L’Occidente contro se stesso: dagli attacchi all’UNIFIL al MIGA, il doppio standard che sta consegnando il mondo a Pechino
Al-Qawzah, 6 marzo 2026: quando l’alleato ti colpisce
Sono le 17:45 ora locale quando il primo missile si abbatte sul quartier generale del battaglione ghanese dell’UNIFIL, nella città di Al-Qawzah, distretto di Bint Jbeil, sud del Libano. Sette minuti dopo, alle 17:52, un secondo impatto. La mensa ufficiali viene rasa al suolo. Due soldati ghanesi riportano ferite critiche, un terzo rimane traumatizzato. L’incendio divampato nella base viene domato mentre i peacekeeper irlandesi del 127° battaglione di Fanteria, di stanza a quattro chilometri presso Camp Shamrock, si precipitano a fornire assistenza all’evacuazione e supporto antincendio.
La notizia arriva nel giorno dell’indipendenza del Ghana. Ad Accra il paese si ferma. Il presidente John Dramani Mahama chiede calma, il Ministero degli Affari Esteri presenta una protesta formale al quartier generale ONU di New York. L’esercito ghanese pubblica un comunicato che parla di “due attacchi missilistici” durante gli scontri tra IDF e Hezbollah, senza indicare esplicitamente il responsabile.
L’UNIFIL conferma: tre peacekeeper feriti, il più grave evacuato all’ospedale di Beirut. La missione ONU annuncia l’apertura di un’indagine e non identifica la fonte del fuoco, ma avverte: ogni attacco ai peacekeeper costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario e della Risoluzione 1701, e può configurarsi come crimine di guerra.
A rompere la cautela diplomatica è il presidente libanese Joseph Aoun, che accusa direttamente Israele di aver condotto un assalto contro l’UNIFIL. Le IDF non commentano. Emmanuel Macron condanna un “attacco inaccettabile”. Il Taoiseach irlandese Micheál Martin lo definisce “sconsiderato”. Il segretario generale delle Nazioni Unite ricorda che la sicurezza del personale ONU deve essere rispettata in ogni momento.
Dichiarazioni forti, conseguenze zero. ( a fondo pagina la cronologia degli attacchi Israeliani all’UNIFIL)
Il danno strategico: la democrazia occidentale come brand in crisi
Questa continua serie di attacchi non è solo un elenco di violazioni del diritto internazionale. È il documento di un fallimento sistemico che sta erodendo le fondamenta stesse della credibilità occidentale nel mondo.
L’intero impianto dell’ordine internazionale post-1945 si regge su una promessa: esistono regole universali, e le democrazie occidentali ne sono garanti. La Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, le Convenzioni di Ginevra, il Tribunale Penale Internazionale sono stati costruiti, finanziati e promossi dall’Occidente come prova della propria superiorità morale rispetto ai regimi autoritari.
Il caso Israele-UNIFIL demolisce questa narrazione in modo sistematico e visibile. Non si tratta di un’eccezione occasionale. Si tratta di decenni di violazioni documentate, coperte, protette e finanziate dalla principale democrazia mondiale. Quando gli Stati Uniti esercitano il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare una risoluzione che chiede il rispetto del diritto umanitario, non stanno proteggendo solo Israele: stanno dichiarando pubblicamente che le regole che loro stessi hanno scritto non si applicano ai loro alleati.
Il risultato è la trasformazione del “rules-based international order” in ciò che i suoi critici hanno sempre sostenuto che fosse: un sistema di potere mascherato da sistema di diritto.
Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, l’Occidente ha chiesto al mondo intero di schierarsi in difesa del diritto internazionale, dell’integrità territoriale, della sovranità degli Stati. La risposta del Sud Globale è stata tiepida, in molti casi apertamente ostile. India, Sudafrica, Brasile, gran parte dell’Africa e del Sud-Est asiatico hanno rifiutato di allinearsi. Il motivo ricorrente, espresso in sedi diplomatiche e dichiarazioni pubbliche, è stato sempre lo stesso: non potete chiederci di rispettare le regole quando voi stessi le applicate selettivamente.
Per il Ghana, che è uno dei maggiori contributori storici alle missioni di peacekeeping ONU, l’attacco del 6 marzo ha un significato che va ben oltre i tre feriti. È la dimostrazione che il contratto implicito, “voi mandate i vostri soldati a mantenere la pace, noi garantiamo che saranno protetti dal diritto internazionale”, è carta straccia. Perché dovrebbe il Ghana, o il Nepal, o l’Indonesia, continuare a rischiare le vite dei propri cittadini per una missione che il paese responsabile dell’attacco può ignorare senza conseguenze?
La Cina ha colto perfettamente questa dinamica. Pechino utilizza sistematicamente il doppio standard occidentale sul Medio Oriente per rafforzare la propria narrazione: l’ordine internazionale non è basato su regole universali, è basato sull’egemonia americana. I BRICS allargati, la Shanghai Cooperation Organisation, le nuove architetture finanziarie alternative vengono presentati come risposta a un sistema che l’Occidente stesso ha screditato con le proprie eccezioni.
La guerra cognitiva che l’Occidente perde da solo
Ogni veto americano al Consiglio di Sicurezza, ogni attacco a una base UNIFIL rimasto senza conseguenze, ogni rapporto di Human Rights Watch liquidato come “pregiudizio anti-israeliano” produce contenuto che alimenta la narrazione anti-occidentale in modo più efficace di qualsiasi operazione di disinformazione russa o cinese.
Mosca e Pechino non hanno bisogno di fabbricare propaganda: basta amplificare i fatti. L’attacco ai caschi blu ghanesi è un esempio perfetto. RT, CGTN, TRT, Al Jazeera, Press TV possono limitarsi a riportare la notizia così com’è, senza alcuna manipolazione, e il risultato è devastante per l’immagine occidentale. Soldati africani di una missione ONU colpiti da un alleato dell’Occidente, e l’Occidente che non fa nulla. Questo racconto non richiede spin, non richiede deepfake, non richiede bot farm. È la realtà, e la realtà è il contenuto più potente nella guerra cognitiva.
Il paradosso è che l’Occidente spende miliardi per contrastare la disinformazione, per difendere la propria narrazione democratica, per promuovere il “rules-based order”, mentre simultaneamente produce il materiale più efficace per demolirla.
Il danno non è solo esterno. La copertura incondizionata a Israele produce fratture profonde all’interno delle stesse società occidentali. Le proteste universitarie negli Stati Uniti, le manifestazioni di massa in Europa, le spaccature all’interno dei partiti di governo, le dimissioni di funzionari del Dipartimento di Stato americano sono tutti sintomi di una crisi di legittimità interna.
Quando un giovane europeo vede il proprio governo invocare i diritti umani per giustificare sanzioni contro la Russia e contemporaneamente fornire le munizioni utilizzate in operazioni che organismi internazionali definiscono potenziali crimini di guerra, la conclusione è una: ipocrisia strutturale. Questo alimenta il disincanto verso le istituzioni democratiche, la sfiducia nella politica estera, e la percezione che la democrazia occidentale sia un involucro retorico per interessi di potenza.
