Quali forze di riserva per l’Esercito?
Dopo Francia e Germania che hanno annunciato il ritorno alla leva militare, ancorché in forme moderne e limitate, anche il nostro ministro della Difesa ha fatto annunci analoghi.
Perché proprio ora? Ciò che sta accadendo nel mondo ha fatto nascere molti dubbi sulla attuale idoneità delle nostre Forze Armate, in termini di consistenza e di capacità operative, ad affrontare le minacce immanenti e le sfide future che infiammano il mondo. I conflitti che sono scoppiati in Europa dell’Est e nel Medio Oriente e che potrebbero scatenarsi in altri quadranti strategici, dai Balcani all’Africa fino all’Estremo Oriente, saranno verosimilmente caratterizzati da elementi di novità.
La guerra in Ucraina ci ha mostrato che il loro innesco non sarà prevedibile e che il confronto con l’avversario si baserà sulla fusione di scenari da una parte ritenuti superati (come la guerra in trincea) e dall’altra futuribili come l’utilizzo sempre più esteso di tecnologie avanzatissime.
Sono ricomparse componenti ritenute erroneamente antiquate come quella corazzata accompagnate da strumenti nuovi o di valenza sempre più elevata come i droni (terrestri, aerei e navali), le costellazioni di satelliti, i dispositivi a tecnologia laser. Il tutto letteralmente immerso in una guerra cognitiva sempre più pervasiva e insidiosa e integrato dall’infida dimensione cyber che rendono i conflitti ibridi e quindi di difficile gestione.
Se le nostre Forze Armate qualitativamente sono idonee a condurre operazioni di stabilizzazione anche di lunga durata, altrettanto non si può dire per affrontare con efficacia e con la giusta consistenza di personale in armi, i nuovi scenari, compresi quelli afferenti non solo ai nuovi domìni ma anche alla guerra classica, simmetrica, dove la componente terrestre è tornata centrale.
L’Esercito Italiano e le sue riserve oggi
L’attuale componente operativa dell’Esercito, ma il discorso vale anche per le altre Forze Armate, viene oggi costantemente impegnata in missioni militari della NATO, dell’ONU e dell’Unione Europea e in compiti di concorso, operativo e non, sul territorio nazionale. I dati storici indicano che tutti detti compiti impegnano costantemente circa 15-20 mila unità, numero che va quanto meno quadruplicato per assicurare la necessaria turnazione del personale e al quale va aggiunto il dato riferito al “sostentamento” dell’organizzazione (sovrastrutture di comando e controllo, di sostegno logistico, sanitarie, formative ed addestrative).
Risulta evidente che sia la attuale componente operativa, pari a circa 60 mila unità, che l’intera forza bilanciata prevista dalla legge 244/2012, non risultano sufficienti a far fronte alle attuali sfide interne ed internazionali.
Il problema è altresì aggravato dall’età media molto elevata dei nostri soldati e dalla necessità di coprire con personale specializzato le nuove esigenze nate con le guerre moderne.
In pratica, la prima esigenza da soddisfare è quella di ampliare gli organici dell’Esercito portandone la forza bilanciata ad almeno 100-110 mila unità solo per far fronte agli scenari attuali.
Ma potrebbero nascere altri contesti nei confronti dei quali non saremmo in grado di rispondere efficacemente, semplicemente perché non avremmo risorse umane aggiuntive prontamente impiegabili, cioè una riserva capace di rafforzare lo strumento militare del tempo di pace per affrontare situazioni di crisi o una vera e propria guerra.
Come evidenziato dall’Osservatorio di Politica Internazionale del Parlamento Italiano, “l’attuale sistema di mobilitazione delle Forze Armate è denominato “Forze di Completamento”. In relazione alla volontarietà o meno al richiamo alle armi da parte dell’interessato, le Forze di Completamento si articolano in Forze per il Completamento Generale e Forze di Completamento Volontarie. Le Forze di Completamento Generale si costituiscono all’emergenza attraverso provvedimenti a carattere coercitivo, da pianificare sin dal tempo di pace. … Le Forze di Completamento Volontarie sono costituite da militari in congedo che su base volontaria sono impiegati fin dal tempo di pace per le esigenze operative delle Forze Armate sia sul territorio nazionale sia all’estero (concorsi in attività di ordine pubblico e/o calamità naturali, supporto ad operazioni umanitarie, operazioni di peace keeping, ecc.). Si tratta di personale ex militare già in congedo (Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e militari di truppa) che ha fornito, all’atto della cessazione dal servizio oppure in tempi successivi, una prima generica disponibilità e che aderisce all’effettivo richiamo alle armi solo dopo la ricezione di un preavviso. L’autorizzazione all’impiego in tempo di pace di tali forze viene disposta, di anno in anno, con apposito Decreto Ministeriale che stabilisce l’entità del personale da richiamare e la durata dei richiami stessi. Concorre alla composizione delle Forze di Completamento Volontarie anche la cosiddetta “riserva selezionata”, costituita da ufficiali di complemento in possesso di spiccate professionalità che diano ampio affidamento a prestare opera proficua nelle Forze Armate”.

