Puma: il blindato scambiato per carro armato e l’illusione della sicurezza (scenografica)
Nelle ultime settimane il veicolo blindato leggero Puma è tornato al centro dell’attenzione pubblica, spesso citato impropriamente come “carro armato” e sempre più utilizzato in contesti urbani nell’ambito dell’operazione Strade Sicure. Una doppia distorsione – tecnica e comunicativa – che merita di essere chiarita, soprattutto perché il ricorso a mezzi militari in ambiente civile, oltre a risultare operativamente discutibile, rischia di trasformarsi in uno strumento propagandistico che funziona finché… non accade nulla di grave!
Non è un carro armato
Il Puma è un veicolo blindato leggero multiruolo ruotato, progettato a fine anni ottanta per il trasporto di squadre di fanteria e per compiti di ricognizione e supporto tattico. Il mezzo, nelle versioni 4×4 e 6×6, pesa tra le 7 e le 8,2 tonnellate, ha una protezione balistica contro armi leggere ed è generalmente armato con mitragliatrici o lanciagranate automatici.
Un “carro armato” è invece un sistema completamente diverso: piattaforma corazzata e cingolata, peso superiore alle 50 tonnellate, corazzatura multistrato e armamento principale costituito da un cannone ad alta energia progettato per il combattimento contro altri MBT. La confusione tra queste due categorie non è solo una banale semplificazione giornalistica, perché altera la percezione pubblica dello strumento militare e del suo impiego reale.

Il Puma può anche essere definito un APC (Armoured Personnel Carrier), cioè un trasporto truppe protetto, ma non un mezzo da sfondamento o da combattimento diretto ad alta intensità.
Un mezzo nato con limiti evidenti
Il Puma nacque per soddisfare esigenze specifiche dell’Esercito Italiano, tra cui l’aviotrasportabilità e la mobilità su strada.
Personalmente ricordo la presenza di un esemplare presso la Scuola di Fanteria e Cavalleria di Cesano nel 1990. Rispetto ai vecchi M113 sembrava allora – esteticamente – un mezzo all’avangardia. Peccato che paesi come Israele hanno ancora in servizio gli M113 (debitamente aggiornati), mentre di Puma non hanno mai voluto sentir parlare…
Le esperienze operative maturate in diversi teatri hanno evidenziato vulnerabilità strutturali, in particolare nei confronti degli ordigni esplosivi improvvisati e delle armi pesanti della guerriglia. Tali criticità portarono progressivamente alla riduzione dell’impiego del mezzo e alla sua sostituzione con piattaforme più protette. Il risultato è stato un surplus di veicoli che, nel tempo, l’Italia ha tentato di “collocare” all’estero, spesso attraverso inevitabili cessioni o donazioni (vedi Ucraina – foto seguente).

L’unico cliente sembra essere stato il Pakistan che, nel 2018, ha acquisito 79 veicoli blindati leggeri Puma 6×6 italiani provenienti da surplus dell’Esercito Italiano, destinandoli soprattutto a compiti di sicurezza interna e contro-insurrezione.
Fonti pakistane evidenziano però giudizi contrastanti: alcuni li considerano obsoleti e simbolo di acquisti di ripiego, mentre altri ne riconoscono un’utilità pratica rispetto ai veicoli non blindati precedentemente utilizzati (ma pensa!).
I Puma sono stati impiegati in aree instabili come il Baluchistan e sottoposti a modifiche locali per migliorarne la protezione, segno di utilizzo operativo reale. Islamabad li considera una soluzione temporanea e pragmatica, utile nell’immediato ma certamente non risolutiva nel lungo periodo.
In questo contesto si inserisce il dato (confermato da fonti) secondo cui lo stesso Gheddafi, a suo tempo, non mostrò alcun interesse per il mezzo, nonostante le amichevoli insistenze “nazionali” (per correttezza riportiamo che avrebbe però voluto acquistare i Lince). Dopo la caduta del leader libico, alcuni Puma furono consegnati alle nuove autorità di Tripoli come supporto alla ricostruzione delle forze armate locali, ma non ci risultano evidenze di un acquisto diretto.
Il Puma non si è dunque mai fatto notare come prodotto interessante sul mercato internazionale.
Il blindato nelle città: sicurezza o scenografia?
Il nodo più controverso riguarda l’impiego del blindato in ambito urbano. Il suo utilizzo nelle principali città italiane è stato presentato come rafforzamento del dispositivo di sicurezza nazionale. Tuttavia, sul piano operativo, la presenza di un veicolo militare di questo tipo in contesti civili offre benefici estremamente limitati.

