Londra sotto pressione: scandali, populismo e fine del bipolarismo britannico?
Di scarso interesse oltre Dover, quanto sta accadendo nel Regno Unito non riveste solo aspetti scandalistici ma conserva intatta la promessa di rifrangere la sua eco a lungo ben oltre i confini britannici.
Davey Fenwick, il sindacalista tratteggiato da Cronin mentre lotta tra le miniere dell’Inghilterra del nord sotto lo sguardo di stelle freddissime, è quanto di più lontano possa esserci dall’attuale leadership laburista, oggetto di critica di un’ampia parte di quello stesso elettorato che pure, non più di due anni fa, le aveva consegnato le chiavi di Downing Street polverizzando i conservatori; posto che non ci si trova più in una fase di transizione politica, gestione interna al partito e divisioni ideologiche stanno contribuendo a diffondere la percezione dell’instabilità e del convincimento che Sir Starmer non riesca a garantire una visione rassicurante del futuro: capacità di governo ed abilità nell’affrontare le sfide sono sotto esame perché decisive nell’assicurare la sopravvivenza dei Labour. Alla porta, Nigel Farage (foto) ed il suo Reform UK.
Malgrado manchi ancora tempo per le prossime elezioni generali, gli indicatori politici mostrano il governo in calo al di sotto del 35% con Reform UK in ascesa tra il 18 ed il 22%: Farage ruba, dunque, voti a destra ma anche a sinistra attingendo dalla tradizionale classe operaia patriottica del Red Wall industriale. Se è vero che gli elettori hanno deciso di punire i Conservatori, ora il loro buyer’s remorse si sta riversando sul governo in carica.
Di fatto Farage, che pure non possiede alcuna certezza della vittoria, ha imparato le lezioni precedenti e sta concentrando le sue risorse nei collegi chiave, ovvero quelli utili a sfruttare la vulnerabilità labour.
I fattori critici sono stanzialmente tre: economia, immigrazione, affaire Mandelson. Soffermiamoci sull’ultimo, ché da solo basterebbe a mettere in crisi un esecutivo comunque abilissimo nel crearsi problemi da sé. Malgrado Starmer, attaccato anche dai labour scozzesi, si sia mostrato risoluto nel mantenere la carica, il suo futuro politico rimane vincolato allo scandalo suscitato dai documenti prodotti dal defunto imprenditore americano Jeffrey Epstein, con cui Lord Mandelson, veterano dei Labour ed accostato con imprudenza a Machiavelli, intratteneva una liaison più che dangereuse. Se è vero che Sir Keir ha affidato l’ambasciata di Washington ad un uomo così notoriamente coinvolto con un imprenditore già a suo tempo noto per i suoi eccessi, è spontaneo pensare ad un vampiro a cui si siano scientemente consegnate le chiavi di un centro trasfusionale.
I rischi per Starmer sono diversi: l’elezione suppletiva del 26 febbraio di Gorton and Denton, vicino Manchester, roccaforte labour che potrebbe passare a Reform; le elezioni regionali del 6 maggio in Galles e Scozia; l’inchiesta di Scotland Yard su Mandelson; insomma, il governo sta dando l’impressione di essere entrato in una fase di disgregazione, introdotta dalle dimissioni dei pretoriani Morgan McSweeney capo di gabinetto, dal portavoce, Tim Allan, e da Chris Wormald1, sacrificabili per un bene superiore che però, ora, vede il leader privo di parafulmini.
Beninteso, la politica inglese non è nuova a fatti del genere; da un punto di vista storico-politico, quello di Mandelson è uguale agli scandali Marconi del 1912-13 e Profumo del 19632; l’affaire Mandelson combina efficacemente entrambi, visti i parallelismi che spiccano, a cominciare dalla figura dell’intermediario (Epstein), dal coinvolgimento della monarchia (allora non provato), dalle conseguenze politiche, che oggi potrebbero consegnare il governo a Farage. Ora come allora il focus non sta tanto nelle relazioni proibite, quanto nello spionaggio, visto che alle spalle delle honey traps sarebbero state presenti agenzie straniere secondo quella che potrebbe essere definita una geopolitica del ricatto. La rete del 2026 è dunque considerata da alcuni quale replica aggiornata di quella degli anni ’60, in quanto condizionata dalle stesse vulnerabilità.