C’è un esperimento mentale che rende la questione cristallina. Se domani l’Iran, la Russia o la Cina colpissero una base UNIFIL con missili ferendo tre peacekeeper, la reazione sarebbe immediata: sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza, sanzioni, possibile intervento militare, copertura mediatica permanente, editoriali sull’aggressione al diritto internazionale.
Quando lo fa un alleato, si apre un’indagine, si emettono condanne verbali, si ricorda l’importanza del diritto internazionale. E si passa oltre.
L’Europa contribuisce con migliaia di soldati a UNIFIL. L’Italia ha circa mille uomini e donne dispiegati nella missione. Nell’ottobre 2024 il Ministro della Difesa Crosetto ha condannato gli attacchi israeliani ai caschi blu, dichiarando che “il bombardamento del quartier generale UNIFIL è intollerabile”. Ma Roma non ha mai posto la questione in termini di conseguenze concrete: nessuna sospensione di accordi commerciali, nessun embargo su componenti militari, nessun richiamo dell’ambasciatore. La stessa dinamica si è replicata con Parigi e Madrid.
Questo gap tra condanna retorica e inerzia politica comunica a Israele un messaggio inequivocabile: potete colpire i nostri soldati e non succederà nulla. Un’Europa che non è in grado di proteggere nemmeno i propri militari sotto mandato ONU non ha credibilità come attore geopolitico. Ha già perso la partita della credibilità prima ancora di quella della deterrenza.
Il 6 marzo 2026, mentre i peacekeeper ghanesi venivano estratti dalle macerie di Al-Qawzah con l’aiuto dei colleghi irlandesi, i leader europei erano riuniti in un vertice Meloni-Starmer-Merz-Macron per discutere la crisi mediorientale. Le dichiarazioni di preoccupazione si sono moltiplicate. Le azioni concrete sono rimaste a zero.
Non sono gli USA, non è Israele: è una cultura politica che va isolata
Qui è necessaria una distinzione fondamentale, che troppo spesso viene elusa nel dibattito pubblico.
Gli Stati Uniti non sono Donald Trump. Israele non è Benjamin Netanyahu. L’America che ha contribuito a costruire l’ordine internazionale post-1945, che ha promosso il Piano Marshall, che ha sostenuto la creazione delle Nazioni Unite e della NATO, non è la stessa America che oggi smantella le istituzioni multilaterali, tratta gli alleati come vassalli e usa il veto come arma di impunità per i propri partner strategici. Israele, la nazione che è nata anche grazie a una risoluzione delle Nazioni Unite, la Risoluzione 181 del 1947, non è la stessa entità politica che oggi quelle risoluzioni le calpesta sistematicamente.
Ciò che stiamo osservando non è il comportamento strutturale di due democrazie, ma la degenerazione prodotta da una specifica cultura politica che ha preso il controllo dei rispettivi apparati di governo. Una cultura che si fonda sulla forza come unico strumento di relazione internazionale, sul disprezzo per le istituzioni multilaterali, sull’idea che le regole siano vincoli per i deboli e strumenti per i forti.
Trump e Netanyahu non rappresentano una variante legittima della tradizione democratica occidentale. Rappresentano la sua negazione. Un presidente americano che definisce la NATO obsoleta, che ritira gli Stati Uniti dagli accordi internazionali, che tratta il diritto internazionale come un optional, non è l’erede di Truman, di Eisenhower o di Kennedy. È l’espressione di una corrente isolazionista e autoritaria che quelle figure avevano combattuto. Un primo ministro israeliano sotto processo per corruzione, che definisce i caschi blu “scudi umani”, che ordina attacchi contro installazioni ONU, non è l’erede di Rabin. È il prodotto di una radicalizzazione politica che ha trasformato la sicurezza nazionale in ideologia totalizzante.
La distinzione non è accademica: è strategica. Se l’Occidente identifica il problema come “gli USA” e “Israele” in quanto tali, non ha soluzione. Se lo identifica come una specifica cultura politica che ha temporaneamente catturato le istituzioni di quei paesi, la soluzione esiste ed è politica: isolare quella cultura, non assecondarla.
L’Europa avrebbe potuto, e dovuto, tracciare questa linea da tempo. Avrebbe potuto dire: siamo alleati degli Stati Uniti, non della presidenza Trump. Sosteniamo il diritto di Israele ad esistere e a difendersi, non il diritto del governo Netanyahu a violare il diritto internazionale impunemente. Invece ha scelto la via dell’acquiescenza, confondendo lealtà atlantica con subordinazione incondizionata, e solidarietà con complicità.
Ogni volta che un governo europeo condanna a parole un attacco contro i propri caschi blu e poi continua a fare affari come se nulla fosse accaduto, sta facendo una scelta precisa: sta scegliendo di preservare la relazione con una leadership specifica a costo della propria credibilità internazionale, della sicurezza dei propri soldati, e dei principi che dichiara di rappresentare.
C’è un elemento che si inserisce in questa analisi come un detonatore in una carica già innescata, e che l’Europa non può permettersi di ignorare. Il 30 gennaio 2026, il Dipartimento di Giustizia americano ha rilasciato oltre 3 milioni di pagine di documenti relativi a Jeffrey Epstein, il finanziere e trafficante sessuale condannato trovato morto in cella nel 2019. Tra quei milioni di pagine, un memo FBI del 2020, prodotto nell’ambito di un’indagine sulle influenze straniere sul processo elettorale americano, contiene citazioni che, se confermate, riscriverebbero la storia delle relazioni USA-Israele.
Il memo, basato sulle dichiarazioni di una fonte umana confidenziale (CHS) ritenuta credibile dal Bureau, registra affermazioni esplosive: Trump sarebbe stato “compromesso da Israele”. Epstein avrebbe operato come “agente cooptato del Mossad”. Jared Kushner, genero di Trump, sarebbe stato “il vero cervello dietro l’organizzazione e la presidenza”. Il movimento ultraortodosso Chabad-Lubavitch avrebbe cercato di “cooptare la presidenza Trump”.
Occorre essere chirurgici: il memo è un documento investigativo grezzo, non una conclusione giudiziaria. L’FBI ha precisato che le affermazioni provengono da un’unica fonte. Il Dipartimento di Giustizia ha avvertito che i file contengono citazioni “infondate e false”. Ma il memo esiste, è un documento ufficiale del governo americano, ed è stato prodotto all’interno di un’indagine di controintelligence. Non è un post su un forum complottista.
I fatti documentati: Epstein come fixer dell’intelligence israeliana
Al di là del memo FBI, le inchieste giornalistiche di Drop Site News, basate su oltre centomila email hackerate dall’account dell’ex premier israeliano Ehud Barak, hanno prodotto un quadro documentale che i grandi media americani hanno sistematicamente ignorato ma che nessuno ha smentito.