L’Osservatorio conclude la sua disanima ritenendo “Il sistema di mobilitazione attualmente in vigore nelle Forze armate italiane aderente alle esigenze attuali. Tuttavia, i numeri limitati espressi dalla restante componente delle Forze di Completamento Volontarie impongono di percorrere la strada del cambiamento. Un modello di riserva efficace potrebbe essere strutturato su più “moduli” attivabili in “fasi” differenziate e progressive nel tempo, al fine di ottenere uno strumento militare che esprima il corretto bilanciamento tra quantity e quality, ossia tra capacity e capability.”1
Ritorno alla leva classica?
Nel concordare con dette conclusioni, si riportano più avanti delle proposte alternative che partono dalla considerazione che per raggiungere l’obiettivo di disporre di riserve sostenibili e credibili ci sarebbe bisogno di risorse aggiuntive. Pertanto, prima di illustrare quelle proposte, risulta opportuno fare qualche considerazione sull’idea avanzata da alcuni di ripristinar immediatamente la leva militare evitando la costituzione di riserve volontarie, ciò allo scopo presunto di risparmiare.
Sarebbe una scelta opportuna?
Il ripristino completo della leva, rimasta in vigore in Italia dal 1861 al 2005, quindi per quasi 150 anni fino alla legge 23 agosto 2004, porterebbe più incognite che veri e propri vantaggi. Il beneficio sarebbe sicuramente quello di disporre di un grande numero di soldati. Più che una convenienza, però, si potrebbe definire uno dispendio di risorse in quanto centinaia di migliaia di soldati di leva, in aggiunta al personale volontario professionista, sarebbero ridondanti rispetto alle reali esigenze operative da affrontare.
Se si arruolassero tutti gli uomini e le donne idonei al servizio militare di ogni classe di leva (nel 2023 ci sono stati 392 mila nuovi nati) in Italia avremmo sì disponibile un grande esercito ma pressoché inoperoso e con costi esorbitanti che il Paese non sarebbe in grado di sostenere. Basti pensare agli oneri finanziari per arruolare, incorporare, vestire, armare, accasermare ed addestrare centinaia di migliaia di giovani che, tra l’altro, sarebbero strappati alla vita sociale e produttiva del Paese.
Si è pensato allora di arruolare solo parte di ogni classe di leva ma a qual punto sarebbe oltremodo arduo decidere chi arruolare e chi no tra gli idonei al servizio. Ogni decisione porterebbe in quel caso a frizioni sociali derivanti dalla suddivisione della nostra gioventù tra “fortunati e sfortunati”.
Inoltre, i giovani da trattenere solo pochi mesi non sarebbero in grado di gestire quella tecnologia che deve permeare uno strumento militare moderno a meno che non si arruolino solo quei ragazzi già in possesso di adeguate professionalità come ad esempio la capacità di pilotare i droni da remoto o di operare nel campo della cybersicurezza.
Insomma, il ricorso alla leva rimane valido in caso di guerra totale allorquando risulta necessario il ricorso ad ogni risorsa del Paese. Fortunatamente non siamo al momento in quella situazione.
In circostanze critiche, all’estero e sul territorio nazionale, ci sarebbe invece necessità di un impegno aggiuntivo temporaneo in grado di portare rapidamente le Forze Armate al livello sufficiente di unità già addestrate.

Una proposta per la riserva dell’Esercito
Il problema di disporre di forze aggiuntive da impiegare a fianco di quelle in servizio è già stato risolto da molti Paesi e si inizia finalmente a parlarne anche in Italia grazie agli attuali capi di stato maggiore della Difesa e dell’Esercito.2
Se pensiamo agli eventi internazionali attuali e futuribili, risulta evidente la necessità di poter disporre in breve tempo di poche migliaia di soldati in più, forze addizionali da impiegare a tempo determinato per alimentare e rafforzare i reparti in vita.
Quindi, che tipo di riserva potrebbe soddisfare dette esigenze e quali potrebbero essere i bacini dai quali attingere dette forze?
