione iraniana e di mantenimento della difesa aerea del territorio. Sicuramente pur trattandosi di sole operazioni aeree, il territorio iraniano è devastato dalle continue incursioni che hanno arrecato significative distruzioni di assetti ed infrastrutture militari, oltre che la soppressione già in fase iniziale delle fondamentali figure istituzionali di vertice.
Peraltro la strategia iraniana di coinvolgere altri Paesi dell’area per mezzo di attacchi indiscriminati può soltanto accrescere la situazione di isolamento dell’Iran. L’obiettivo fondamentale delle operazioni in corso è comunque quello di privare l’Iran di ogni capacità inerente lo sviluppo e la produzione di ordigni nucleari, senza escludere, quale obiettivo minore, quello di azzerare la “capacità balistica” espressa dai vettori missilistici a medio e lungo raggio, pervenendo alla soppressione delle capacità del sistema di difesa aerea, situazione che potrebbe creare nuove prospettive per azioni di terra, limitate nel tempo e nello spazio, per la distruzione definitiva delle infrastrutture dedicate ai programmi nucleari.
Senza questi due assetti offensivi (nucleare e missilistico), l’Iran torna ad essere un Paese che non può più esprimere capacità offensive letali, almeno in area regionale e, se protagonista di sommovimenti interni per un cambio di regime, cesserebbe definitivamente di essere una minaccia reale come lo è stato negli ultimi decenni. L’incisività degli assetti navali iraniani, inseriti nel particolare contesto dello Stretto di Hormuz, determinano la possibilità di effetti significativi pur disponendo di capacità operative minime in confronto a quelle statunitensi.
Forti di questo stato di cose, è fondamentale arrivare ad uno “status quo” che consenta l’inesistenza di minacce per qualsiasi tipo di naviglio che desideri transitare in quelle acque.
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Senza entrare in questioni di Dottrina Navale, che risulterebbero dispersive e marginali in questo contesto, è comunque opportuno ricordare che…
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