I fatti accertati: Barak, ex capo dell’intelligence militare israeliana, visitò le proprietà di Epstein oltre trenta volte tra il 2013 e il 2017, anni dopo la condanna per reati sessuali del 2008. Epstein facilitò attivamente operazioni al servizio degli interessi strategici israeliani: mediò un accordo di sicurezza tra Israele e Mongolia, costruì un canale diplomatico riservato tra Israele e Russia durante la guerra in Siria, contribuì a confezionare una proposta da 150 milioni di dollari per un sistema di sorveglianza di massa in Costa d’Avorio sviluppato da ex funzionari dell’intelligence israeliana.
Una spia israeliana, Yoni Koren, con una carriera nelle operazioni clandestine al fianco del Mossad, soggiornò nell’appartamento newyorkese di Epstein per settimane intere, in tre occasioni separate tra il 2013 e il 2015. Le email mostrano comunicazioni in codice tra Barak e Koren, e Epstein che chiede a Barak di “non andare dal numero 1 troppo in fretta”, dove “numero 1” è storicamente il soprannome del direttore del Mossad.
C’è poi lo scambio di email diventato emblematico: Epstein scrive a Barak “dovresti chiarire che io non lavoro per il Mossad :)”. Barak risponde: “Tu o io?”. Epstein replica: “che io non ci lavoro :)”. Battuta tra amici o conferma ironica? Il dibattito resta aperto, ma il contesto documentale in cui si inserisce pesa come un macigno.
Le smentite israeliane sono state perentorie. L’ex premier Naftali Bennett ha definito le accuse “categoricamente e totalmente false”. L’ex direttore del Mossad Yossi Cohen ha negato qualsiasi legame. Netanyahu ha scaricato tutto su Barak. Ma le smentite istituzionali sono il minimo sindacale in casi del genere, e non cancellano la montagna di corrispondenza documentata.
La domanda che l’Europa non può eludere
Per un analista, la questione non è stabilire con certezza giudiziaria se Trump sia sotto ricatto del Mossad. Con le fonti attualmente disponibili, quella conclusione non è dimostrabile. La domanda operativa è un’altra: la convergenza totale e incondizionata tra l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu, una convergenza che arriva fino all’attacco congiunto all’Iran e alla copertura sistematica delle violazioni israeliane del diritto internazionale, può essere spiegata interamente da una comune visione strategica? Oppure ci sono elementi che suggeriscono l’esistenza di una leva aggiuntiva?
Gli elementi indiziari esistono e sono documentati in file governativi americani, non in pamphlet cospirazionisti. Epstein compare oltre 1.800 volte nei documenti rilasciati. Il sistema di telecamere installato nelle sue proprietà corrisponde a tecniche classiche di sexpionage, la raccolta di materiale compromettente per fini di intelligence. Ghislaine Maxwell, la sua complice, è figlia di Robert Maxwell, magnate dei media universalmente riconosciuto come asset del Mossad, sepolto con onori quasi di stato a Gerusalemme nel 1991. L’ex agente CIA John Kiriakou ha definito Epstein un “access agent”, una persona utilizzata dalle agenzie di intelligence per avvicinare bersagli che non possono essere reclutati direttamente.
Il fatto che nessuna indagine indipendente sia mai stata avviata su questi elementi è, di per sé, un dato analitico. Il fatto che i principali media americani, il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal, non abbiano pubblicato un singolo articolo sulle connessioni Epstein-intelligence israeliana documentate da Drop Site News è un altro dato analitico. Il giornalista investigativo Murtaza Hussain lo ha detto senza giri di parole: i media mainstream “stanno deliberatamente ignorando la storia”.
Per l’Europa, questa vicenda solleva una domanda che precede qualsiasi valutazione geopolitica: con quale livello di consapevolezza i governi europei si stanno allineando alla politica estera di un presidente americano che documenti ufficiali del suo stesso governo descrivono come potenzialmente “compromesso” da un servizio di intelligence straniero? Mentre i caschi blu europei e africani vengono colpiti in Libano dall’alleato israeliano, e mentre l’Europa si fa trascinare in un’escalation mediorientale le cui ragioni strategiche servono Washington e Tel Aviv ma non Bruxelles, Roma o Berlino, non sarebbe il caso di porsi questa domanda?
Il muro di silenzio dei media mainstream occidentali sulla dimensione israeliana del caso Epstein non è un vuoto informativo: è una scelta editoriale. Ed è una scelta che, nell’era della guerra cognitiva, produce effetti devastanti. Perché il silenzio dei media occidentali non impedisce la circolazione dell’informazione: la spinge semplicemente verso canali alternativi, RT, Al Jazeera, Press TV, social media, dove viene amplificata senza contraddittorio, senza contesto e senza le cautele analitiche che un giornalismo serio dovrebbe garantire. Il risultato è che milioni di persone nel mondo arrivano alla conclusione che il presidente degli Stati Uniti agisce sotto ricatto israeliano, e che i media occidentali lo coprono. Che sia vero o no, la percezione è reale, e nella guerra cognitiva la percezione è il campo di battaglia.
MIGA: la promessa di libertà che arriva dal bombardiere
Il 6 marzo 2026, mentre i caschi blu ghanesi venivano estratti dalle macerie di Al-Qawzah, Donald Trump pubblicava su Truth Social il suo manifesto per l’Iran post-bellico. Ha chiesto la “resa incondizionata” dell’Iran, promettendo che dopo la capitolazione e “la selezione di leader grandi e accettabili”, gli Stati Uniti avrebbero lavorato per ricostruire il paese, rendendolo “economicamente più grande, migliore e più forte che mai”. Ha chiuso con lo slogan: “MAKE IRAN GREAT AGAIN (MIGA!)”.
Trump ha dichiarato più volte che chiunque assuma la leadership dell’Iran deve essere gradito agli Stati Uniti, arrivando a dire di voler “essere coinvolto nella selezione” del prossimo leader.
Nel frattempo, la realtà sul terreno: oltre 1.230 persone uccise in Iran, tra cui almeno 175 studentesse in un bombardamento su una scuola, probabilmente condotto dagli USA secondo un’indagine americana riportata da Reuters. Migliaia di iraniani sono scesi in piazza a Teheran dopo la preghiera del venerdì, sventolando bandiere e immagini dell’Ayatollah Khamenei ucciso, scandendo: “Combatteremo, moriremo, non accetteremo l’umiliazione” e “Nessun compromesso, nessuna resa, distruzione di Israele”.
E la risposta istituzionale iraniana al MIGA è stata chirurgica. Il presidente del Parlamento Ghalibaf ha scritto su X: “Il destino dell’amato Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato unicamente dall’orgogliosa nazione iraniana, non dalla gang di Epstein”.
Non ha detto “non dagli americani”. Non ha detto “non dall’Occidente”. Ha detto “la gang di Epstein”. Con un tweet, il regime iraniano ha trasformato gli Epstein files in un’arma di delegittimazione strategica della leadership americana, collegando esplicitamente la pretesa di Trump di decidere il futuro dell’Iran alla sua compromissione personale documentata nei file governativi del suo stesso paese.
Il paradosso del liberatore compromesso
Fermiamoci un momento e guardiamo la scena dal punto di vista di un cittadino iraniano. Una persona che magari odia genuinamente il regime teocratico, che ha partecipato alle proteste del 2022 e del gennaio 2026, che sogna un Iran libero, laico, democratico. A questa persona, l’Occidente propone il seguente pacchetto di liberazione.