Il Puma non è concepito per attività di polizia. Le sue armi non sarebbero impiegabili in ambienti urbani senza rischi elevatissimi di danni collaterali e la sua mobilità, se utilizzata in modalità statica o semi-statistica, si traduce prevalentemente in un effetto deterrente “simbolico”.
È proprio su questo piano che emerge il rischio di un uso politico del mezzo. Il blindato diventa una rappresentazione visiva della sicurezza, una risposta comunicativa immediata alle richieste di ordine pubblico, ma non è uno strumento che incide realmente sulle dinamiche della criminalità urbana o del terrorismo diffuso.
Il problema è che la piccola propaganda funziona… finché tutto procede senza incidenti!
Il rischio che non si considera
L’aspetto più delicato riguarda uno scenario estremo ma non impossibile. Un mezzo militare, una volta inserito in ambiente civile, introduce rischi completamente diversi rispetto a quelli gestiti dalle normali forze dell’ordine.
La blindatura del Puma lo rende resistente alle armi leggere e alla maggior parte degli equipaggiamenti in dotazione alla polizia. In caso di furto, sequestro o perdita di controllo del mezzo, la neutralizzazione richiederebbe armamenti di livello militare, come mitragliatrici pesanti o sistemi anticarro, strumenti che non fanno parte dell’equipaggiamento ordinario delle forze di sicurezza civili.

Eventi simili, per fortuna, non si sono verificati in Italia. Esempi internazionali dimostrano quanto rapidamente un veicolo militare possa trasformarsi in una piattaforma offensiva nelle mani sbagliate. Il Puma può quindi diventare un sistemi d’arma contro obiettivi urbani, con conseguenze devastanti per la popolazione civile. Immaginate una diretta in mondovisione per ore mentre il mezzo fa strage di passanti per il centro di una città…
Concludendo
Il Puma rappresenta oggi un prodotto figlio di una fase storica precisa, quando mobilità strategica e leggerezza erano considerate priorità rispetto alla protezione contro minacce asimmetriche. L’evoluzione dei conflitti ha reso evidenti i limiti di quella filosofia progettuale.
Il suo impiego nelle città italiane rischia di trasformarlo da strumento militare a feticcio comunicativo. Blasfemo! Un mezzo che, più che rafforzare la sicurezza, contribuisce a costruire una “narrazione visiva” del controllo del territorio.
Una retorica che può risultare efficace sul piano politico e mediatico solo in un paese in cui l’assenza di cultura militare è endemica e – a questo punto – voluta e quindi dolosa. La sicurezza reale si fonda su intelligence, presenza territoriale qualificata, capacità investigative e integrazione tra forza di sicurezza civile, pubblica e privata. Non sulla spettacolarizzazione – o peggio “banalizzazione” – della forza militare.
Il Puma (repetita iuvant) non è un “carro armato”. Non è neppure un mezzo progettato per il pattugliamento urbano. È un blindato leggero superato con una funzione militare specifica e marginale. Utilizzarlo come simbolo di sicurezza interna può apparire rassicurante, ma rischia di essere un’illusione destinata a resistere (assieme ai responsabili) solo finché la realtà “non decide di metterla alla prova”.
Immagini: Difesa Online / web / BBC News
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