Navi robot con droni d’attacco: il Pentagono le vuole operative in 120 giorni
Il 17 luglio, durante l’esercitazione RIMPAC 2026 nelle acque delle Hawaii, una piccola imbarcazione senza equipaggio della U.S. Navy ha raggiunto e colpito lo scafo della ex USS Peleliu, grande nave d’assalto anfibio della classe Tarawa utilizzata come bersaglio in un’esercitazione di affondamento.
Il mezzo era un GARC, acronimo di Global Autonomous Reconnaissance Craft, uno small unmanned surface vessel lungo circa cinque metri. Il filmato ufficiale mostra gli USV avvicinarsi alla nave già danneggiata e uno di essi esplodere in corrispondenza della linea di galleggiamento. Il comandante della Unmanned Surface Vessel Division 32 ha definito l’evento il primo live-fire del GARC.
Non è stato tuttavia il solo GARC ad affondare la Peleliu. La nave era già stata sottoposta a un attacco coordinato comprendente due missili UGM-84 Harpoon lanciati dal sommergibile USS Columbia (video seguente), un Harpoon del cacciatorpediniere giapponese JS Kongo e altri sistemi d’arma statunitensi e alleati.
La SINKEX del 17 luglio rappresentava infatti una delle attività culminanti di RIMPAC e coinvolgeva unità e assetti di più Paesi. La ex Peleliu è affondata a oltre 50 miglia nautiche a nord di Kauai, in un’area profonda circa 15.000 piedi.
L’importanza dell’episodio non risiede quindi nell’entità del danno provocato da una singola barca robot, ma nella dimostrazione che un piccolo USV già inserito nella struttura della flotta può essere trasformato da sensore e ricognitore in effettore offensivo a perdere.
Pochi giorni dopo, il Pentagono ha chiesto all’industria sistemi navali senza equipaggio capaci di trasportare, lanciare e controllare droni aerei d’attacco, ponendo come obiettivo del primo ciclo di selezione lo schieramento operativo avanzato entro appena 120 giorni.
Il GARC passa dalla sperimentazione all’attacco
Il GARC non nasce come arma kamikaze.
La U.S. Navy lo descrive come una piattaforma compatta destinata alla sperimentazione di differenti carichi utili e concetti operativi. Il programma è stato accelerato attraverso l’Accelerate the Procurement and Fielding of Innovative Technologies e nel luglio 2024 è stato assegnato un contratto di produzione comprendente miglioramenti nell’autonomia, nell’affidabilità e negli apparati modulari di comunicazione e calcolo.
Nel marzo 2025 la Marina ha inoltre dimostrato il lancio in navigazione di più GARC da unità navali, mentre gli esemplari consegnati sono stati distribuiti a differenti reparti per testare sensori, software di autonomia e configurazioni operative.

Il mezzo è lungo circa 16 piedi, meno di cinque metri, può raggiungere velocità nell’ordine dei 40 nodi ed è sufficientemente compatto da essere trasportato rapidamente. La Royal Navy ne ha sottolineato la capacità di operare anche con mare agitato e onde fino a circa quattro metri, oltre che di trasportare carichi rilevanti rispetto alle dimensioni.
La U.S. Navy ha costituito nel maggio 2024 l’Unmanned Surface Vessel Squadron 3, reparto incaricato di sviluppare addestramento, manutenzione, procedure e concetti di impiego per una flotta di piccoli GARC. Nel 2026 la struttura è stata articolata in più divisioni operative, tra le quali la USVDIV-32 protagonista della SINKEX.
L’impiego contro la Peleliu non dimostra però l’esistenza di un ciclo di attacco interamente autonomo, dalla scoperta del bersaglio alla decisione di colpirlo. Non sono stati tuttavia resi pubblici il livello di autonomia utilizzato, le modalità di autorizzazione dell’attacco o il peso effettivo della carica esplosiva.

Quattro mesi per arrivare in teatro
Il dato che meglio esprime l’urgenza del programma è quello dei 120 giorni. È il termine entro il quale il Pentagono punta a ottenere lo schieramento operativo avanzato del primo sistema selezionato nell’ambito del Suitable Warfighting Adaptive Payloads–USV, o SWAP-USV.
La competizione, gestita dalla Defense Innovation Unit, durerà dodici mesi e sarà articolata in tre successive fasi di selezione, con premi complessivi fino a 100 milioni di dollari. Al primo ciclo sono destinati fino a 40 milioni, mentre altri 200 milioni potranno sostenere successivi accordi di prototipazione e produzione.
Il Pentagono cerca prodotti già maturi, integrati e sostenuti da linee produttive attive. Il complesso formato da USV, droni, sensori e apparati di comando e controllo dovrà essere disponibile per le prove in acqua entro appena 29 giorni dalla selezione.
L’obiettivo è evidente: abbreviare drasticamente i normali tempi dei programmi navali e trasformare in pochi mesi tecnologie già disponibili in una capacità schierabile nelle aree operative avanzate.
Una nave-madre compatta e trasportabile
La definizione di “drone mothership” descrive la funzione del sistema, non una specifica classe navale. La DIU non cerca una grande nave oceanica, ma un USV relativamente compatto, con una portata minima di 200 miglia nautiche e una velocità di crociera di almeno 10 nodi.
La piattaforma dovrà trasportare, lanciare e controllare almeno due droni aerei, recuperabili oppure destinati a consumarsi nell’attacco. Almeno uno dovrà imbarcare un carico cinetico non inferiore a due chilogrammi.