Il liberatore è un presidente i cui stessi documenti governativi lo descrivono come potenzialmente “compromesso” da un servizio di intelligence straniero. Il partner operativo è Israele, lo stesso paese che ha appena bombardato una scuola di ragazze a Isfahan e che da decenni viola sistematicamente le risoluzioni ONU che il liberatore dovrebbe far rispettare. La modalità è il bombardamento aereo di un paese sovrano, con oltre mille morti civili in una settimana. La proposta politica è la “resa incondizionata” e la selezione di un leader “accettabile” per Washington. Lo slogan è un adattamento del brand elettorale del liberatore: MIGA.
Quale iraniano razionale, anche il più ostile al regime degli ayatollah, può accettare questo come un’offerta di liberazione? La risposta è: quasi nessuno. E non perché gli iraniani amino il proprio regime, ma perché la proposta è intrinsecamente priva di credibilità.
Un popolo che ha vissuto il colpo di stato orchestrato dalla CIA nel 1953 contro Mossadeq, che ha subito decenni di sostegno occidentale allo Shah, che ha visto gli Stati Uniti armare Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, non ha bisogno di molta immaginazione per riconoscere la retorica della “liberazione” per quello che è: un cambio di regime funzionale agli interessi del liberatore, non del liberato.
Ma il punto non è la storia. Il punto è il presente. E il presente offre al regime iraniano tutti gli argomenti di cui ha bisogno per compattare la popolazione attorno alla bandiera.
Il regalo strategico al regime
Ogni bomba che cade sull’Iran rafforza il regime, non lo indebolisce. Ogni dichiarazione di Trump sulla selezione del prossimo leader iraniano trasforma un potenziale movimento di liberazione popolare in una resistenza nazionale contro l’aggressore straniero. Ogni immagine di studentesse uccise sotto le bombe americane sposta milioni di iraniani dalla colonna “opposizione al regime” alla colonna “difesa della patria”.
Il regime teocratico iraniano era in crisi profonda: economia al collasso, proteste di massa, perdita di legittimità tra i giovani, movimento Donna Vita Libertà che aveva scosso le fondamenta del sistema. L’operazione militare americana ha fatto in una settimana ciò che il regime non riusciva a fare da anni: ha ricompattato il fronte interno attorno alla narrativa della resistenza. Non perché gli iraniani abbiano cambiato idea sulla teocrazia, ma perché nessun popolo accetta di farsi bombardare da chi pretende di liberarlo.
E quando il “liberatore” è un presidente il cui nome compare 1.800 volte nei file di un trafficante sessuale collegato all’intelligence israeliana, e quando il presidente del Parlamento iraniano può liquidare la sua offerta di pace con la frase “la gang di Epstein”, la partita della credibilità è persa prima ancora di iniziare.
Il ragionamento si estende ben oltre l’Iran. Si applica a qualsiasi scenario in cui l’Occidente pretende di promuovere la democrazia e i diritti umani nel mondo.
Come puoi chiedere alla popolazione venezuelana di credere nella liberazione americana dopo che gli stessi americani hanno orchestrato l’arresto di Maduro con una Covert Operation? Come puoi proporre un modello democratico alla Siria post-Assad quando lasci il paese in balia di ex terroristi, e quando il tuo principale alleato nella regione bombarda i caschi blu ONU e occupa territori in violazione di decine di risoluzioni? Come puoi presentarti come paladino dei diritti umani a Pechino quando finanzi, armi e copri diplomaticamente operazioni che i tuoi stessi organismi definiscono potenziali crimini di guerra?
La credibilità del regime change democratico, che è concettualmente cosa diversa dal regime change militare, si fonda su un presupposto: chi propone la democrazia deve essere più credibile di chi la nega. Se il promotore viola le stesse regole che chiede agli altri di rispettare, se il suo leader è circondato da ombre di compromissione straniera, se il suo alleato principale attacca le forze di pace internazionali, la proposta democratica non è più attraente dell’autocrazia. È solo un’autocrazia con migliore marketing.
Il MIGA di Trump non è una promessa di libertà per il popolo iraniano. È uno slogan elettorale americano proiettato su un popolo sotto le bombe, pronunciato da un presidente i cui stessi documenti governativi sollevano interrogativi sulla sua autonomia decisionale. È l’espressione perfetta di quella cultura politica che, come abbiamo visto nell’analisi precedente, andrebbe isolata piuttosto che assecondata.
E per l’Europa, che in questo momento si trova trascinata in un’escalation mediorientale senza averla né voluta né decisa, la domanda è brutale: vogliamo davvero associare il nostro modello democratico a questo? Vogliamo che il brand “democrazia occidentale” venga identificato nel mondo con il MIGA, con le bombe sulle scuole, con i caschi blu sotto il fuoco alleato, con gli Epstein files? Perché è esattamente così che viene percepito, da Teheran a Jakarta, da Accra a San Paolo.
Il giorno in cui Ghalibaf ha potuto rispondere al MIGA con “la gang di Epstein”, l’Occidente ha perso l’Iran. Non sul campo di battaglia, ma nel campo della credibilità. Che è l’unico campo su cui le democrazie dovrebbero saper vincere.
Come si combattono le dittature?
Se tutto ciò che precede è la diagnosi, qui serve la terapia. Perché la critica al doppio standard e all’approccio militare non può tradursi in resa all’inazione, né in un relativismo che mette sullo stesso piano democrazie imperfette e regimi che torturano, censurano e uccidono i propri cittadini. Le dittature esistono, sono una minaccia concreta per i popoli che le subiscono e per l’equilibrio internazionale, e vanno contrastate. La questione è come.
La risposta breve è: con la coerenza. La risposta lunga richiede di ripensare l’intero approccio occidentale al cambiamento politico nei paesi autoritari, partendo da ciò che non funziona per arrivare a ciò che potrebbe funzionare.
Ciò che non funziona: la storia come laboratorio
Sessant’anni di regime change militari e covert operation offrono un bilancio inequivocabile. L’Iran del 1953: la CIA rovescia Mossadeq, insedia lo Shah, e ventisei anni dopo raccoglie la Rivoluzione Islamica, il regime più duraturo e ostile della regione.
Il Cile del 1973: Pinochet al posto di Allende, diciassette anni di dittatura militare e un’intera generazione di latinoamericani convinta che “democrazia occidentale” sia sinonimo di golpe.
L’Iraq del 2003: regime change per eccellenza, seguito da vent’anni di instabilità, centinaia di migliaia di morti, e la nascita dell’ISIS.
La Libia del 2011: Gheddafi eliminato, il paese trasformato in uno Stato fallito che esporta instabilità attraverso il Mediterraneo.
Il pattern è costante: il regime change imposto dall’esterno non produce democrazia. Produce vuoti di potere che vengono riempiti dal caos, dal settarismo o da nuove forme di autoritarismo. E produce, soprattutto, memoria. I popoli non dimenticano chi li ha “liberati” con le bombe, e quella memoria diventa l’argomento più potente nelle mani del prossimo autocrate.