Abbiamo già evidenziato come il primo provvedimento da attuare con urgenza sia quello di adeguare gli organici delle forze in vita con un provvedimento legislativo che porti l’entità dell’esercito ad almeno 100-110 mila unità. Anche la riserva selezionata sarebbe da mantenere in vita ma adeguandola alle nuove esigenze e pertanto reclutando personale idoneo ad operare in scenari di guerra.
Fatto questo, seguendo un approccio modulare, bisogna assicurare ulteriori forze aggiuntive della consistenza di alcune migliaia di riservisti da impiegare all’esigenza. Su questa linea si sta muovendo il ministro della Difesa che avanzerà delle proposte in Parlamento.
Come contributo di pensiero, reitero qui la proposta che avevo avanzato sul numero di aprile 2025 della Rivista Militare dove suddividevo la riserva dell’Esercito in tre tipologie: una di 1° tempo operativa, una di 1° tempo ausiliaria ed una di 2° tempo (o “di complemento”)
La riserva operativa di 1° tempo
Si tratterebbe di una riserva operativa immediatamente disponibile idonea a colmare le carenze di personale, fisiologiche di ogni organizzazione, dovute a inidoneità o indisponibilità temporanee di personale in servizio. Il bacino da cui attingere per questa prima riserva potrebbe essere costituito dal personale congedato senza disonore e ancora idoneo al servizio militare incondizionato che all’atto del congedo non dovrebbe più aderire a queste forze aggiuntive in forma volontaria, come avviene attualmente, ma obbligatoriamente. Ciò assicurerebbe all’Esercito di essere pronto, pienamente funzionale e a pieno organico in caso di crisi temporanee.

La riserva ausiliaria di 1° tempo (cosiddetta “leva volontaria”)
La necessità di dover impiegare tutte le forze operative all’estero, compresa la riserva operativa di 1° tempo, potrebbe rendere necessario sospendere i concorsi sul territorio nazionale oppure trovare ulteriori forze. Questa seconda ipotesi è quella più appropriata da seguire nella considerazione che in situazioni di crisi all’estero anche la sicurezza interna ne risente rendendo quanto meno opportuno proseguire, se non incrementare, l’impegno di concorso alle forze di pubblica sicurezza sul territorio nazionale.3
Il personale, che in questo caso dovrebbe essere volontario e reclutato dai civili (con particolare riferimento a particolari categorie come le guardie giurate che hanno già dimestichezza con le armi), dovrà ricevere una preparazione di base simile a quella assicurata ai Volontari in Ferma Iniziale ed operare anche in settori specialistici come il pilotaggio di droni o la sicurezza cyber. Il numero potrebbe essere di circa 5-10 mila arruolati.
Se per la riserva operativa di 1° tempo l’onere per l’Esercito si limiterebbe a richiamarla annualmente per mantenere la sua capacità operativa a livelli adeguati, per questa riserva ausiliaria lo sforzo sarebbe maggiore in quanto si dovrebbero formare e addestrare alcune migliaia di volontari partendo da zero e cercando di minimizzare l’impatto sulle unità in vita già oberate dagli impegni operativi.
L’onere, non irrilevante, potrebbe essere in parte devoluto alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma. Detti consessi, che riuniscono il personale in congedo (alcune associazioni lo fanno anche per il personale in servizio), hanno scopi di altissimo valore come, tra gli altri, rafforzare e perpetuare le tradizioni militari, incentivare l’amor patrio, mantenere alto lo spirito del Corpo militare di appartenenza, mantenere viva la memoria dei Caduti, tutelare il territorio. Le associazioni potrebbero e vorrebbero fare di più a sostegno delle Forze Armate, anche perché alcune di esse già organizzano per i propri soci a scopo ludico attività sportivo militari. Basti pensare, solo per fare alcuni esempi, all’abilitazione al lancio dell’A.N.P.d.I., al brevetto anfibio dell’A.L.T.A., ai campi scuola dell’A.N.B. e dell’A.N.A. o alle gare per pattuglie militari dell’U.N.UC.I.. Pertanto alcune attività per il mantenimento delle capacità operative degli appartenenti a questa riserva potrebbero essere appannaggio di istruttori qualificati delle associazioni sotto la supervisione di elementi in servizio della Forza Armata.

I quadri dell’Esercito potrebbero quindi essere coadiuvati dai soci delle associazioni che hanno lasciato il servizio da pochi anni o altri anche più anziani ma con background professionali di interesse. Questi elementi, su base volontaria e opportunamente selezionati dalla Forza Armata, potrebbero insegnare materie come regolamenti militari, topografia, addestramento formale, tecniche di combattimento, difesa personale, scuola guida su mezzi militari, pilotaggio droni, educazione civica, armi da fuoco e esplosivi, allestimento accampamenti, etc. Ciò eviterebbe all’Esercito di impiegare istruttori in servizio attivo, già iper impegnati, quanto meno in alcune fasi della formazione del personale della riserva. Le fasi successive a quella basica dovrebbero poi essere di competenza del personale in servizio prima dell’idoneità all’impiego.