Il sistema dovrà localizzare e seguire bersagli di superficie, trasmettere immagini e dati in tempo reale ed eseguire missioni di ricognizione, sorveglianza, guerra elettronica, collegamento delle comunicazioni e attacco di precisione.
Saranno valutate favorevolmente le soluzioni capaci di imbarcare un maggior numero di droni, generare più sortite e contrastare anche minacce aeree a bassa quota.
L’USV dovrà inoltre poter essere trasferito in un container da 40 piedi, su un rimorchio stradale o a bordo di velivoli C-130 e C-17. La mobilità strategica diventa così parte integrante del concetto: non grandi navi da trasferire lentamente tra i teatri, ma sistemi trasportabili rapidamente dove emerge la minaccia.
Autonomia sotto controllo umano
La piattaforma dovrà possedere capacità autonome di navigazione, pattugliamento, permanenza in zona, inseguimento e intercettazione di imbarcazioni non cooperative.
L’impiego della forza resterà però sotto il controllo degli operatori, che dovranno conservare la gestione positiva degli assetti navali e aerei e delle relative capacità d’ingaggio.

Particolare attenzione è riservata alla resilienza delle comunicazioni e alla possibilità di operare con segnali satellitari degradati, disturbati o falsificati. La sfida non consiste semplicemente nel collocare alcuni droni sopra una barca telecomandata, ma nell’integrare superficie e aria in un’unica architettura di comando capace di sopravvivere in un ambiente elettromagnetico ostile.
Dalle minacce a basso costo all’attacco distribuito
Il programma risponde anche a un problema economico sempre più evidente. Droni, imbarcazioni esplosive, motoscafi veloci e semisommergibili relativamente economici possono costringere gli Stati Uniti a impiegare navi, velivoli e munizioni dal costo enormemente superiore.
Un USV dotato di droni potrebbe sorvegliare un’area, seguire i contatti e produrre effetti cinetici o non cinetici senza impegnare continuamente una fregata, un cacciatorpediniere o un velivolo con equipaggio.

La nave robot diventerebbe così un nodo mobile della catena di scoperta e ingaggio. Potrebbe trasportare sensori, ripetitori delle comunicazioni, apparati di guerra elettronica e munizioni circuitanti, avvicinandosi alle aree più pericolose senza esporre direttamente marinai o unità navali di alto valore.
È questa integrazione, più delle dimensioni dello scafo, a rendere il programma significativo.
Una presenza autonoma già misurata in mesi
La persistenza prolungata degli USV non appartiene più alla sperimentazione teorica. La U.S. Navy attribuisce al Saildrone Voyager fino a 100 giorni di servizio continuativo per attività di sorveglianza e maritime domain awareness.
Il Voyager utilizza principalmente la propulsione eolica, affiancata da un sistema diesel-elettrico, ed è già stato impiegato dalla U.S. 4th Fleet in missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione contro i traffici illeciti.

Lo SWAP-USV punta ora a integrare questa presenza distribuita con capacità più complesse: droni aerei, guerra elettronica e attacco. Il salto non riguarda soltanto la durata delle missioni, ma il passaggio dalla raccolta delle informazioni alla produzione diretta di effetti sul campo di battaglia.
L’Italia non parte da zero
La Marina Militare non dispone pubblicamente di un programma direttamente sovrapponibile allo SWAP-USV, ma ha già sperimentato sistemi senza equipaggio navali e aerei integrati in architetture di comando e controllo.
L’esperienza nazionale è particolarmente sviluppata nelle contromisure mine, nella sorveglianza dei fondali e nei veicoli subacquei. Fincantieri ha inoltre sviluppato il Surface Advanced Naval Drone, o SAND, che, attraverso l’Unmanned Management System, può agire da gateway per la gestione coordinata di assetti aerei, di superficie e subacquei.

La distanza rispetto all’iniziativa statunitense riguarda soprattutto la capacità di integrare rapidamente piattaforme, droni, software e carichi utili provenienti da fornitori differenti, trasformandoli in un sistema operativo riproducibile su scala.
La competizione americana è comunque aperta anche alle aziende straniere e potrebbe quindi offrire opportunità ai gruppi e ai partenariati europei in grado di presentare soluzioni già mature.
Il vero dato rivoluzionario è la velocità
L’attacco del GARC contro la ex Peleliu e il programma SWAP-USV sono due sviluppi distinti ma convergenti.
Il primo dimostra che un piccolo USV può essere trasformato in un’arma a perdere e inserito in un attacco coordinato. Il secondo punta a una piattaforma riutilizzabile capace di trasportare e controllare droni destinati alla ricognizione, alle comunicazioni, alla guerra elettronica e all’attacco.
Non siamo ancora davanti a una portaerei robotica né a un sistema autorizzato a decidere autonomamente chi colpire. Sta però emergendo un’architettura nella quale mezzi senza equipaggio di superficie e aerei operano insieme, moltiplicando sensori ed effettori senza aumentare nello stesso modo equipaggi e grandi unità navali.
Il numero da ricordare è 120: i giorni entro i quali il Pentagono vuole passare dalla selezione di una soluzione già matura al suo schieramento operativo avanzato.
Nella cantieristica militare tradizionale quattro mesi possono servire soltanto a perfezionare un requisito. Nel nuovo modello americano dovrebbero bastare per arrivare in teatro.
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