Se l’Occidente vuole imparare qualcosa dalla propria storia, la lezione è questa: non esiste scorciatoia militare alla democrazia. La democrazia è un processo endogeno, oppure non è.
L’Occidente dispone in realtà di un modello di successo straordinario, che ha scelto di dimenticare. Un modello che non esclude la forza, ma la inserisce in un quadro di credibilità complessiva.
Occorre essere onesti: la Guerra Fredda non è stata vinta con i soli programmi Fulbright e Radio Free Europe. È stata vinta con la deterrenza nucleare, con la NATO, con il contenimento militare, con una spesa per la difesa che ha costretto l’Unione Sovietica a una corsa al riarmo insostenibile. Le armi servono. Servono come deterrente, come strumento di pressione, come garanzia ultima di sicurezza. Nessun analista serio può negarlo.
Ma le armi da sole non bastano, e la storia lo dimostra con chiarezza. La deterrenza ha impedito la guerra nucleare e contenuto l’espansione sovietica, ma non ha fatto cadere il Muro di Berlino. Quello che ha fatto cadere il Muro è stata la combinazione della pressione militare con qualcos’altro: un modello di società che funzionava, che garantiva libertà, prosperità e stato di diritto, e che milioni di cittadini dell’Europa orientale, dopo decenni di confronto quotidiano, hanno deciso autonomamente di volere per sé. L’Occidente ha vinto la Guerra Fredda perché era temuto e desiderabile allo stesso tempo. Temuto per la sua potenza militare, desiderabile per la sua coerenza nel garantire ai propri cittadini ciò che prometteva.
È esattamente questa seconda gamba, la desiderabilità fondata sulla coerenza, che oggi è venuta meno.
Il Sudafrica del 1994 conferma la stessa logica. L’apartheid non è caduto per un intervento militare esterno, ma nemmeno per il solo pacifismo. È caduta per una combinazione di pressione internazionale costante e non violenta, sanzioni, boicottaggi, isolamento diplomatico, e la forza morale di un movimento interno che aveva il mondo dalla sua parte perché il mondo era credibile nel condannare l’ingiustizia. Senza quella credibilità, le sanzioni sarebbero state carta straccia.
La transizione democratica nella Corea del Sud, a Taiwan, nel Cile post-Pinochet, nella Polonia di Solidarność, seguono tutte lo stesso schema: il cambiamento arriva dall’interno, quando una società civile sufficientemente forte e organizzata trova le condizioni per esprimersi, e l’ambiente internazionale sostiene quella spinta con un mix di pressione, deterrenza e attrattività del proprio modello. Nessuna di queste transizioni sarebbe stata possibile senza l’ombrello di sicurezza occidentale. Ma nessuna è stata prodotta dai missili.
La cassetta degli attrezzi per sostenere le transizioni democratiche esiste, è stata testata con successo e viene sistematicamente trascurata a favore delle sole soluzioni militari. Non si tratta di sostituire la forza con il dialogo, si tratta di usare entrambi, cosa che oggi non avviene.
Il primo strumento è la coerenza normativa: applicare le stesse regole a tutti, alleati compresi. Il giorno in cui l’Occidente sanzionasse un alleato per violazione del diritto internazionale con la stessa determinazione con cui sanziona un avversario, invierebbe al mondo un messaggio di credibilità più potente di qualsiasi campagna di comunicazione strategica. Non è utopia: è ciò che l’Occidente ha fatto con il Sudafrica negli anni Ottanta, dimostrando che le sanzioni possono essere applicate anche a paesi con cui si hanno relazioni strette. E lo ha fatto senza rinunciare a un singolo missile del proprio arsenale.
Il secondo strumento è il sostegno alle società civili. Le transizioni democratiche nascono dalla forza delle organizzazioni della società civile: sindacati, media indipendenti, organizzazioni per i diritti umani, movimenti studenteschi, reti professionali. Finanziare, proteggere e dare visibilità a queste realtà è infinitamente più efficace che finanziare gruppi armati di opposizione o governi in esilio. Il movimento Donna Vita Libertà in Iran era esattamente questo: un’esplosione di società civile che chiedeva cambiamento dall’interno. Invece di sostenerlo con strumenti civili, l’Occidente lo ha lasciato morire sotto la repressione, per poi arrivare con i bombardieri un anno dopo.
Il terzo strumento è la pressione economica mirata. Le sanzioni funzionano quando colpiscono le élite al potere, non quando affamano la popolazione. Il regime iraniano non è stato indebolito da decenni di embargo generalizzato, che ha impoverito il ceto medio e rafforzato i Guardiani della Rivoluzione che controllano il mercato nero. Le sanzioni intelligenti, quelle che congelano i patrimoni personali dei leader, che impediscono ai loro figli di studiare a Londra e a Parigi, che bloccano i conti nelle banche svizzere, colpiscono dove fa male senza trasformare il popolo in ostaggio.
Il quarto strumento è la diplomazia pubblica e l’offerta culturale. Durante la Guerra Fredda, gli scambi accademici, i programmi Fulbright, la semplice circolazione di idee, libri, musica e cinema occidentale hanno fatto più per erodere il consenso interno ai regimi comunisti di molte operazioni coperte. Oggi, nell’era digitale, le possibilità sono esponenzialmente superiori, ma l’Occidente investe in droni e non in piattaforme di dialogo, in bombe e non in borse di studio per studenti iraniani.
Il quinto strumento, forse il più potente e il più trascurato, è la protezione dei dissidenti. Ogni oppositore iraniano, russo, cinese, venezuelano che trova asilo, protezione, risorse e tribuna in Occidente è una crepa nel muro della dittatura. Ogni dissidente che viene respinto, ignorato o tradito è un mattone in più in quel muro. L’Occidente ha una capacità unica di offrire rifugio e voce a chi sfida i regimi autoritari. È una capacità che costa infinitamente meno di un missile e produce effetti infinitamente più duraturi.
La forza militare resta il pilastro della deterrenza, e nessun paese serio può permettersi di rinunciarvi. Ma la deterrenza senza credibilità è solo minaccia, e la minaccia senza legittimità produce resistenza, non cambiamento. La lezione della Guerra Fredda non è che le armi non servono: è che le armi da sole non vincono le guerre per le idee.
Nessuno di questi strumenti, però, funziona senza il prerequisito fondamentale che questo articolo ha cercato di illustrare: la credibilità.
Un Occidente che bombarda scuole in Iran non può finanziare credibilmente programmi educativi per la società civile iraniana. Un Occidente i cui caschi blu vengono colpiti dall’alleato senza conseguenze non può chiedere credibilmente ad altri paesi di rispettare il diritto internazionale. Un Occidente il cui leader è circondato da ombre documentate di compromissione straniera non può proporsi credibilmente come modello di governance trasparente. Un Occidente che applica le regole solo ai nemici e mai agli amici non può chiedere credibilmente a nessuno di credere nelle regole.