Di fatto, i labour non hanno alternative a Starmer che sembra essere riuscito a cavarsela solo temporaneamente in attesa della prevedibile recrudescenza di nuove tensioni interne, un’immagine che i labour vorrebbero scrollarsi di dosso per non essere paragonati ai conservatori di cui stanno mutuando le più recenti caratteristiche di confusione e debolezza. Del resto, lo scandalo è dirompente dato che i legami tra Mandelson ed Epstein risalgono al 2008/2010 quando il Lord era ministro, status che sembra avergli facilitato il passaggio di informazioni riservate sulle strategie governative inglesi.
Nell’immaginario collettivo, il partito laburista si sta trasformando in una sorta di corte scespiriana, tra tradimenti, sacrifici di fedelissimi, spettri di nobili; fino a pochi mesi fa, l’idea che Keir Starmer potesse incorrere nella stessa sorte di Liz Truss sembrava pura fantascienza, ora è un’ipotesi tecnica che vede il primo ministro in posizione di arrocco anche perché Mandelson è quello che ha rotto l’incanto della serietà laburista che ora guarda a Wes Streeting, ministro della Salute mentre il primo ministro trasforma una crisi politica in uno scontro diretto sulla leadership basato sul fatto, da dimostrare, che Mandelson abbia taciuto su dettagli ma non su una sostanza comunque capace di riaccendere lo scandalo pur a distanza di mesi.
E a destra? Mentre i Tory sono impegnati a contenere la diaspora verso Reform, Farage continua a parlare alla pancia del Paese, come ha fatto per il Leave, cercando di spaccare la destra tradizionale e mettendo in crisi il rapporto tra working class e partiti di riferimento, come fatto da Trump in America, con una sorta di eccezionalismo che rischia di sprofondare in una replica dell’azione di governo della Truss, capace solo di farle vincere il guinness quale primo ministro meno longevo della storia britannica.
In questo marasma si inserisce il puro malcontento inglese conseguente alla devoluzione dei poteri tra Irlanda del Nord, Galles e Scozia, visto che Londra funge sia da governo nazionale che da esecutivo locale ma su questioni demandate anche a Edimburgo, Cardiff e Belfast con un bias politico reso complesso dal rifiuto del governo di dichiarare quando agisce in via nazionale oppure quando risponde asimmetricamente alle preoccupazioni di un’Inghilterra meno visibile e oggetto più della brexit che di una reale devolution.
Insomma, requiem per il sistema bipartitico con un inedito terzo populista che detta l’agenda; un terzo privo di responsabilità e di struttura che ha però predetto la prossima fine (politica) di Starmer e che opterebbe per una Gran Bretagna più isolata ma, nella sua vision, più libera. In base ai dati disponibili lo scenario rimane volatile ed una vittoria di Reform non può essere esclusa benché il sistema elettorale britannico lasci molti punti in sospeso pur a fronte della frammentazione del consenso a sinistra e della sua catalizzazione su Farage a destra3, un Farage obbligato a trasformare le percentuali dei sondaggi in seggi.
Se sul campo di battaglia la politica suona uno squillo, dall’altro versante lo squillo parte da Windsor, con il Re pronto a sostenere l’azione giudiziaria; se Starmer ha sacrificato 3 luogotenenti di peso, Carlo III, al pari di Enrico IV di Francia con le sue Messe cattoliche, per mettere in sicurezza la Corona nella sua ora più buia, ha privato il fratello Andrea di qualsiasi guarentigia in funzione della rilevanza penale delle informazioni riservate su commercio ed investimenti condivise con Epstein nel 2010, rientranti di fatto in dinamiche molto affini a quelle riguardanti Mandelson e che si sono riflesse fin sulle sponde della fredda e sonnolenta Norvegia.