La riserva operativa di 2° tempo (complemento). La proposta del Centro Studi dell’Esercito
Una situazione di crisi più ampia e duratura potrebbe richiedere la disponibilità di ulteriori e più consistenti forze da affiancare alle unità operative attualmente disponibili. Uno studio degno di menzione al riguardo è quello presentato dal Centro Studi dell’Esercito APS4 intitolato “Forze di riserva 2020” nel quale si propone di realizzare una riserva attivabile in maniera modulare che, oltre a completare le unità in vita, come via intermedia prima della mobilitazione generale in caso di guerra, assicurerebbe un blocco di unità prontamente impiegabili della consistenza massima di una divisione (circa 30 mila soldati). Le forze operative dell’Esercito in vita, che attualmente si articolano su tre divisioni (neanche complete come già evidenziato e con il comando della terza, quella alpina, non pienamente operativo), ne avrebbero pertanto disponibile in tempi ragionevoli una quarta in grado di fornire quanto meno complementi organici o, in casi estremi, di sostituirne una o parte di essa per le necessarie turnazioni in caso di impieghi prolungati.

Questa riserva risulterebbe l’ultima disponibile prima di una mobilitazione generale (leva) in caso di guerra totale.
Gli equipaggiamenti
Quello degli equipaggiamenti per le forze di riserva è l’aspetto che, unitamente al loro addestramento e più in generale alle risorse finanziarie da dedicargli, fa nascere le maggiori perplessità. D’altronde si tratta di scelte del Paese che dovrà assumersi tutti gli oneri correlati nel momento in cui consideri ineluttabile la scelta di dotarsi di forze di riserva.
Sicuramente il personale delle riserve di 1° tempo dovranno avere immediatamente disponibili armi e mezzi necessari per rientrare (quella operativa) o entrare (quella ausiliaria) nei ranghi dell’Esercito. Detto materiale dovrà essere pertanto quello in dotazione all’Esercito permanente e da questo custodito nelle proprie infrastrutture.
Per la riserva di 2° tempo o in caso di mobilitazione generale, si dovrà ricorrere ad equipaggiamenti da trarre da quelli non più in linea che non dovranno essere più alienati come in passato ma conservati in magazzini con tutte le predisposizioni del caso. Ciò consentirebbe di far fronte alle prime fasi di un conflitto fermo restando che l’industria (nazionale e europea) dovrà essere pronta a produrre mezzi moderni in numero sufficiente ad equipaggiare tutti i mobilitati.
Conclusioni
Risulta evidente che gli addetti ai lavori, sia in ambito politico che militare, riconoscano finalmente che lo scenario internazionale attuale e futuro risulti ben diverso da quello che ha visto sinora protagonista di successo le nostre Forze Armate ed in particolare l’Esercito. Anche per l’Italia è divenuto imprescindibile poter disporre di un numero adeguato di soldati, che sono tornati a rappresentare il vero centro di gravità delle operazioni, supportati da mezzi da combattimento tecnologicamente avanzati in grado di creare la necessaria superiorità sul campo di battaglia.
I nuovi scenari, che vedono trasformare in modo repentino le situazioni di crisi in situazioni di conflitto aperto, ci devono indurre a considerare necessario e non più procrastinabile l’esigenza di disporre, in tempi certi, di riserve modulari a diverso livello di prontezza, cioè di forze operative aggiuntive in grado di operare sul terreno a fianco del personale in servizio.
È giunto il momento di affrontare detta urgenza con provvedimenti lungimiranti basati su analisi dei costi-benefici avulsi da ideologie ed esenti da timori di pronunciare la parola guerra. Perché non si tratta di fare la guerra a nessuno ma di cercare di evitarla esercitando la giusta dissuasione e la necessaria deterrenza.
(L’autore è generale di corpo d’armata dei lagunari in quiescenza)
1https://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/note/PI0111Not.pdf
2 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-il-discorso-del-generale-masiello-che-scuote-i-militari_2IgF6KxCcHYTieeaHHZNn
3 Operazione Strade Sicure
4https://www.centrostudiesercito.it/doc/STUDI%20PROTETTI/FORZE%20DI%20RISERVA%202020%2010_2021.htm
Foto: Esercito Italiano / web / Centro Studi Esercito
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