La vera arma contro le dittature non è il bombardiere, è l’esempio. E l’esempio richiede coerenza. Non perfezione, la democrazia non è perfetta per definizione, ma coerenza. La disponibilità a riconoscere i propri errori, a sanzionare i propri alleati quando violano le regole, a trattare i diritti umani come principi universali e non come strumenti di politica estera da applicare a geometria variabile.
Il popolo iraniano, come quello russo, cinese, venezuelano, birmano, non ha bisogno di essere bombardato. Ha bisogno di vedere che esiste un’alternativa credibile al proprio regime. Che da qualche parte nel mondo ci sono società dove le regole valgono per tutti, dove chi viola il diritto internazionale paga un prezzo indipendentemente da chi siano i suoi alleati, dove la giustizia non è una parola vuota e la libertà non è una maschera per l’interesse del più forte.
Questo è ciò che l’Occidente dovrebbe essere. Questo è ciò che l’Occidente ha smesso di essere. E finché non tornerà ad esserlo, ogni sua pretesa di liberare i popoli oppressi suonerà esattamente come suona il MIGA: uno slogan vuoto lanciato dalle stesse mani che colpiscono i caschi blu e stringono accordi con chi i documenti governativi descrivono come potenziale strumento di intelligence straniera.
L’Occidente è ad un bivio
L’Occidente si trova davanti a un bivio che non ammette più ambiguità. Da un lato, può continuare sulla strada attuale: copertura incondizionata, doppio standard sistematico, erosione progressiva della propria credibilità fino all’irrilevanza morale. Dall’altro, può fare la cosa che le democrazie dovrebbero saper fare meglio di chiunque: autocorreggersi.
Autocorreggersi significa prendere atto che la protezione acritica di governi che violano le stesse regole che l’Occidente ha scritto non è alleanza: è complicità. Significa che quando un alleato colpisce i tuoi soldati sotto mandato ONU, la risposta non può essere una dichiarazione di “preoccupazione”. Significa condizionare la cooperazione militare e commerciale al rispetto del diritto internazionale, non come gesto simbolico, ma come politica strutturale.
Significa, soprattutto, avere il coraggio di dire ad alta voce ciò che molti pensano sottovoce: la cultura politica incarnata oggi da Trump e Netanyahu è incompatibile con l’ordine internazionale basato sulle regole. Non va assecondata, va contenuta. Non perché siano nemici, ma perché stanno distruggendo dall’interno il sistema che i loro stessi paesi hanno contribuito a edificare. E se i documenti del governo americano suggeriscono che questa alleanza potrebbe fondarsi non solo su una convergenza ideologica ma su leve più opache, la necessità di una postura europea autonoma e critica diventa non un’opzione ma un imperativo di sicurezza nazionale.
I tre caschi blu ghanesi feriti ad Al-Qawzah non sono solo vittime di un attacco missilistico. Sono il simbolo di un ordine internazionale che si sta sgretolando sotto il peso delle proprie contraddizioni. Un ordine in cui un alleato può colpire i tuoi soldati senza conseguenze, in cui milioni di documenti governativi sollevano interrogativi sulla compromissione del leader del mondo libero, in cui si promette la libertà a un popolo mentre lo si bombarda, e in cui l’Europa sceglie il silenzio e l’acquiescenza come risposta a tutto.
L’Occidente può continuare a guardare altrove. Ma ogni volta che lo fa, il prezzo della propria credibilità sale. E a un certo punto, quel credito si esaurisce.
Quel punto potrebbe essere già stato superato.
Appendice — Fonti documentali
Capitolo “Gli Epstein files: l’ombra del ricatto sull’asse Trump-Netanyahu”
Fonti primarie e istituzionali
1. Memo FBI 2020 — contenuto e analisi
Il memorandum, redatto nel 2020 nell’ambito di un’indagine FBI sulle influenze straniere sul processo elettorale americano, è stato declassificato e rilasciato dal Dipartimento di Giustizia il 30 gennaio 2026 all’interno del corpus di oltre 3 milioni di pagine degli Epstein files. Il documento si basa sulle dichiarazioni di una fonte umana confidenziale (CHS) e contiene le seguenti allegazioni: Trump sarebbe stato “compromesso da Israele”; Epstein avrebbe operato come “agente cooptato del Mossad”; Jared Kushner sarebbe stato “il vero cervello dietro la presidenza Trump”; il movimento Chabad-Lubavitch avrebbe cercato di “cooptare la presidenza”. L’FBI ha precisato che le affermazioni non sono state corroborate e non rappresentano conclusioni dell’agenzia.
- Middle East Eye, Epstein files: FBI memo says Israel ‘compromised’ Trump, Epstein had Mossad ties, 21 febbraio 2026 https://www.middleeasteye.net/news/epstein-files-fbi-memo-says-israel-compromised-trump-epstein-had-mossad-ties
- Times of Israel (William Keenan, ex analista intelligence NATO/Pentagono), Epstein Files: FBI source alleged Israel, Russia, UAE influence on US officials, 2 febbraio 2026 https://blogs.timesofisrael.com/epstein-files-fbi-source-alleged-israel-russia-uae-influence-on-us-officials/
- Kashmir Observer, Epstein Files Bombshell: Trump ‘Compromised by Israel’, 31 gennaio 2026 https://kashmirobserver.net/2026/01/31/epstein-files-bombshell-trump-compromised-by-israel/
- Business Today India, Epstein Files Bombshell: Donald Trump ‘compromised’ by Israel, claims FBI report, 31 gennaio 2026 https://www.businesstoday.in/world/us/story/epstein-files-bombshell-donald-trump-compromised-by-israel-claims-fbi-report-513790-2026-01-31
2. Epstein Files Transparency Act e rilascio documenti
L’Epstein Files Transparency Act è stato approvato dalla Camera (427 voti a 1) e dal Senato (unanimità) il 18 novembre 2025, firmato da Trump il 19 novembre. Il Dipartimento di Giustizia ha rilasciato un primo lotto il 19 dicembre 2025 (criticato per le pesanti redazioni) e un secondo di oltre 3 milioni di pagine il 30 gennaio 2026, per un totale di circa 3,5 milioni di pagine su 6 milioni identificate come potenzialmente rilevanti. Trump è menzionato in oltre 1.800 riferimenti. Il DOJ ha dichiarato l’assenza di prove credibili di condotta impropria da parte del presidente.
- Wikipedia, Epstein files (cronologia completa dei rilasci, iter legislativo, volumi) https://en.wikipedia.org/wiki/Epstein_files
- CNN, Epstein files: Truth, accountability and a million new conspiracy theories, 21 febbraio 2026 https://www.cnn.com/2026/02/21/politics/epstein-files-conspiracy-theories-trump-clinton-cia-analysis
Inchieste giornalistiche di Drop Site News
Le inchieste di Drop Site News (giornalisti Murtaza Hussain e Ryan Grim) si basano su oltre 100.000 email hackerate dall’account dell’ex premier israeliano Ehud Barak, rilasciate dal gruppo palestinese Handala nell’ottobre 2024, e su documenti della House Oversight Committee. Nessuna delle rivelazioni documentali è stata smentita dai soggetti coinvolti. I principali media americani (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal) non hanno pubblicato articoli sulle connessioni Epstein-intelligence israeliana emerse da queste inchieste.