Eppure proprio Mandelson è stato il deus ex machina capace di generare una versione labour moderna e in grado di portare Blair al potere; Mandelson, l’uomo che ha trasmesso a Epstein info finanziarie sensibili post crisi 2008 scatenando uno scandalo che avrebbe potuto essere forse più contenuto se Starmer non lo avesse distolto dall’ambito privato, il più congeniale per un laburista dalle frequentazioni poco proletarie4 secondo un incorreggibile modello comportamentale che ha visto il pubblico in posizione perdente secondo valutazioni opinabili che hanno portato, as usual, al sacrificio di personaggi più capaci, come la diplomatica Karen Pierce, per premiare la volubilità e l’apparenza di Mandelson, divenuto l’imprevedibile test politico di un governo nato da un trionfo che è ormai storia.
Il problema è che l’ombra dell’ex Lord Mandelson colpisce i mercati finanziari e la City, determinando spinte verso tassazioni più aggressive, indebolimenti valutari, rallentamenti negli investimenti esteri, volatilità agevolata dal rischio Farage che porta con sé il potenziale shock di un aumento dei rendimenti dei titoli con un innalzamento del debito pubblico.
Senza Mandelson i laburisti perdono l’architetto delle geometrie tra capitale e governo con un impatto sulle banche d’investimento che potrebbero spostare gli asset verso lidi più favorevoli lontani dai radicalismi delle ali politiche più estreme, così come si troverebbero a dover fare i gestori dei fondi pensione già ustionati dalla cura Truss; una sindrome politica di Westminster da contrastare con la stabilità e l’indipendenza della BoE, che ha comunque mantenuto fermi i tassi di interesse al 3,75%. Insomma, la pubblicazione dei file Epstein è diventata una crisi di sicurezza nazionale e di politica estera, tanto da ridefinire sia la geopolitica dei rapporti angloamericani, vista la compromissione dell’intelligence5 ed una minore affidabilità nei teatri di crisi, sia la geopolitica della Corona, indebolita nel suo soft power anche nei confronti di quella parte di Commonwealth che preme per staccarsi da Londra e che potrebbe essere frenata dall’ascesa del principe William, un ipotetico reggente di fatto in attesa di un’abdicazione che, se mai giungesse, non potrebbe che essere traumatica, anche alla luce della possibile combinazione Mandelson e ascesa Farage.
Se il primo ministro ora avrà minore discrezionalità nella scelta dei suoi collaboratori, sottoposti a vaglio preventivo ed indipendente, rimane comunque la necessità di contrastare la tecnica psicologica russa del kompromat6, visto che la società di Mandelson trattava affari con aziende controllate dai governi sino-russi utilizzando Epstein come tramite, cosa che ha contribuito a incrinare la fiducia nell’ambito dei Five Eyes. Benché l’aspirazione ad essere aghi della bilancia abbia spesso portato abbastanza male, Farage potrebbe diventarlo, specie in un Hung Parliament senza maggioranza dove alleanze e coalizioni fanno la differenza e dove il floor crossing, il nostro trasformismo, non viene tollerato.
Con Reform capace di imprimere i riferimenti del dibattito politico, Tory e labour saranno costretti a scegliere se adattarsi, resistere o riproporsi sotto nuova luce, visto che entrambi rischiano l’indistinguibilità finendo per svuotarsi di qualsiasi identità.
1 Dal 2016 ricopre il ruolo di Permanent Secretary presso il Department of Health and Social Care
2 Marconi rimane scandalo finanziario di particolare gravità nella politica britannica moderna; John Profumo si dimise solo per aver mentito ai deputati.
3 La vittoria di Reform non è scontata: il sistema uninominale secco First-Past-The-Post premia i partiti con voti concentrati geograficamente. chi prende anche solo un voto in più degli altri nel proprio collegio vince il seggio. Non servono ballottaggi e non serve superare la soglia del 50%. Farage potrebbe ottenere milioni di voti ma meno seggi rispetto agli altri partiti.
4 La carriera di Mandelson è stata definita dai rapporti con individui facoltosi che lo hanno costretto a dimettersi da cariche pubbliche in ben quattro occasioni diverse tra il 1998 e il 2026.
5 Si sospetta che Epstein si sia prestato a passare info riservate verso banche americane o entità straniere.
6 Materiale compromettente
Foto: facebook (Nigel Farage)
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