Pechino esce dall’ombra: primo lancio di un missile nucleare da sottomarino in acque internazionali
Il 6 luglio 2026 un sottomarino lanciamissili nucleare della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha lanciato un missile balistico strategico con testata inerte verso le acque internazionali del Pacifico, centrando l’area di impatto designata. Il comunicato ufficiale della PLAN ricorre alla formula di rito, un’esercitazione di routine del programma addestrativo annuale, conforme al diritto internazionale e non diretta contro alcun Paese. La realtà è che di routine non c’è nulla: è la prima volta nella storia che la Cina lancia un SLBM in acque internazionali aperte, con una traiettoria full-range in luogo delle consuete traiettorie loft con ricaduta in territorio nazionale.
Sui dettagli tecnici Pechino tace, e le ricostruzioni open source divergono su punti sostanziali. Il segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale di Taipei, Joseph Wu, ha indicato un lancio dal Mar Cinese Meridionale con sorvolo del nord di Luzon e impatto a circa 300 chilometri a est di Tonga, identificando il missile come un JL-2, ipotesi coerente con la gittata osservata di oltre 7.200 chilometri. Le analisi dei NOTAM condotte da Jonathan McDowell suggeriscono invece una partenza dal Bohai, e gli avvisi ai naviganti diramati alla vigilia indicavano che Pechino aveva predisposto due opzioni di lancio, esercitandone poi una sola. I commentatori cinesi spingono la tesi del JL-3, presentato alla parata del settembre 2025, con gittata stimata attorno ai 10.000 chilometri, che consentirebbe di tenere a rischio il territorio continentale americano operando da acque costiere protette, secondo la logica del bastione. Quale che sia il vettore, il dato operativo non cambia: la Cina ha validato pubblicamente, in condizioni realistiche, l’intera catena del secondo colpo, dall’ordine autenticato trasmesso a un battello in immersione fino all’espulsione subacquea, all’accensione e al tracciamento della traiettoria intercontinentale.
È bene calibrare le conclusioni. Un singolo test non equivale alla deterrenza continua in mare, che è un regime di pattugliamento e non un evento. I rapporti del Pentagono attribuiscono da anni ai sei Type 094 pattugliamenti quasi continui, ma la novità del 6 luglio è la dimostrazione end-to-end resa deliberatamente visibile, tassello di un percorso che con i futuri Type 096, più silenziosi e con maggiore autonomia, punta a pattugliamenti deterrenti regolari e credibili. Dopo il test del DF-31B del settembre 2024 e le salve di ICBM da silo del dicembre successivo, Pechino sta rendendo pubblica, un pezzo alla volta, una triade completa.
La sequenza temporale è tutto fuorché casuale. Il lancio è avvenuto il primo giorno dell’esercitazione sino-russa Joint Sea-2026 a Qingdao, in pieno svolgimento della RIMPAC alle Hawaii, cui partecipa per la prima volta la Guardia Costiera filippina, a poche ore dal patto di mutua difesa tra Australia e Figi e alla vigilia del vertice NATO di Ankara. Il test è anche un atto comunicativo, calibrato per massimizzare l’effetto di segnalazione verso gli alleati del Pacifico e verso l’Alleanza riunita. Wellington ha denunciato l’impatto nella zona denuclearizzata del Trattato di Rarotonga, sebbene i protocolli firmati da Pechino nel 1987 vietino i test di ordigni esplosivi, non i lanci con testata inerte. Il quadro è aggravato dal vuoto negoziale: il New START è scaduto il 5 febbraio 2026 senza successore, nessun accordo limita le forze nucleari cinesi e la notifica del lancio, selettiva e tardiva, ha ignorato gli standard del Codice di Condotta dell’Aia.
L’implicazione strategica più profonda è il paradosso della stabilità-instabilità. Uno Stato dotato di un secondo colpo credibilmente sopravvivibile non diventa meno pericoloso, può diventare più audace sotto la soglia nucleare, perché se Pechino ritiene il proprio arsenale in grado di assorbire un primo colpo americano, si allentano i vincoli sulla coercizione convenzionale e ibrida nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Per AUKUS il test rafforza la logica della componente subacquea australiana in funzione antisommergibile. Per la NATO, che da Madrid in poi definisce la Cina una sfida sistemica, significa pianificare su un avversario nucleare navale ormai dimostrato, mentre l’Europa affida la propria deterrenza a due arsenali nazionali e alla condivisione delle B61-12. Il Pacifico è lontano, la traiettoria strategica no.
Il 6 luglio 2026 un sottomarino lanciamissili nucleare della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha lanciato un missile balistico strategico…
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