3. Vendita di tecnologia di sorveglianza israeliana alla Costa d’Avorio
Epstein facilitò la presentazione da parte di Barak di un sistema di sorveglianza di massa delle comunicazioni telefoniche e internet ivoriane, sviluppato da ex funzionari dell’intelligence israeliana (società MF-Group). Proposta complessiva da 150 milioni di dollari comprendente sicurezza di confine, addestramento militare, centro di sorveglianza mobile e internet, centro di video-monitoraggio. Il presidente ivoriano Ouattara incontrò Barak ma rifiutò inizialmente per il costo. Un accordo di sicurezza bilaterale fu comunque firmato nel 2014.
- Drop Site News, Jeffrey Epstein Helped Israel Sell a Surveillance State to Côte d’Ivoire, 7 novembre 2025 https://www.dropsitenews.com/p/jeffrey-epstein-israel-surveillance-state-cote-d-ivoire-ehud-barak-leaked-emails
- Al Jazeera, Did Epstein help Israel push for a security deal with Ivory Coast?, 27 febbraio 2026 https://www.aljazeera.com/news/2026/2/27/did-epstein-help-israel-push-for-a-security-deal-with-ivory-coast
4. Spia israeliana nell’appartamento di Epstein
Yoni Koren, operativo con carriera nelle operazioni clandestine al fianco del Mossad, soggiornò nell’appartamento newyorkese di Epstein per settimane intere in tre occasioni separate tra il 2013 e il 2015. Le email mostrano corrispondenza tra Barak e Koren ritenuta in codice, con possibili riferimenti a dead drop di informazioni a New York. Epstein trasferì denaro direttamente a Koren. Dalle rivelazioni Snowden è noto che Barak e Koren erano sotto sorveglianza NSA a New York nello stesso periodo.
- Drop Site News, inchiesta dell’11 novembre 2025 (citata in Common Dreams e Democracy Now!)
5. Mediazione Epstein per accordi strategici israeliani
Epstein mediò un accordo di sicurezza tra Israele e Mongolia. Costruì un canale diplomatico riservato tra Israele e Russia durante la guerra civile siriana. Le email mostrano Epstein chiedere a Barak di “non andare dal numero 1 troppo in fretta” (“numero 1” è soprannome storico del direttore del Mossad). Barak visitò le proprietà di Epstein oltre 30 volte tra il 2013 e il 2017.
- Common Dreams, Series of Reports Ignored by Media Show Jeffrey Epstein’s Extensive Work With Israeli Intelligence, 13 novembre 2025 https://www.commondreams.org/news/epstein-israeli-intelligence-investigation
- Democracy Now!, Epstein & Israel: Drop Site News Investigates Jeffrey Epstein’s Ties to Israeli Intelligence, 12 novembre 2025 https://www.democracynow.org/2025/11/12/epstein_israel
6. Silenzio dei media mainstream
Analisi della copertura (o non copertura) delle inchieste Drop Site da parte dei principali media americani.
- FAIR (Fairness and Accuracy in Reporting), Emails Reveal Epstein’s Ties to Mossad — But Corporate Media Looked Away, 14 novembre 2025 https://fair.org/home/emails-reveal-epsteins-ties-to-mossad-but-corporate-media-looked-away/
Smentite israeliane ufficiali
7. Dichiarazioni di ex premier, ex direttore Mossad e fonti intelligence
L’ex premier Naftali Bennett ha definito le accuse “categoricamente e totalmente false”. L’ex direttore del Mossad Yossi Cohen ha dichiarato che Epstein non aveva “assolutamente nulla” a che fare con l’agenzia. Netanyahu ha attribuito la relazione al solo Barak, negando coinvolgimento statale. Ex funzionari dell’intelligence israeliana hanno descritto le allegazioni come incompatibili con le procedure operative del Mossad.
- Fox News, Israeli intelligence sources reject claims Jeffrey Epstein was Mossad operative following document releases, febbraio 2026 https://www.foxnews.com/world/israeli-intelligence-sources-reject-claims-jeffrey-epstein-mossad-operative-following-document-releases
Dichiarazioni di ex funzionari dell’intelligence
8. Ari Ben-Menashe (ex intelligence militare israeliana)
In un’intervista del febbraio 2026 sul programma Going Underground (RT), Ben-Menashe ha sostenuto che Israele possiede materiale compromettente derivato dalle attività di Epstein, utilizzabile come leva su Trump. Ha descritto la rete Epstein-Maxwell come un’operazione di intelligence per raccogliere materiale compromettente su politici occidentali. La credibilità di Ben-Menashe è contestata: funzionari israeliani negano il ruolo da lui dichiarato, e inchieste parlamentari hanno in passato definito parti della sua testimonianza non credibili, sebbene sia stato coinvolto in procedimenti relativi al traffico di armi senza condanne rilevanti.
- Times of Islamabad, Former Israeli Intelligence Officer Alleges Netanyahu Blackmails Trump with Epstein Files, 3 marzo 2026 https://timesofislamabad.com/03-03-2026/former-israeli-intelligence-officer-alleges-netanyahu-blackmails-trump-with-epstein-files/
9. John Kiriakou (ex agente CIA, whistleblower)
Ha definito Epstein un “access agent” del Mossad, ovvero una persona utilizzata dalle agenzie di intelligence per avvicinare bersagli di alto livello che non possono essere reclutati direttamente.
- Palestine Chronicle, The Epstein Files: Israel, Trump, and What Mainstream Media Leaves Out, febbraio 2026 https://www.palestinechronicle.com/the-epstein-files-israel-trump-and-what-mainstream-media-leaves-out/
Analisi geopolitiche e contestualizzazioni
10. Mappatura delle connessioni israeliane nei documenti
- Palestine Chronicle, Mapping Epstein’s Israel Connections: What the Documents Show, 31 gennaio 2026 https://www.palestinechronicle.com/mapping-epsteins-israel-connections-what-the-documents-show/
- SANA (agenzia di stato siriana), Jeffrey Epstein and Israel: What Do the Records Show?, febbraio 2026 https://sana.sy/en/international/2296448/
11. Dibattito pubblico e teoria virale del ricatto
- IBTimes, Trump ‘Doing Israel’s Bidding’ Because of Epstein? Viral Conspiracy Sparks Massive Debate, 5 marzo 2026 https://www.ibtimes.com/trump-doing-israels-bidding-because-epstein-viral-conspiracy-sparks-massive-debate-3798417
12. Analisi sui legami con intelligence russa e israeliana
- Euronews, Do the Epstein files show he was working for Russia or another intelligence agency?, 3 marzo 2026 https://www.euronews.com/my-europe/2026/03/03/do-the-epstein-files-show-he-was-working-for-russia-or-another-intelligence-agency
13. Sexpionage come strumento di governance globale
- Politics Today, Honey Trap: The Global-Wide Sexpionage Behind the Epstein Files, febbraio 2026 https://politicstoday.org/honey-trap-the-global-wide-sexpionage-behind-the-epstein-files/
Nota metodologica
Le fonti sopra elencate comprendono documenti governativi americani declassificati (memo FBI), inchieste giornalistiche basate su corrispondenza email autenticata (Drop Site News), dichiarazioni ufficiali di governi e agenzie di intelligence (Israele, USA), analisi di media internazionali di diverso orientamento editoriale e geopolitico. Si è cercato di incrociare fonti occidentali (CNN, Fox News, Euronews, FAIR), mediorientali (Middle East Eye, Al Jazeera, TRT), asiatiche (Business Today India, Times of Islamabad) e agenzie di stato (SANA) per offrire un quadro il più plurale possibile.
Nessuna delle allegazioni contenute nel memo FBI del 2020 è stata confermata giudiziariamente. Le inchieste di Drop Site News si basano su documenti la cui autenticità non è stata contestata dai soggetti coinvolti, ma le interpretazioni restano oggetto di dibattito. Le dichiarazioni di ex funzionari dell’intelligence (Ben-Menashe, Kiriakou) rappresentano valutazioni personali, non posizioni istituzionali.
Attacchi Israeliani all’UNIFIL
L’attacco del 6 marzo 2026 non è un incidente isolato. È l’ultimo capitolo di una storia lunga quasi mezzo secolo, in cui le forze israeliane hanno colpito installazioni e personale UNIFIL con una frequenza e un’intensità che non hanno equivalenti nella storia delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite.
1978-1985: l’occupazione e la milizia proxy. L’UNIFIL viene istituita nel 1978 in risposta alla prima invasione israeliana del Libano. Dopo il parziale ritiro del 1985, Israele mantiene il controllo del sud del Libano attraverso l’Esercito del Libano del Sud (SLA), sua milizia proxy, che diventa un bersaglio costante per i caschi blu. Nonostante gli appelli dell’ONU, Israele non fa nulla per frenare l’ostilità della sua milizia verso la missione.
Aprile 1980: assassinio di due soldati irlandesi. Informazioni di intelligence indicano che un ufficiale dell’intelligence israeliana era presente all’assassinio di due peacekeeper irlandesi. Israele fornisce assistenza ai responsabili per lasciare il Libano e trasferirsi negli Stati Uniti.
1987: attacco a un posto di comando UNIFIL. Una squadra di carri armati israeliani apre il fuoco su un villaggio dove si trova una postazione di comando della missione ONU. Un peacekeeper irlandese viene ucciso.
18 aprile 1996: il massacro di Qana. Israele bombarda un compound ONU vicino a Qana dove centinaia di civili hanno cercato rifugio. Oltre cento civili uccisi, più di cento feriti. Quattro soldati figiani dell’ONU gravemente feriti. Il compound era stato quartier generale ONU per diciotto anni, chiaramente contrassegnato e ben noto alle forze israeliane.
25 luglio 2006: distruzione del posto di osservazione UNTSO/UNIFIL a Khiam. Una bomba di precisione da 500 kg colpisce e distrugge il posto di osservazione e il bunker sottostante, uccidendo quattro osservatori disarmati dell’UNTSO provenienti da Austria, Cina, Finlandia e Canada. Il posto esisteva dal 1948, aveva chiare insegne ONU, e il personale delle Nazioni Unite, incluso il vice segretario generale Mark Malloch Brown, aveva contattato l’IDF almeno quattordici volte chiedendo di interrompere l’attacco. Secondo l’indagine delle Forze Canadesi sul maggiore Paeta Hess-Von Krudener, nella sola guerra del 2006 trentasei installazioni UNIFIL nel sud del Libano vennero colpite dal fuoco israeliano per un totale di 161 volte.
15 luglio 2006: zona di fuoco unilaterale. L’IDF stabilisce una “zona di sicurezza” lungo la Blue Line e informa l’UNIFIL che qualsiasi persona o veicolo in avvicinamento, incluso il personale delle Nazioni Unite, sarebbe stato colpito. La zona ricade interamente nell’area operativa della missione.
Novembre 2023: spari contro pattuglia UNIFIL ad Aitaroun. Le forze israeliane aprono il fuoco su una pattuglia UNIFIL nel sud del Libano. Nessun ferito.
Ottobre 2024: l’escalation sistematica. Questa è la fase più intensa e documentata. L’UNIFIL registra più di trenta incidenti nel solo mese di ottobre, con danni alle proprietà e feriti tra i soldati. Venti di questi vengono attribuiti al fuoco o alle azioni dell’IDF, sette classificati come “chiaramente deliberati”.
Il 9 ottobre 2025, soldati israeliani sparano deliberatamente contro le telecamere di monitoraggio perimetrale del quartier generale di Naqoura, disattivandole. Il 10 ottobre, un carro armato Merkava spara contro una torre di osservazione al quartier generale UNIFIL di Naqoura: due peacekeeper indonesiani feriti. Lo stesso giorno l’IDF colpisce la posizione UN 1-31 a Labbouneh, dove i peacekeeper si sono rifugiati nel bunker, e un drone israeliano viene osservato volare all’interno della posizione ONU fino all’ingresso del rifugio. L’11 ottobre, due peacekeeper srilankesi vengono feriti da esplosioni nei pressi di una torre di osservazione.
Il 13 ottobre 2025 avviene l’episodio più grave: tre plotoni dell’IDF attraversano la Blue Line, due carri Merkava distruggono il cancello principale della posizione UNIFIL di Ramyah ed entrano con la forza. Poco dopo, le forze israeliane sparano colpi a cento metri dalla base. Un rapporto confidenziale UNIFIL visionato dal Financial Times indica l’uso sospetto di fosforo bianco: quindici peacekeeper rimangono feriti con irritazioni cutanee e reazioni gastrointestinali, nonostante indossassero maschere antigas. Netanyahu, poche ore prima dell’irruzione, aveva definito i caschi blu “scudi umani” di Hezbollah, chiedendone il ritiro immediato.
Il 16 ottobre 2025, un Merkava spara contro una torre di guardia UNIFIL a Kfar Kila in un attacco descritto come “diretto e apparentemente deliberato”. Bulldozer israeliani demoliscono deliberatamente una torre di osservazione e la recinzione perimetrale di una posizione ONU a Marwahin. Otto soldati austriaci rimangono feriti in un altro incidente. I peacekeeper di un campo vicino a Meiss el-Jabal restano senza acqua per settimane a causa del blocco stradale imposto dall’IDF.
6 marzo 2026: l’attacco di Al-Qawzah chiude, per ora, questa cronologia. Ma la storia non è finita.
L’articolo L’Occidente contro se stesso: dagli attacchi all’UNIFIL al MIGA, il doppio standard che sta consegnando il mondo a Pechino proviene da Difesa Online.
Al-Qawzah, 6 marzo 2026: quando l’alleato ti colpisce Sono le 17:45 ora locale quando il primo missile si abbatte sul…
L’articolo L’Occidente contro se stesso: dagli attacchi all’UNIFIL al MIGA, il doppio standard che sta consegnando il mondo a Pechino proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
